Università/2, non facciamo come il paziente di Freud

 

La replica del fondatore del Giornale al rettore del Politecnico di Milano: senza una profonda autocritica, la risposta digitale alla crisi pandemica servirà solo a tenere in piedi un paradosso

 

LEGGI GLI ALTRI CONTRIBUTI DELL’INCHIESTA “LE CASE E LA CITTA’ AI TEMPI DEL CORONAVIRUS”

 

Forse in congiunture come quella che stiamo vivendo, andrebbe tenuto come livre de chevet il Candide di Voltaire. Le catastrofi non sono portatrici di palingenesi. Morte, malattia, dolore sono compagni che generano nemici, che alimentano angosce e irrazionalismi di massa. Pensare a scorciatoie tecnologiche per affrontare i problemi che la catastrofe pone è ingenuo: Manuel da Maya dovette inventarsi un nuovo diritto per avviare la ricostruzione di Lisbona; Albert Speer diede una risposta forse un po’ diversa.

Rispondo alle riflessioni di Ferruccio Resta, rettore del Politecnico di Milano. La realtà, dispiace dirlo, è che oggi l’università non è neanche in grado di porsi il problema di un ospedale che risponda ai problemi di una pandemia, a differenza della seconda metà dell’Ottocento. Anzi, sino a ieri, le università e le élite politiche parlavano di parchi della salute: l’ennesimo recinto, questa volta dedicato alla ricerca in campo biomedico, quasi che la cura non appartenesse più ai medici e non interessasse la società. Forse non abbiamo bisogno di altre gated communities.

In realtà, “A distanza da chi…” l’hanno preparata le stesse università. Un mix esplosivo di sedi nelle cui aule c’erano 300 e più studenti ad ascoltare un professore-tribuno e sedi decentrate, autentiche stazioni di transito, quasi un caravanserraglio, dove che ci fossero gli studenti era unicamente un’opportunità per ampliare poteri. Basterebbe ricordare cosa furono i concorsi universitari locali con tre idonei. Senza una profonda autocritica, la risposta digitale alla crisi pandemica servirà solo a tenere in piedi un paradosso. Fare dell’attrattività la regola della “nuova” università, lascia oggi a casa (e non solo oggi, la paura è qualcosa che non si vince con la tecnica) migliaia di studenti, che possono e potranno essere raggiunti solo via internet. L’università di una globalizzazione che pensava di aver annullato lo spazio è messa in crisi da un granello di polvere che ha svelato come quasi tutte le scelte che ne avevano segnato la fortuna (dal decentramento inseguendo il costo del lavoro alla terziarizzazione spinta delle città europee e statunitensi) fossero profondamente ideologiche.

L’università nasce come luogo in cui si andava perché c’insegnava quel maestro, perché c’era quella biblioteca o quel laboratorio e perché era un luogo di crescita civile oltre che professionale. Dimenticarsi del valore del luogo e dell’incontro significa togliere all’università la sua natura d’istituzione fondata sul dialogo. Jacques Lacan chiamava “seminari” le sue lezioni! Forse, come per tutte le parole, bisognerebbe tornare a pensare al significato, ad esempio, di “seminario”, e al suo rapporto con i modi della formazione. Credo che da questa fase, in cui la solitudine segna anche simbolicamente la negazione della comunità scientifica, si potrà uscire se ci renderemo conto di essere arrivati disarmati, di fronte alla domanda di produrre anche solo una mascherina, il cui plusvalore non poteva interessare a una società che pensava di far nascere soldi spostando soldi e per questo ne aveva decentrato la produzione. E quell’incapacità è costata migliaia di vite umane.

Walter Benjamin titola un suo saggio, che diventerà il penultimo volume della raccolta dei suoi scritti, Aura e Caos. L’aura sarà molto difficile da riconquistare, ma senza aura e carisma l’universitas non esiste. E il caos è quello in cui siamo piombati, non appena ci siamo accorti che era proprio l’hardware della nostra società ad andare in crisi (il vagone di un treno, la cabina di un aereo, la distribuzione di un appartamento, via Toledo o Plaza de las Tres Culturas…). Non è con il software che troveremo un’uscita dal caos, tanto meno con l’esaltazione di una presunta nuova era digitale, qualsiasi essa sia. Come non sarà l’ammirevole sforzo di tanti docenti, che hanno riscoperto la preparazione delle lezioni, a salvare la natura dell’apprendimento e della ricerca. Il digitale può aiutare un’università che sia capace di ridiscutere il suo statuto e il suo rapporto con la società. Ma ci si forma nel confronto democratico tra progetti formativi, e si fa ricerca se da quel conflitto nascono domande cui non si può non rispondere. Attrezzare tecnologicamente il caos sarebbe, come avrebbe scritto Sigmund Freud, sposare la rimozione del problema, nel momento in sono venuti al pettine nodi strutturali, tutti assieme, spaesando quasi ogni sapere e alzando senza pietà i veli sulla natura ideologica della globalizzazione.
Anche in questo caso sarebbe utile un passo indietro. Il vocabolo “internazionale” recava con sé valori che avevano al centro la crescita dell’uomo; ora, invece, si globalizzano i mercati. Poi basta un virus o anche solo un black-out come la sera del 13 luglio 1977 a New York, perché quella gioiosa macchina da guerra si fermi, lasciandoci soli e spaventati.

 

Immagine di copertina: lezione nel teatro anatomico dell’Università di Cagliari (fonte: CREA – Centro servizi di ateneo per l’innovazione e l’imprenditorialità)

Autore

Nato a Canale (Cuneo) nel 1944, è storico dell'architettura e della città contemporanee. E' stato preside della Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino dal 2000 al 2007, dove ha svolto attività didattica dal 1972. Ha insegnato all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, al Mit di Boston e in altre università straniere. Autore di numerosi saggi e testi, ha curato la pubblicazione del "Dizionario dell'architettura del XX secolo" (Allemandi/Treccani, 1993-2003) e nel 2002 ha fondato «Il Giornale dell'Architettura», che ha diretto fino al 2014. Tra i suoi principali testi: "Le Corbusier e «L’Esprit Nouveau»" (Einaudi, 1975; con R. Gabetti), "La città industriale: protagonisti e scenari" (Einaudi, 1980), "Alle radici dell'architettura contemporanea" (Einaudi, 1989; con R. Gabetti), "Le esposizioni universali" (Allemandi, 1990; con L. Aimone), "La città e le sue storie" (Einaudi, 1995; con B. Lepetit), "Architettura e Novecento" (Donzelli, 2010), "Architettura e storia" (Donzelli, 2013), "La Villa Savoye. Icona, rovina, restauro" (Donzelli, 2016; con S. Caccia), "Città e democrazia" (Donzelli, 2018), "Progetto e racconto" (Donzelli, 2020)

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