Il peso dei Data Center: necessità, impatti, disuguaglianze

Il peso dei Data Center: necessità, impatti, disuguaglianze

Nell’Italia settentrionale sono un caso complesso a livello politico e ambientale. La Lombardia approva una nuova legge tra i timori delle amministrazioni locali

 

Published 27 maggio 2026 – © riproduzione riservata

La materialità del cloud: dove abitano i nostri dati

Nel dibattito contemporaneo si tende spesso a considerare la transizione digitale come un processo quasi etereo. Il cloud, infatti, evoca un’immagine di leggerezza e immaterialità.

La realtà, tuttavia, è ben diversa: l’economia della conoscenza, i servizi online e l’esplosione dell’intelligenza artificiale poggiano su un’infrastruttura fisica imponente per l’archiviazione dei dati. Si tratta dei Data Center, veri e propri nodi materiali che ospitano i server in cui transita e viene archiviato il traffico dati globale. Se da un lato queste strutture rappresentano il motore indispensabile della competitività, dall’altro impongono una riflessione profonda sulla loro impronta socio ecologica e territoriale.

I centri di calcolo consumano suolo, necessitano di una fornitura elettrica stabile e massiccia – assorbendo a livello globale una quota significativa dell’energia prodotta – e di grandi quantità di risorse idriche per il raffreddamento degli impianti. In Italia, lo sviluppo di questo mercato sta registrando ritmi straordinari, ma mostra anche una forte asimmetria geografica.

Secondo l’ultimo report dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano (edizione 2026), nel triennio 2023-2025 in Italia sono stati investiti 7,1 miliardi di euro in nuove infrastrutture per i Data Center. Le previsioni per il triennio successivo (2026–2028) segnano un’accelerazione decisa: oltre 25 miliardi di euro annunciati su 83 nuovi progetti. Milano si afferma come polo emergente a livello europeo, con il 68% della potenza installata nazionale e una quota potenziale pari al 23% dei nuovi investimenti europei, complici le economie di agglomerazione e la vicinanza alle principali dorsali di connettività.

Questa polarizzazione comporta che, a fronte di benefici digitali distribuiti sull’intero territorio nazionale, i carichi infrastrutturali e urbanistici si concentrino in contesti locali ben delimitati.

 

La risposta nazionale: gli investimenti PNRR e il quadro normativo 

La recente crescita dei Data Center in Italia è avvenuta all’interno di un quadro regolatorio frammentato, dove la pianificazione urbanistica comunale sta facendo fatica a catalogare queste strutture, spesso assimilate a semplici capannoni industriali, ammissibili in zona produttiva. La necessità di accelerare i progetti legati al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e di attrarre grandi investimenti internazionali ha spinto il legislatore centrale a intervenire riconoscendo un codice ATECO specifico per i Data Center e a definire una strategia nazionale unitaria con due provvedimenti di indirizzo: le Linee Guida del MASE per la realizzazione e la gestione sostenibile dei Data Center assistiti da gruppi elettrogeni di emergenza con potenza superiore complessivamente a 50 MWt e la Strategia per l’attrazione degli investimenti esteri nei Data Center, promossa dal MIMIT.

Un ulteriore punto di svolta è arrivato con il Decreto Energia (D.L. n. 21/2026, convertito nella Legge n. 49/2026). Il provvedimento ha introdotto per la prima volta un procedimento amministrativo unico per autorizzare la realizzazione e l’ampliamento dei Data Center e delle relative reti di connessione elettrica, di qualsiasi tensione. La norma punta a semplificare drasticamente la burocrazia: la conferenza di servizi per l’approvazione dei progetti deve concludersi in tempi rapidi e i termini per la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) sono stati dimezzati per i siti ritenuti strategici.

