Un’icona mitica e autentica che abbiamo il dovere di ripristinare

Secondo Benjamin Mouton, per i valori simbolici che rappresenta, la cattedrale appartiene all’umanità e non possiamo agire in base al libero arbitrio

 

Leggi tutti gli articoli dell’inchiesta “Notre-Dame de Paris dopo l’incendio”

 

Una presa di posizione necessaria

La notte dell’incendio, il presidente della Repubblica Emmanuel Macron è andato sul posto. Nel momento in cui i messaggi di vicinanza cominciavano ad arrivare da tutto il mondo, quel gesto è stata una risposta alla gravità dell’evento, ad un’emozione unanime. Questa presenza sul luogo della tragedia era necessaria e molto sentita. Nella sua dichiarazione, Macron ha espresso la volontà di restaurare la cattedrale, conformemente alle responsabilità dello Stato, proprietario di una parte e responsabile della legislazione sui monumenti storici. Questo impegno, affermato ufficialmente, era necessario per dissipare le preoccupazioni suscitate dall’entità allarmante dei lavori da eseguire. L’annuncio di voler completare il lavoro in cinque anni, a cui sono stati dedicati fiumi d’inchiostro, è stato criticato sia dai professionisti sia dai politici. Su questo è necessario fare chiarezza: a fronte di annunci di vario tipo, che prefiguravano possibili ritardi di 20-30 anni sui lavori, provocando un certo malcontento e sollevando dubbi sull’impegno deciso dello Stato, è stato necessario dare una risposta, esprimendo la volontà di agire rapidamente, di mobilitare gli sforzi e d’iniziare senza indugio. E dunque, questa presa di posizione era doverosa, visto il ruolo che il presidente della Repubblica ricopre. Il termine dei lavori è ovviamente ancora difficile da definire e dipenderà dall’analisi dello stato di fatto, ancora in corso, e dalla natura dei lavori da svolgere.

 

Architettura contemporanea vs ripristino

Per quanto riguarda l’approccio architettonico da adottare e il dibattito ancora in corso, le posizioni sono piuttosto chiare. Da un lato, la posizione “militante” a favore dell’architettura contemporanea, che impone la creazione architettonica ogniqualvolta sia possibile. Conosco bene questa posizione e la sostengo con convinzione. Naturalmente, non può che trattarsi, in questo caso, di “buona architettura”, che sia ancora riconoscibile come tale tra 50 anni e oltre.

Dall’altro, la posizione che consiste nel riferirsi all’edificio e nel comprenderne l’evoluzione prima di decidere. La cattedrale è il risultato di tre campagne di cantiere principali: la prima, quella che ha costruito l’intero edificio dal 1163 al 1220, è stata caratterizzata da uno stile architettonico unitario, innovativo in origine, e un po’ meno alla fine, in risposta alla radicale volontà di un’architettura omogenea da parte del Capitolo della cattedrale; la seconda campagna, dal 1230 al 1340, ha visto la costruzione delle cappelle tra i contrafforti, di nuovo in uno stile architettonico unitario, con i medesimi obiettivi di omogeneità; la terza è quella del XIX secolo, dal 1844 al 1864, quando lo Stato ha imposto agli architetti Lassus e Viollet-le-Duc di riparare la cattedrale modificata, un incarico scrupolosamente eseguito secondo le concezioni dell’epoca e con alcune aggiunte a margine, tra cui la fléche. Il risultato è una rara coerenza architettonica, dal rilevante valore storico, dall’autenticità non “presunta” ma “reale”, frutto degli sforzi del Medioevo e dell’Ottocento, un rigore che lega queste tre campagne secondo un’altra autenticità, in questo caso “intangibile”. La classificazione MH (Monument Historique, uno statuto giuridico specifico) nel 1862, e l’iscrizione nella lista del Patrimonio mondiale Unesco nel 1991 hanno confermato, due volte, la conservazione della “integrità”.

