Sulle politiche dell’abitare: demolire le dighe di Begato non basta

La demolizione di uno dei simboli del disagio abitativo dell’edilizia residenziale pubblica apre una riflessione sulla rigenerazione urbana

 

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Published 16 marzo 2021 – © riproduzione riservata

La cronaca restituisce la misura del discorso pubblico, il suo sedimentarsi in immagini di forte valenza mediatica prima ancora che in politiche e progetti. Attraverso la cronaca si possono osservare le politiche e i progetti durante il loro farsi. In molti casi si tratta di politiche che inseguono faticosamente le parole cercando di conformarsi ad esse, dando loro concretezza attraverso azioni, contorcimenti, realizzazioni. È in questa prospettiva che si può leggere il programma di rigenerazione urbana “Restart Begato, presentato ufficialmente il 5 marzo 2019 da Comune, Regione e Azienda Regionale Territoriale per l’Edilizia (ARTE) con l’obiettivo di dare soluzione definitiva ai cronici problemi di disagio sociale del quartiere Diamante e di degrado fisico dell’edificio chiamato “Diga”: uno dei simboli negativi dell’edilizia residenziale pubblica, spesso accomunato dalla letteratura ad altri casi emblematici come il Corviale a Roma, Rozzol Melara a Trieste o Le Vele a Napoli.

 

Le fasi e i numeri del programma

Il programma “Restart Begato” è articolato in tre fasi. Nella prima (completata) era previsto il ricollocamento dei circa 400 nuclei familiari presenti nelle dighe (circa 750 persone) in alloggi di edilizia pubblica recuperati in altre parti del territorio comunale. In questa fase è stato istituito un laboratorio di ascolto e accompagnamento dei cittadini durante tutto il processo di ricollocazione. Nella seconda fase (in corso) è prevista la demolizione della “Diga rossa” e di parte della “Diga bianca” per un totale di 486 alloggi. Contestualmente alla demolizione viene istituito un tavolo interdisciplinare di accompagnamento sociale per la definizione di uno scenario partecipato di rigenerazione urbana del quartiere Diamante. Il tavolo (costituito con la partecipazione dei servizi sociali del Comune, dei servizi sanitari della ASL e di associazioni che operano sul territorio) anticipa la terza fase in cui si prevede la realizzazione di circa 70 alloggi di edilizia pubblica e sociale e il recupero di 37 alloggi della porzione di “Diga bianca” non oggetto di demolizione. Da un punto di vista meramente quantitativo si tratta di un’operazione in deficit, solo compensata dal recupero di alloggi pubblici sfitti. Ciò che manca nei documenti che accompagnano il progetto è un’analisi del fabbisogno di edilizia residenziale pubblica che contestualizzi l’intervento all’interno di un problema abitativo che non è solamente qualitativo.

