Scuole d’Italia, le sfide da affrontare partendo dal patrimonio edilizio

DI FEDERICA PATTI

Qualità architettonica, didattica innovativa, rapporto tra spazio e apprendimento: ecco alcuni nodi per il rilancio di un’infrastruttura nell’ambito di una nuova visione strategica della città

 

Leggi tutti gli articoli dell’inchiesta “Scuole, dall’aula alla città”

 

Era il 1979 quando Novella Sansoni scriveva sul numero di “Casabella” curato da Thomas Maldonado e dedicato all’edilizia scolastica: “ignorata è soprattutto l’interrelazione, a volte l’interdipendenza che lega tra loro i problemi (…) e che fanno della questione scolastica una questione “centrale” dello sviluppo del paese, sia esso sviluppo economico o territoriale, culturale e sociale, o addirittura istituzionale e statuale”.

Quarant’anni dopo, le questioni ci sono ancora tutte e “l’interrelazione” rimane ancora ampiamente ignorata. Senza guardare alle relazioni territoriali, ma al singolo edificio, si pensi a come vengono affrontati i temi che riguardano: l’edilizia scolastica, la didattica innovativa e il rapporto tra spazio e apprendimento; tre ambiti che spesso sembrano viaggiare su strade parallele.

Nell’alveo di questa riflessione, che mira a riconsiderare alcuni dei paradigmi del rapporto Scuola, Città e Cittadinanza, non si può ignorare lo stato in cui versa oggi l’ampio corpo degli edifici scolastici. Sarebbe miope, però, guardare a questo aspetto esclusivamente pensando all’urgente e necessaria manutenzione edilizia puntuale, senza allargare l’orizzonte a una visione strategica dell’intero patrimonio, in molti casi a “fine vita”. Per immaginare un vero rilancio di questa preziosa eredità occorre superare la frammentazione che oggi porta a considerare le sfide elencate come elementi separati tra loro.

 

Scuole come motori di rigenerazione urbana e inclusione sociale

Una di questa sono le scuole aperte al territorio. Le attività che si svolgono dentro le scuole sono ormai numerose e rappresentano un tema rilevante che investe la progettazione e l’uso dello spazio scolastico e, non ultima, la questione amministrativa e gestionale oggi irrisolta.

Aprire a collaborazioni tra pubblico e privato, in modo strutturato e non solo saltuario o emergenziale, è un’occasione preziosa per individuare processi amministrativi virtuosi, supportare le realtà scolastiche sofferenti (contrasto al “white flight” fenomeno della segregazione sociale ed etnica nella scuola dell’obbligo).

Il riferimento è alle istituzioni locali che possono supportare le scuole a rischio chiusura con un’offerta educativa integrativa e progetti mirati che possano rispondere alle esigenze del territorio. Un modo, questo, anche per far crescere una dorsale importante rappresentata da associazioni o imprese a impatto sociale, attive in ambito educativo, culturale e sportivo, che già oggi ruota intorno alle realtà scolastiche, rendendole comunità più ricche di opportunità per il quartiere di riferimento.

La difficoltà di affrontare in modo sistemico i molti temi che investono la scuola è data anche dal fatto che, a livello istituzionale, manca un luogo di sintesi in cui far convogliare le diverse istanze per elaborare una visione organica e integrata che tenga insieme, innanzi tutto, la dimensione educativa e la questione edilizia.

 

Spazio di apprendimento, questione edilizia e competenze

I documenti ministeriali solo ultimamente fanno cenno all’importanza della relazione che esiste tra spazio e apprendimento, un argomento che abbraccia una più ampia riflessione sulla relazione tra uomo e ambiente, che in ambito scolastico viene declinata (e semplificata) nella sola dimensione relativa a uno spazio adeguato a una didattica innovativa che, almeno in linea generale, deve superare la lezione frontale e deve tenere conto della presenza della tecnologia digitale e di maggiore flessibilità d’uso degli ambienti scolastici.

Un dibattitto, quello sullo spazio di apprendimento, che oggi si presenta per lo più disomogeneo, frammentato e puntuale ma soprattutto avulso da un ragionamento più ampio legato ai temi urgenti legati all’edilizia scolastica e al patrimonio di cui disponiamo.

E se a livello locale, gli uffici dell’edilizia scolastica sono affaticati da risorse non adeguate, bilanci ballerini e un continuo aggiornamento normativo non sempre sensibile a questo comparto (tantomeno alle riflessioni sullo spazio educativo), a livello nazionale si sono fatti passi importanti per migliorare la gestione delle risorse e coordinare le linee di finanziamento attraverso la costituzione del Fondo unico per l’edilizia (2013), la Struttura di Missione (2014, poi chiusa nel luglio 2018) e la riattivazione dell’Osservatorio Nazionale per l’Edilizia Scolastica che ha avuto il merito di dare grande impulso ai lavori di raccolta dati dell’Anagrafe.