Tornando al dibattito architettonico, e partendo dall’edificio: l’architettura di Notre-Dame è abbastanza modesta da diventare il supporto di un’altra architettura aggiunta, o è abbastanza forte da giustificare il suo ripristino? La discussione può essere affrontata anche sul piano simbolico, storico o culturale: l’incendio di Notre-Dame è un evento storico, come i deliberati bombardamenti di Reims e Dresda, e dovrebbe essere commemorato, o si tratta solo di un caso – le cui origini sono ancora poco chiare – chiaramente non intenzionale? È necessario precisare che questo incidente non ha alcun valore storico e che, quindi, non vi è alcuna ragione di esibirne le ferite, preservando vittime e carnefici in un’eterna immobilità.

Ma al di là di questo dibattito, va tenuto conto di un altro elemento: quello di un’identità che si è affermata da tempo. Più che Bourges, Reims o Amiens, più che Colonia o Westminster, è Notre-Dame che ora rappresenta la mitica cattedrale gotica, massiccia e allo stesso tempo dinamica con i suoi contrafforti e la celebre fléche, in quella spettacolare mise en scène offerta dall’estremità dell’Île de la Cité. Il mondo intero l’ha resa un’icona, e gli sconcertati messaggi di lutto che sono stati inviati da tutti i continenti, tutte le civiltà, tutte le confessioni, ne sono la prova tangibile, e allo stesso tempo significano per noi che la cattedrale non ci appartiene più, che non abbiamo più la libertà di smantellarla, ma ci ricordano anche la nostra responsabilità e i nostri doveri di conservazione. A queste condizioni, penso che la risposta sia chiara: sembra che non abbiamo più scelta e che la cattedrale debba essere riportata al suo stato prima dell’incendio. Questo dibattito dovrebbe essere più aperto e, sia in termini di architettura sia di conservazione del patrimonio, sarebbe auspicabile una grande conferenza mondiale su quanto questo incendio ci ispira sul piano tecnico e filosofico.

 

Restauro come restituzione

Tecnicamente, il lavoro si basa su due approcci. Innanzitutto, le riparazioni. Al di là dei lavori di consolidamento provvisorio e di messa in sicurezza dell’edificio attualmente in corso, e una volta che la muratura risulterà meno umida, sarà necessario consolidare le volte ancora in opera, e ricostruire quelle che sono crollate nella loro disposizione originaria e in perfetto equilibrio con i contrafforti che le maestranze del XII secolo erano riuscite a realizzare; riparare le porzioni delle pareti del transetto danneggiate dalle fiamme impiegando metodi specifici e sostituendo le pietre alterate con elementi nuovi. Una selezione molto accurata dei frammenti potrà anche consentire operazioni di anastilosi. Si tratterà poi di procedere con la pulizia, la rimozione del piombo e della polvere, di ricollocare l’organo e di ripristinare gli impianti elettrici, di riscaldamento, etc…

In secondo luogo, i lavori riguarderanno principalmente la ricostruzione del tetto e della flèche. La Carta di Venezia utilizza il termine “restauro”, all’articolo 9, in cui è scritto «Il suo scopo è di conservare e di rivelare i valori formali e storici del monumento e si fonda sul rispetto della sostanza antica e delle documentazioni autentiche. Il restauro deve fermarsi dove ha inizio l’ipotesi». Tuttavia, in questo caso non c’è quasi nessuna ipotesi, poiché tutte le strutture distrutte o fortemente alterate sono perfettamente note, registrate, misurate, fotografate. Il “restauro” è quindi inteso come “restituzione”.

Per quanto riguarda la coerenza strutturale, i calcoli statici hanno dimostrato che è necessaria una copertura pesante per verticalizzare la pressione risultante dalle volte e dai contrafforti. Quali materiali? Il metallo deve essere scartato perché non è abbastanza pesante; il calcestruzzo è pesante, ma potrebbero risultare problematiche la sua produzione e posa in opera. Nel caso di Reims, va ricordato che la struttura prefabbricata in calcestruzzo era dovuta alla grave carenza di legno e al fatto che ogni elemento in calcestruzzo era stato dimensionato per essere assemblato a mano nelle strette scale a chiocciola. Per quanto riguarda il legno, questo può soddisfare gli obiettivi di peso e di messa in opera.