A consolidare questo orientamento è intervenuto successivamente il Parlamento con l’approvazione alla Camera, il 24 febbraio 2026, di un Testo Unico normativo, ovvero la Legge delega per il potenziamento dei Data Center, costruita a partire dalle 5 proposte di legge che erano state presentate da tutte le forze di governo. Questo corpo di norme qualifica esplicitamente i Data Center come opere di pubblica utilità, indifferibili e urgenti, ne impone regole certe per il consumo energetico, puntando alla riqualificazione di aree dismesse.

Ne esplicita, infine, la compatibilità urbanistica con le aree produttive. L’obiettivo della riforma è standardizzare le procedure su base nazionale e offrire certezze temporali ai grandi operatori globali, cercando al contempo di tracciare linee guida per l’efficienza energetica e il monitoraggio degli impatti.

 

Preoccupazioni locali: i sindaci chiedono governance e sostenibilità

La tendenza alla centralizzazione e alla massima semplificazione delle procedure sta, tuttavia, aprendo un confronto nei territori maggiormente interessati da questa ondata di investimenti. Il caso più emblematico è proprio quello della Lombardia, dove l’ecosistema digitale è più denso.

Parallelamente all’iter di approvazione del Testo Unico nazionale e a seguito della deliberazione della Giunta regionale lombarda n. XII/2629 del 24/06/2024 (Linee guida per la realizzazione in Lombardia delle infrastrutture fisiche in cui vengono localizzate apparecchiature e servizi di gestione delle risorse informatiche – Data Center), si è avviata la discussione sul Progetto di Legge n. 150, una norma pensata per recepire le semplificazioni e agevolare gli insediamenti strategici sul territorio lombardo.

Questo provvedimento ha suscitato l’attenzione e la parziale resistenza delle amministrazioni locali. Oltre 50 sindaci e amministratori lombardi – in particolare delle aree della Martesana, dell’area Sud di Milano e della cintura metropolitana – hanno sottoscritto il 12 maggio 2026 un appello formale rivolto alla Regione per l’apertura di un tavolo di confronto e per il rinvio dell’approvazione della proposta di legge.

La mobilitazione dei primi cittadini non nasce da un’opposizione ideologica alla digitalizzazione, bensì dalla richiesta di un maggiore coinvolgimento nelle scelte di governo del territorio. I sindaci sottolineano il rischio che un’eccessiva deregolamentazione possa scavalcare gli strumenti di pianificazione comunale, limitando la capacità degli enti locali di tutelare le aree agricole dal consumo di suolo e di negoziare adeguate compensazioni ecologiche.

I sindaci evidenziano che lo sviluppo dei Data Center non può essere gestito attraverso singoli procedimenti autorizzativi isolati, ma necessita di una regìa programmatoria complessiva a livello sovracomunale. Solo una visione d’insieme permette di valutare gli impatti cumulativi generati dalla concentrazione di più impianti e delle relative infrastrutture di connessione, come le nuove stazioni elettriche e le linee di trasmissione ad alta tensione.

Sul piano della sostenibilità territoriale, le preoccupazioni riguardano il rischio di un incontrollato consumo di suolo permeabile, di mancata tutela per le aree agricole e i parchi. Pur condividendo il principio della rigenerazione urbana, i sindaci lombardi mostrano preoccupazione per l’idea di eliminare le compensazioni in presenza di interventi che producono importanti impatti ambientali, energetici e infrastrutturali.

Nonostante questo, il 26 maggio 2026 l’aula ha dato il via libera a maggioranza alla normativa per la Regione Lombardia.

 

Bit e territorio: alla ricerca di un nuovo equilibrio

La complessità emersa negli ultimi mesi dimostra che la transizione digitale ha una dimensione fisica e locale che non può essere trascurata. Se il nuovo Testo Unico nazionale offre una cornice di semplificazione indispensabile per non perdere competitività a livello internazionale, le richieste dei sindaci lombardi ricordano l’importanza di non azzerare il confronto con le realtà locali. Il futuro di questo settore in Italia dipenderà dalla capacità di trovare un punto di equilibrio avanzato: una governance capace di accogliere investimenti, ma anche di definire regole precise per la tutela delle risorse idriche, il contenimento del consumo di suolo e l’adozione di reali sistemi di compensazione energetica a beneficio delle comunità ospitanti.

