Da oltre 30 anni, tante parole e studi ma pochi fatti

 

La periferia è ancora al centro del dibattito senza che in Italia ci sia stato un vero progetto del suo recupero architettonico e sociale. L’esempio (felice) del festival “Super”, la distanza della politica e i limiti dell’associazionismo

 

La periferia dopo trent’anni e più, è ancora al centro del dibattito senza che in Italia ci sia stato un vero progetto del suo recupero architettonico e sociale. Studi, analisi, mappature, campagne fotografiche che non sfociano mai in un atto concreto, in una rigenerazione umana e poi architettonica. Come se la storia nulla avesse insegnato continuiamo a guardare alla “periferia” con romanticismo e con quell’approccio del “ci penso io”, l’architetto, che tanti danni ha provocato. Ma le colpe sono da suddividere al 50% con la politica. Priva di progetto, di visione, su quei luoghi, ai bordi delle città, dove abitano migliaia di persone. Bisogna pur riconoscere che sono diverse le periferie italiane; in alcuni casi si abusa dell’uso del termine periferia quando invece si tratta di quartieri. Ecco, forse quartieri potrebbe essere la nuova definizione di periferia. Con i centri storici sempre più periferia e la “periferia” sempre più centro occorre un cambio di rotta nel linguaggio e nell’approccio alla questione.

Un anno fa nasceva un interessante esperimento: “Super”, il festival (lento) delle periferie a Milano. Anche se a Milano la periferia non esiste negli stessi termini di Napoli e Roma. In quest’ultimo caso ci troviamo in un esempio comparabile con le grandi periferie europee, con quartieri-città di 350.000 abitanti, dove tutto è assente, dalla mobilità pubblica alle infratrutture. “Super” è il festival che si è inventato l’associazione culturale TumbTumb (composta da fotografi, architetti, urbanisti, performer, semiologi) con un preciso “lavoro di ascolto e di coinvolgimento diretto di chi abita e vive la periferia, di chi la amministra e costruisce, per comporre una trama di racconti, film, disegni, illustrazioni, fotografie, suoni, spettacoli e parole che descrivano in maniera esclusiva e nuova un territorio limitrofo di cui spesso si parla in negativo e si hanno racconti frammentati e parziali”.

“Super” s’inserisce storicamente in un percorso che vede altri soggetti e collettivi che nel tempo hanno letto e mappato la periferia, in alcuni casi attraversandola a piedi. È il caso del collettivo di artisti-architetti Stalker che fin dal 1995, con il primo giro intorno a Roma, e i successivi progetti Osservatorio Nomade al Corviale, Campagna Romana e l’Oltrecittà, ha avuto il merito di guardare alla città e alla periferia con uno sguardo debitore di Guy Debord e della sua psicogeografia situazionista ma che, tuttavia, nel tempo non ha avuto la forza d’imporsi nei confronti della politica per migliorare realmente le condizioni delle comunità. Questo è lo scoglio maggiore quando attivisti sociali, nei quali raggruppo tutte le categorie di ricercatori e intellettuali, si muovono come cartografi a ridisegnare la mappa delle città, enfatizzandone le forme aggregative e auto-organizzate.

Ora il passaggio successivo, necessario, indispensabile, è non disperdere questo archivio sociale di pensieri, idee, creatività affinché possa generare progettualità a tutti i livelli. Intendiamoci, non dev’essere per forza una progettualità architettonica, bensì distillare una voglia di progetto nelle comunità che possa consentire una rinascita.

Ciò che emerge dalla ricerca di “Super” è una varietà di situazioni, dagli orti condivisi marginali e di scarso impatto sul quartiere della Bovisa, al novello scrittore fai da te aspirante narratore della periferia di pasoliniana memoria, alle tante modalità di uso degli spazi pubblici: dalla danza sotto i piloni della tangenziale, a gruppi di skaters (Gratobowl) al quartiere Gratosoglio, fino alla anguriera di Chiaravalle dove partì un anno fa il tour. Perché la struttura del festival è composta di tour che hanno attraversato Milano mappando ogni realtà incontrata e restituendola in un diario di viaggio sul sito web. La conclusione sarà una grande festa con tutti gli attori coinvolti dove verranno presentati dieci progetti nati dalla mappatura del territorio e noi vi racconteremo prossimamente.

Una delle questioni ancora aperte della “periferia” a Milano come a Roma, Napoli, Genova, Palermo, è l’incapacità dei vari soggetti associativi di fare rete, non all’interno del quartiere di appartenenza, bensì creare un network e uno scambio di esperienze con altre parti di città. Non dobbiamo dimenticare che il più grande problema dei quartieri ai bordi della città è l’assenza di peso politico. Ogni azione è troppo marginale (in termini di coinvolgimento di abitanti ma anche come dimensione di occupazione del suolo) per essere considerata dalle classi politiche che governano il territorio. Se da un lato prevale un senso comunitario da anni ’70, almeno a Milano, dove l’appartenenza politica è più sentita di altre realtà, dall’altra fare rete consentirebbe dimensionalmente di proporsi con maggiore forza di fronte alle istituzioni, unica premessa per essere ascoltati, sempre che ogni realtà auto-organizzata sia meno autoreferenziale in funzione dell’obiettivo comune: la rinascita della città.

In copertina e sotto, alcuni scatti di Filippo Romano dal festival “Super”

 

Autore

Architetto, critico di architettura, fotografo, dirige la webzine archphoto.it e la sua versione cartacea «archphoto2.0». Si è occupato di architettura radicale dal 2005 con libri e conferenze. Nel 2012 cura la mostra "Radical City" all'Archivio di Stato di Torino. Nel 2013, insieme ad Amit Wolf, vince il Grant della Graham Foundation per il progetto “Beyond Environment”. Nel 2015 vince la Autry Scholar Fellowship per la ricerca “Living the frontier” sulla frontiera storica americana. Nel 2017 è membro del comitato scientifico della mostra "Sottsass Oltre il design" allo CSAC di Parma. Nel 2019 cura la mostra "Paolo Soleri. From Torino to the desert", per celebrare il centenario dell'architetto torinese, nell'ambito di Torino Stratosferica-Utopian Hours. Dal 2015 studia l'opera di Giancarlo De Carlo, celebrata nel libro "Giancarlo De Carlo: l'architetto di Urbino"

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