Stessa spiaggia, stesso mare?

 

Come garantire il rispetto delle prescrizioni sanitarie in un Paese che sulla qualità delle spiagge ha costruito una parte importante del proprio richiamo turistico?

 

 

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Tra i molti settori messi in crisi dall’emergenza pandemica, il turismo è tra quelli che stanno vivendo oggi la situazione più drammatica. Se le normali attività commerciali stanno facendo ovunque fronte a pesanti riconfigurazioni dei propri spazi, e conseguentemente a tangibili ridimensionamenti della clientela, gli esercizi legati al turismo – in particolare balneare – si trovano ora di fronte a una vera e propria aporia: sulle spiagge, che rappresentano una delle attrattive maggiori del nostro Paese, gli stringenti vincoli imposti dal principio di distanziamento sociale entrano in conflitto aperto con la natura stessa degli impianti balneari, i quali proprio sull’aggregazione sociale e sull’ottimizzazione dello spazio disponibile hanno storicamente costruito la ragione stessa della propria esistenza.

L’Italia presenta circa 3.350 km di costa sabbiosa, di cui circa il 42% risulta organizzato in stabilimenti balneari (fonte: Legambiente, Rapporto spiagge 2019). Questa tipica modalità di sfruttamento intensivo dei litorali, associata alle peculiarità orografiche delle coste e all’alto tasso di stanzialità del tipo di utenza (per il Sindacato italiano balneari, il 76% dei turisti balneari italiani usufruisce di uno stabilimento), fa sì che le nostre spiagge siano attualmente luoghi mediamente molto affollati, e spesso rigidamente strutturati, con modalità per certi versi simili all’organizzazione fordista, in cui l’introduzione del principio di distanziamento sociale non potrà che produrre effetti dirompenti: banalmente, con l’aumentare della distanza lineare tra gli utenti, la necessità di spazio cresce a sua volta con progressione quadratica.

Tale situazione da un lato evidenzia i limiti dello sfruttamento intensivo di una risorsa spaziale intrinsecamente finita come il territorio costiero e pone domande molto serie sulla reale sostenibilità del modello di sviluppo turistico; sul versante opposto, però – sospendendo momentaneamente il giudizio su tali aspetti – essa offre anche occasioni di riflessione sulle modalità con cui molte funzioni di carattere pubblico sono state tradizionalmente organizzate, dando sempre in qualche modo per scontata la distribuzione bidimensionale dell’utenza come variante pressoché unica della configurazione dello spazio. Ora, con condizioni al contorno così radicalmente mutate, è possibile immaginare nuove configurazioni temporanee e reversibili che – sfruttando lo spazio tridimensionale, o in alternativa “inventando” nuovi suoli artificiali – consentano per la sola durata dell’emergenza il rispetto degli stringenti vincoli sanitari senza sacrificare la capacità ricettiva dei luoghi? La domanda che ci poniamo è, in altre parole, se sia possibile in qualche modo produrre un’estensione temporanea del suolo, sia in orizzontale sia in verticale, in grado di preservare la ricettività pur a fronte di densità così sensibilmente ridotte, tramite operazioni facilmente reversibili: sia in vista di un auspicabile ritorno alla normalità, sia per la stessa natura effimera degli allestimenti balneari, che devono essere rimossi facilmente a fine stagione o in occasione di emergenze meteorologiche.

A fronte di queste domande vi sono, in linea di principio, almeno due configurazioni possibili, ulteriormente declinabili a seconda delle condizioni al contorno, quali l’ampiezza dello specchio di mare disponibile, la dimensione e le condizioni orografiche della spiaggia ecc. Possiamo ad esempio – con in mente The Floating Piers di Christo e Jeanne-Claude sul lago d’Iseo (2016) e compatibilmente con eventuali vincoli portuali, di approdo a terra dei natanti ecc. – pensare di estendere la superficie in orizzontale sull’acqua, con l’ausilio d’isole galleggianti ormeggiate al fondale. Oppure possiamo pensare di sollevare parte delle attrezzature da spiaggia con uno schema a quinconce, tramite una struttura smontabile, in modo da sovrapporre alla spiaggia una Supersuperficie (ricordando le visioni di Superstudio) per raddoppiare verticalmente la superficie utile e sfruttando eventualmente lo stesso ponteggio come struttura ombreggiante.

Nel 1978 le penne di Massimo De Vita e Giorgio Pezzin, davano vita sul numero 1170 di «Topolino» alla storia intitolata Zio Paperone e le spiagge sovrapposte, in cui il magnate, per incrementare gli introiti dei propri stabilimenti balneari ormai saturi, costruiva immensi materassini volanti ancorati al suolo, in grado di moltiplicare lo spazio disponibile sulle spiagge. Anche nelle favole più buffe, a volte, si possono trovare spunti di riflessione inaspettati: nuovi effimeri paesaggi possono prendere vita (breve) in questo frangente sui già ampiamente artificializzati litorali italiani, nell’auspicio che quanto prima si possa tornare a liberare l’accesso alle coste e a ridiscutere modalità di sfruttamento più sostenibili per quella che resta una delle nostre risorse più preziose.

 

Elaborazioni grafiche a cura di Andrea Rapari

 

Autore

Mauro Berta, architetto, PhD, è professore aggregato di Composizione architettonica e urbana presso il Dipartimento di Architettura e Design e responsabile progetti della China Room del Politecnico di Torino.
Davide Rolfo, architetto, PhD, è professore associato di Composizione architettonica e urbana presso il Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino.

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