Parole in cerca di politiche

Nonostante la predisposizione del tavolo di accompagnamento sociale, la dimensione edilizia e l’approccio problem solving del progetto – risolto con la demolizione delle “dighe” – sembrano prevalere nell’orientare la strategia di rigenerazione urbana del quartiere. In questo senso le retoriche del discorso pubblico si muovono specularmente a quelle che alla fine degli anni settanta avevano portato alla costruzione della Diga. Anche in quella circostanza il discorso era orientato all’azione: fare presto quello che le giunte precedenti avevano promesso e non realizzato. Allora si trattava di dare forma a un disegno riformista che individuava nell’edilizia residenziale pubblica un tassello importante all’interno di una visione di città che si voleva ancora industriale in una società fondata sul lavoro, nonostante l’emergere dei primi chiari segni di sgretolamento di quel sistema basato sul settore secondario e sulla stratificazione sociale di classe. I quartieri di edilizia residenziale pubblica hanno rappresentato un tardo manifesto di quella visione riformista di città. Un manifesto che a Genova culmina nell’episodio della 167 di Begato (un quartiere di 20.000 abitanti) e nella realizzazione della Diga. Un errore urbanistico (come era stato denunciato all’epoca) a cui si sono sommati errori in fase di progettazione architettonica e di realizzazione, che hanno comportato un iniziale scadimento della qualità edilizia. A questi errori si sono sommati nel corso del tempo problemi di manutenzione e di gestione che hanno finito per determinare una condizione irreversibile di degrado edilizio e di disagio sociale. Una condizione aggravata da un “accanimento terapeutico” che, nella prospettiva di una riqualificazione edilizia, ha provato più volte a “normalizzare” la macrostruttura. È in questo contesto di crescente degrado edilizio e disagio sociale che matura all’inizio del 2000 l’idea della demolizione della Diga come risoluzione (o rimozione) del problema. In maniera speculare rispetto agli anni settanta, anche oggi il discorso pubblico è orientato all’azione: se allora si trattava di costruire, oggi si tratta di demolire. Un’operazione, quella attuale, che ha come simboli gli stessi manifesti sbiaditi della stagione precedente: la Diga, le Lavatrici… Si tratta dunque di un discorso pubblico fortemente orientato all’azione, ma come già era successo allora, il rischio è quello che l’azione si arresti al livello dell’oggetto edilizio in quanto simbolo di politiche annunciate. Il limite di conformare le politiche a immagine e somiglianza del discorso pubblico è quello di produrre manifesti o contro-manifesti sterili, incapaci di esplorare soluzioni innovative del welfare abitativo oltre la dimensione puramente edilizia, proprio perché volti a orientare l’azione nei termini di un vocabolario fatto di poche parole d’ordine, spesso ripetute come slogan.

Le incertezze della rigenerazione, oltre la dimensione edilizia

È su questo punto che oggi si gioca la sfida della rigenerazione urbana del quartiere Diamante, una volta completate le operazioni di demolizione delle “dighe”. Una prima ipotesi presentata da ARTE prefigurava il sorgere al posto degli edifici demoliti di un nuovo insediamento composto da casette con tetto a falde: un’immagine che si proponeva di risarcire l’immaginario dell’opinione pubblica con un grazioso ritorno a un’edilizia vernacolare, con tecnologie smart e green. Un’ipotesi superata dallo studio di fattibilità allegato al programma di rigenerazione urbana in cui, con una logica di stringente razionalità economica, s’ipotizza di riutilizzare i sedimi delle dighe demolite per costruire tre nuove palazzine con tecnologie che permettano successivi smontaggi e assemblaggi. Si tratta comunque di oggetti edilizi di piccole dimensioni che s’inscrivono nella valle del quartiere  su cui ancora insistono i grandi edifici della 167 non oggetto di demolizione.

Superare la logica edilizia non significa solo allargare lo sguardo dall’oggetto al contesto, per riconsiderare il disegno dello spazio aperto e delle dotazioni dei servizi urbani, ma significa anche prendere in considerazione la dimensione sociale e identitaria del quartiere. È su questo obiettivo che si muove il tavolo di accompagnamento recentemente istituito dall’amministrazione. Un percorso ancora in divenire che per essere innovativo deve per forza di cose sottrarsi alle retoriche del discorso politico. In questo senso non si tratta più di trovare le azioni adeguate a dare forma apparente al discorso pubblico. Ma all’opposto si tratta d’intraprendere un percorso dagli esiti incerti che esplori le modalità di un nuovo possibile welfare abitativo in un momento storico di crescente fabbisogno di edilizia residenziale pubblica.

Autore

Architetto, dottore di ricerca presso la Facoltà di Architettura Valle Giulia dell’Università La Sapienza di Roma, professore a contratto del corso Fondamenti di Urbanistica presso il Dipartimento di Architettura e Design (dAD) della Scuola Politecnica dell’Università di Genova. Ha pubblicato articoli e saggi su riviste di settore e su opere collettanee e le seguenti monografie “La costruzione della periferia. La città pubblica a Genova 1950-1980” (Gangemi, 2015), “Viaggio su territori altrui. Le Corbusier a New York e Reyner Banham a Los Angeles” (plug_in, 2018).

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