Un passo avanti e due indietro: vicende dell’architettura penitenziaria in Italia

 

Le contraddizioni nelle scelte organizzative e le occasioni mancate in seno al Dipartimento di amministrazione penitenziaria dagli anni ’70 a oggi

 

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Discutere di architettura e carcere in tempi di “corona virus”, quando le recenti rivolte dei detenuti hanno drammaticamente riportato all’attenzione la questione delle condizioni di vita all’interno delle carceri, può apparire fuori luogo. Tuttavia, i danni subiti da ben 22 strutture pongono il Dipartimento di amministrazione penitenziaria (DAP) in notevole difficoltà per l’urgenza di sistemazione temporanea dei detenuti, i costi da affrontare per ripristinare le strutture danneggiate e la necessità, in generale, di gestire gli spazi per evitare eventuali contagi all’interno.
Gli odierni problemi di rigidità strutturale sono il portato di una non recente frattura tra carcere e architettura. Nel Repertorio del patrimonio edilizio penitenziario in Italia al 1997 ho riportato come l’esperienza innovativa del modello definito a “corpi differenziati”, avviata nel secondo dopoguerra grazie all’apporto determinante di Sergio Lenci e Mario Ridolfi, sia cessata, in controtendenza con lo spirito riformatore che ispirava l’Ordinamento del 1975, con l’emergenza di ordine pubblico di fine anni ’70, che vide affidato il coordinamento per la sicurezza delle carceri al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Con la legge finanziaria n. 119/1981 fu avviata la realizzazione di un consistente programma di edilizia penitenziaria destinato a modificare i criteri di progettazione in maniera così sostanziale che l’amministrazione penitenziaria ancora oggi non appare in grado di fuoriuscire dai confini anche culturali imposti dalla filosofia dell’emergenza sicuritaria, nonostante il lungo periodo di gestione ispirata al “carcere della speranza” a cui si rifaceva il rinnovamento amministrativo che, con l’emanazione della legge n. 395/1990, ha consentito al DAP di avvalersi, dal 1993, di un proprio staff di progettisti.
Eppure le occasioni per l’utilizzo di nuovi criteri nella progettazione di opere carcerarie, ispirati all’Ordinamento del 1975 e ai Regolamenti del 1976 e 2000, in linea con quelli europei e occidentali, non sarebbero mancate:
– nel 2003, l’istituzione di Dike Edifica spa. Fallita in una ambiziosa quanto controversa spinta alla privatizzazione del sistema;
– nel 2009, il “Piano carceri”, con l’istituzione di un “Commissario straordinario”. Nonostante gli ampi poteri conferiti in materia tecnica, l’Ufficio del Commissario non sortisce il risultato atteso, nel 2014 viene sciolto e le competenze di progettazione e realizzazione degli interventi tornano al Ministero delle infrastrutture;
– nel 2015, l’istituzione in seno agli Stati generali dell’esecuzione penale, di un tavolo specifico su “Architettura e carcere”. Questa esperienza ha consentito di definire nuovi criteri che, tuttavia, non hanno trovato pieno riscontro nella realizzazione pratica d’interventi ex novo e/o di adeguamento e ampliamento del patrimonio edilizio in uso.
A dimostrare le contraddizioni tutt’ora esistenti tra le ragioni di una ricerca architettonica democratica e innovativa, in linea con un Ordinamento penitenziario tra i più avanzati, e le urgenze sicuritarie di volta in volta sempre emergenti, è utile menzionare tre circostanze:
– lo smarrimento dell’interessante documentazione acquisita dal DAP con il concorso d’idee bandito nel 2001 per l’elaborazione di un “prototipo di istituto penitenziario di media sicurezza”;
– l’affidamento, per il 2019 e il 2020, al personale tecnico del DAP di funzioni di progettazione per opere di ristrutturazione e manutenzione anche straordinaria e di realizzazione di strutture ex novo, al fine di far fronte al sovraffollamento, e la contemporanea possibilità, in vista del riuso di alcune caserme militari in carceri, di avvalersi del personale del Genio militare del Ministero della Difesa;
– la notizia di questi giorni del demansionamento dei dirigenti tecnici dell’Ufficio centrale (due architetti e un ingegnere), destinati, come dirigenti amministrativi, a ruolo diverso da quello per cui sono stati assunti. Infine, a chiarimento della “considerazione” accordata allo specifico architettonico, l’affidamento del coordinamento delle attività di progettazione e realizzazione edilizia alla responsabilità di un dirigente di area contabile.
Concludendo, nell’augurarci che il DAP riesca in tempi ragionevoli a ripristinare la funzionalità dei numerosi istituti danneggiati, non possiamo fare a meno di chiederci se decisioni così vistosamente contraddittorie non possano minare la residua capacità di gestione di un patrimonio abbastanza compromesso e, in assenza di una qualificata progettazione architettonica degli spazi penitenziari, non si rischi d’inasprire i rapporti di permanenza all’interno delle carceri tra detenuti e con il personale. Ciò in quanto siamo sempre convinti che l’architettura, vista come qualità e vivibilità degli spazi e loro condizione funzionale ed estetica, può condizionare positivamente l’umore degli uomini e contribuire a renderli migliori.
Autore

Architetto, dal 1993 al 2019 in servizio al Ministero della Giustizia, dove ha condotto studi e progetti per il Dipartimento di amministrazione penitenziaria. È autore del Repertorio del patrimonio edilizio penitenziario in Italia al 1997. Ha curato, per l'Alto Commissario per gli aiuti all'Albania, il Piano edilizio del sistema penitenziario nazionale e progettato il carcere di Pequin. Nel 2015 ha partecipato al Tavolo “Gli Spazi della pena: architettura e carcere” degli Stati generali dell'esecuzione penale. Da responsabile tecnico dell'edilizia giudiziaria, ha tenuto per il Dipartimento di organizzazione giudiziaria i rapporti con enti centrali e territoriali, partecipato all'iter di realizzazione delle maggiori opere giudiziarie e ricoperto l'incarico di componente del Consiglio superiore dei lavori pubblici e dei Comitati tecnico amministrativi del Ministero delle Infrastrutture. È componente del Consiglio di disciplina dell'Ordine Architetti di Roma. Opera nel settore ambiente e sviluppo urbano

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