Vi è, infine, un elemento che non può essere trascurato. Tutti i testi normativi vigenti o allo studio in Italia si concentrano soprattutto sugli impatti ambientali, i Data Center, tuttavia, così come i magazzini logistici, rappresentano l’infrastruttura indispensabile all’economia di piattaforma che impatta fortemente alla scala della prossimità dal punto di vista socioeconomico. Anche i bisogni e le fragilità delle comunità locali nei territori dove vengono insediati i Data Center devono essere presi in considerazione perché i costi dello sviluppo non creino nuove forme di disuguaglianza.

Immagine di copertina: distribuzione territoriale dei Data Center nel Nord Italia, 2025 (elaborazione a cura degli autori)

 

Il progetto di ricerca PRIN 2022 dal titolo “Territorializzare il PNRR” – che ha visto coinvolte l’Università IUAV di Venezia, il Politecnico di Milano, l’Università del Piemonte Orientale e Ires Piemonte – si è concentrato su tre regioni del Nord Italia e cioè Piemonte, Lombardia e Veneto. Dal progetto di ricerca è nata la collana editoriale omonima, diretta da Laura Fregolent ed edita dalla casa editrice Anteferma. La collana si propone di raccontare i processi che caratterizzano gli interventi del PNRR e gli effetti alla scala urbana e territoriale degli investimenti, per provare a restituire le potenzialità e le opportunità, ma anche le criticità, di questa politica pubblica.

Il libro “Disciplinare lo sviluppo dei data center: Globalizzazione digitale e PNRR” di Elena Franco e Stefania Tonin si propone di osservare come riforme e investimenti previsti dal PNRR trainino in Italia il mercato connesso allo sviluppo dei data center. In un quadro di forte crescita, soprattutto nelle regioni del Nord, la costruzione dei data center sta avvenendo, tuttavia, in mancanza di un quadro normativo aggiornato che sappia coniugare necessità di innovazione con scelte sostenibili per le comunità locali. Ai primi tentativi di valutazione degli insediamenti è necessario, dunque, integrare l’analisi degli impatti – non solo ambientali, ma anche socioeconomici, di questa nuova tipologia di infrastrutture alla scala locale, mettendo al centro il bene comune.

Autori

  • Elena Franco

    Nata a Torino (1973), è architetta e si occupa di valorizzazione urbana e del territorio. Della sua formazione in restauro al Politecnico di Torino conserva la capacità di leggere gli edifici e comprenderne le trasformazioni, anche grazie alla ricerca storica. È autrice di articoli e saggi sul tema della rivitalizzazione urbana e partecipa a convegni e workshop in Italia e all’estero, in particolare in materia di town centre management e place management. La fotografia – di documentazione e ricerca – occupa gran parte della sua attività e viene spesso utilizzata nei suoi progetti, anche a supporto del lavoro di costruzione dell’identità locale e di percorsi di messa in rete di potenzialità territoriali. Fra le sue pubblicazioni: “La rinascita dell’ex ospedale di Sant’Andrea a Vercelli” (2016), “Hospitalia. O sul significato della cura” (2017), Ars Curandi (2021).

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  • Stefania Tonin

    Economista, PhD in Analisi e governance per lo sviluppo sostenibile, è professoressa di I fascia in economia applicata. Svolge attività di ricerca scientifica nel campo della valutazione delle risorse ambientali attraverso tecniche di valutazione non di mercato, dell’analisi dei fenomeni territoriali e dell’economia urbana. È membro della Commissione Tecnica di Valutazione di Impatto ambientale del Ministero dell’Ambiente e Sicurezza Energetica (MASE). Ha collaborato attivamente molti anni con ISPRA, la Fondazione Eni Enrico Mattei e ha svolto attività professionale di consulenza per il MASE.

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