E per quanto riguarda la carpenteria? Recenti indagini hanno dimostrato la complessità delle tre strutture, quella del XII secolo, ricostruita nel XIII secolo nel coro, e quella della navata alla fine del XII secolo, tutte e tre di eccezionale fattura. La presenza di legno di reimpiego, le molteplici modifiche e le riparazioni sono tanti valori aggiunti, costruttivi e storici che una ricostruzione identica non sarà mai in grado di ripristinare. Si tratterà allora di proporre un’idealizzazione della presunta impostazione generale? Si può quindi mettere seriamente in dubbio la legittimità di tale opzione, considerato inoltre che, ai fini didattici, questa dimostrazione sarebbe più efficace in un luogo apposito, piuttosto che in un sottotetto non accessibile al pubblico.

Per quanto riguarda la flèche, quella originaria è stata costruita intorno al 1250 e se ne ha una conoscenza, non molto dettagliata, dalle rappresentazioni storiche. Demolita dal clero nel 1787, è stata ricostruita nel 1859, diventando un elemento inseparabile dalla cattedrale gotica restaurata nel XIX secolo (tetti, crinali, statue). Dal punto di vista della sua concezione e dell’esecuzione, l’eleganza e la tecnica impiegata la qualificano come un vero e proprio capolavoro. Se siamo d’accordo su questo punto, allora essa dev’essere riportata al suo stato originale.

Dal punto di vista dei materiali (pietra, legno e piombo) l’approvvigionamento del cantiere non è problematico, considerando i giacimenti esistenti e attivi. Per quanto riguarda le competenze, l’opera non presenta alcuna particolare soluzione tecnica, e si basa su lavorazioni conosciute e attuabili. La manodopera qualificata è reperibile grazie al coinvolgimento di diverse imprese competenti nell’ambito dei Monuments Historiques. Un grande atelier aperto al pubblico sulla piazza sarebbe una magnifica vetrina di “saper fare”, dove falegnami, scalpellini, conciatetti, ecc. si trovano fianco a fianco.

Dopo tre mesi, a poco a poco, gli animi si sono calmati e, riconoscendo sia l’eleganza dell’opera di Viollet-le-Duc sia l’esemplare omogeneità dell’architettura gotica così rivelata, sembrano determinati a procedere con il ripristino dello stato di fatto antecedente all’incendio. Allora, potrà essere recitato un Te Deum tra cinque anni… e sarà un’ode alla saggezza, alla misura e alla cattedrale eterna. Ma la cattedrale avrà ancora bisogno, come prima dell’incendio, di lavori permanenti, senza perdere un anno.

 

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Immagine di copertina: Eugène Emmanuel Viollet-le-Duc, la flèche di Notre-Dame (tratto dal Dictionnaire raisonné de l’architecture française du XIe au XVIe siècle, 1854-1868, tomo V – © Gallica, BnF)

Autore

Classe 1948, è laureato in letteratura e architetto diplomato all’École de Chaillot, dal 1980 è Architecte en Chef des Monuments Historiques e dal 1994 Inspecteur Général des Monuments Historiques. Ha diretto i lavori di restauro dei monumenti storici nei dipartimenti di Finistère e Morbihan, Eur e Eure-et-Loir. A Parigi, oltre alla cattedrale di Notre Dame, di cui ha seguito il restauro fino al 2013, si è occupato dell’Arc de Triomphe (1993), della Basilica di Saint Denis, dell’Hôtel National des Invalides, della Val de Grâce, dell’École Militaire e dell’École Nationale Supérieure des Beaux-Arts.
Docente all’École de Chaillot (1983-2013), a Sofia, Tunisi, Rabat, Roma e Atene, e attualmente professore ordinario all'Università Tongji (Shanghai), è stato presidente della Compagnie des Architectes en Chef des Monuments Historiques, dell’ICOMOS France e dell'Académie d'Architecture

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