Un problema irrisolto

Di Nicola Boscoletto  •  Gen 28, 2019 at 8:27am  •  Emergenza carceri

Un problema irrisolto

 

In carcere quando le cose vanno male si sente la necessità di fare qualcosa ma, non appena la finestra si apre un po’, immediatamente il sistema si ribella e si chiude in se stesso

 

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Il carcere: quello strano albergo al contrario dove per far tornare i “clienti” occorre trattarli male. La pandemia da Covid19 è seconda solo alla “Buro-Virus-Crazia” che genera burocrati irresponsabili, incoerenti e violenti.

Mai nella storia italiana, europea e mondiale il tema delle carceri, anche se sarebbe corretto dire della pena, ha trovato una soluzione compiuta. Ciò riguarda tanto l’edilizia penitenziaria, quanto il lavoro, la presenza e l’azione del volontariato, in particolare tutta quella parte di società civile che non è Stato. Ci sono stati periodi in cui le cose andavano un po’ meglio e periodi in cui andavano peggio. Mai completamente bene. In genere le cose vanno meglio quando il clima che si vive nella società è buono, positivo, rispettoso delle leggi e della dignità delle persone, amante delle diversità e non del pensiero unico, cioè il “mio”. Per cambiare le cose, la società, occorre prima cambiare le persone, il cuore delle persone

Oggi lo scenario che stiamo vivendo è sotto gli occhi di tutti. Una vergogna italiana, europea e mondiale; siamo tutti in “buona” compagnia. Si badi bene che la colpa non è del Covid, né nel 2008 della crisi economica. Prima delle conseguenze (crisi economica 2008, Covid, etc.) ci sono le cause. La cosa triste è che, senza andare troppo indietro nel tempo, anche se servirebbe, in questi ultimi 60 anni le cause non sono mai state messe al centro o sono state immediatamente messe da parte, assieme alle persone, da chi con grande coraggio ha provato ad affrontare il problema.

Gli ultimi 60 anni sono contraddistinti da cicli di 20 anni. A fine anni ‘70 si chiude malamente un periodo che avrebbe potuto portare dei cambiamenti importanti e duraturi. Il sistema carcere si chiude in totale difesa di se stesso. Tra inizio anni ‘80 e fine anni ‘90 la situazione in carcere si trasforma nel nulla, nel vuoto trattamentale (autolesionismo e aggressioni). Successivamente grosse spinte sia interne che esterne portano il carcere a riaprirsi. Questa apertura si spinge per una decina di anni (2000/2013). Dal 2014 la fisarmonica torna a riavviare il processo di chiusura. Ora siamo nel pieno di questo periodo negativo, che continuerà almeno fino a metà del 2020.

In carcere quando le cose vanno male si sente la necessità di fare qualcosa ma, non appena la finestra si apre un po’ (la finestra e non la porta, si badi bene), immediatamente il sistema si ribella e si chiude in se stesso, espellendo tutti quelli che non c’entrano niente con l’amministrazione penitenziaria, assieme a quei pochi competenti e seri della stessa, veri servitori dello Stato.

Queste modalità con questi tempi non permettono ai nascenti cambiamenti di mettere radici, di creare qualcosa di strutturalmente importante e duraturo. Pochi costruiscono e molti distruggono. Distrugge anche l’indifferenza; e d’indifferenza ce n’è tanta, tra i quasi 60.000 dipendenti dell’amministrazione penitenziaria (di cui circa 38.000 agenti). Ad esempio, a quando risale la progettazione e costruzione di un carcere che rispetti le linee scritte nella nostra Costituzione e nella normativa che ci siamo dati?

È evidente che il sistema carcere ha fallito, eppure non se ne può parlare, o al massimo se ne può solo parlare. La recidiva ufficiale è di circa il 70%, ma quella reale è del 90%. È vietato chiedersi quante persone assunte dell’amministrazione penitenziaria credono ancora alla funzione della pena. Grandi manifestazioni e grandi parate (elogi compresi) a tutto il personale per l’indescrivibile dedizione che profondono come servitori dello Stato. Perché non se ne può parlare con grande realismo e semplicità senza che qualcuno (quasi tutti) si offenda?

Chiediamo tutti a gran voce più sicurezza e, più che mai oggi, risparmio economico, ottenendo in realtà maggior insicurezza sociale e uno spreco economico abnorme. Perché si fa così fatica a guardare la realtà dei fatti? Mai era successo che un papa il venerdì santo, in mondovisione televisiva, mettesse al centro di tutte le 14 stazioni della via crucis solo il mondo del carcere. Le carceri sono una piaga a livello mondiale, la vera pandemia si chiama sistema penitenziario, dove quasi tutti quelli che gestiscono, governano, comandano sono dei burocrati asintomatici positivi o indifferenti o sfiduciati. Ormai non ci si rende nemmeno conto di essere portatori di negatività, tutti “pensavamo di rimanere sani in un mondo malato…”. Intanto, il sistema va a fondo.

Che cosa si può dunque fare? Due cose.

La prima. Uso un esempio. Se hai un edificio vecchio completamente da sistemare, hai due strade: o opti per la ristrutturazione oppure è molto più conveniente, veloce e con risultati migliori radere tutto al suolo e ricostruire di nuovo. Questo edificio vecchio, questo rudere è il Dipartimento di amministrazione penitenziaria; lo è sotto tutti i punti di vista. Basti pensare che nel 2020 la quasi totalità degli istituti non riesce a gestire una videoconferenza, sia per l’arretratezza tecnologica (e parliamo di sicurezza) sia per l’incapacità dei dirigenti. Credo però che la difesa del rudere sia più forte del desiderio di cambiamento. In ogni caso, nell’immediato non va abbandonato nessun tentativo.

Non ci resta che la seconda cosa da fare e, cioè, continuare a vivere con verità, con onestà e trasparenza (la trasparenza che in alcuni casi è totalmente assente negli istituti); ovvero, quello che ciascuno di noi, con la propria professione, è chiamato con responsabilità a costruire giorno dopo giorno. Non dobbiamo lasciarci “rubare la speranza”, e questo dipende solamente da ciascuno di noi. Il tempo è dalla nostra parte.

Una nota finale a scanso di equivoci. Per favore che nessuno dell’amministrazione penitenziaria si stracci le vesti e si lanci in vittimismi (quelli dovremmo lasciarli alle persone detenute; anzi no, dovremmo educare anche loro a non cadere nel vittimismo e ad assumersi le loro responsabilità). Serve solo realismo. Chiunque avrà qualcosa da ridire è evidentemente un asintomatico “negativo” fuori dalla realtà.

 

Immagine di copertina. Top Food Experience: nell’ambito dell’Expo 2015 oltre 200 imprenditori e ristoratori da 36 Paesi sono stati accolti all’interno della Casa di reclusione di Padova dalla Cooperativa sociale Giotto

Autore

Presidente della Cooperativa sociale Giotto. Attivo fin dal 1990 nell’inserimento lavorativo delle persone detenute, sia all’interno che all’esterno delle carceri. Ha maturato una qualificata esperienza, anche a livello internazionale, nel settore dell’esecuzione penale.

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