Un lavoro, quest’ultimo, importante e prezioso che però si è sviluppato per addizione di singoli database regionali senza una riflessione complessiva sull’intero patrimonio. Un’occasione, in parte mancata, per incrociare, tra gli altri, dati su: demografia, criticità strutturali degli edifici, caratteristiche spaziali degli ambienti scolastici e varietà tipologica dell’intero patrimonio.

Un intreccio necessario per immaginare operazioni di sistema più efficaci per affrontare l’urgente questione legata alla manutenzione degli edifici ed elaborare un catalogo di azioni progettuali che rispondano a fragilità edilizie standardizzate e siano utili a riconfigurare gli spazi delle scuole a seconda delle esigenze.

In un’amministrazione pubblica locale, regionale e ministeriale è molto faticoso dare concretezza operativa a visioni che escono da un approccio e un’organizzazione del lavoro fortemente parcellizzato, ed è complesso costituire spazi di progettazione trasversali e condivisi per rilanciare l’intero comparto e superare le diverse competenze amministrative.

 

Il ruolo centrale del progetto: il caso di Torino

Sul solco di questa consapevolezza è doveroso immaginare strade e strumenti sui quali lavorare per definire una visione strategica d’insieme; data la complessità, la scala del singolo edificio pare la dimensione ideale per affrontare i temi accennati, e collocarli successivamente in una riflessione a scala più ampia che tenga conto delvalore pedagogico-educativo, storico-patrimoniale, ma anche socio-ambientale intrinseco agli edifici scolastici.

Uno degli interventi che incarna la capacità di aver tenuto insieme la dimensione educativa, la questione edilizia e la relazione tra spazio e apprendimento, è “Torino fa Scuola“, progetto promosso e sostenuto da Fondazione Agnelli e Compagnia di San Paolo, in collaborazione con Città di Torino e Fondazione per la Scuola, che partito a inizio 2016 vede oggi la sua conclusione con l’inaugurazione di due scuole medie completamente rinnovate. La riprogettazione completa di due scuole tipologicamente molto differenti, Fermi e Pascoli, ci fornisce infatti un’occasione preziosa, proprio perché concreta, di aprire un dibattito sulle possibilità offerte dal nostro patrimonio, individuando punti critici, punti di forza e possibili strade da seguire.

L’articolo di Laura Milan entra nel merito della procedura concorsuale e di due progetti estremamente interessanti, ma ciò che mi preme evidenziare qui è quanto la struttura distributiva e lo scheletro strutturale della scuola Fermi (1961) sia stato in grado di accogliere, quasi naturalmente, un progetto di scuola in cui gli spazi sono fluidi e flessibili, dove alunne e alunni possono muoversi e studiare in autonomia in ambienti informali e il rapporto tra interno ed esterno ha caratteristiche di permeabilità che conferiscono l’idea di un edificio aperto al territorio. Più artificio progettuale e distributivo è stato invece necessario per inserire quegli stessi elementi di fluidità, flessibilità e permeabilità in una struttura distributiva rigida come quella che caratterizza la scuola Pascoli (1890).

Esperienze come queste pongono in modo dirompente la necessità di analizzare e comprendere come affrontare le tante sfide che pone un patrimonio edilizio variegato. Altrettanto, però, non possiamo eludere la questione economica fingendo che operazioni come questa, a parte alcune eccezioni, possano facilmente trovare luogo nei bilanci degli enti locali.

Ed è in ragione di questo dato che, pur lavorando ad alleanze pubblico-privato, bisogna rimettere al centro la capacità progettuale degli architetti, e guardare alla possibilità di interventi edilizi leggeri capaci di dare risposte innovative a esigenze contingenti.

Per fare questo bisogna tornare a guardare al progetto come un prezioso strumento in grado di tenere insieme più informazioni: didattica innovativa, relazione tra spazio e apprendimento, interventi strutturali per la sicurezza degli edifici, azioni di contrasto alla dispersione scolastica, aumento dell’offerta culturale e sportiva per il territorio e occasioni per far crescere imprese del terzo settore.

Un esempio è la Scuola Centro Civico, progetto della Città di Torino, avviato in collaborazione con la media Drovetti a settembre 2017 e ora in fase di completamento, che affronta il rilancio della scuola colpita da forte segregazione scolastica, ponendo al centro del ragionamento proprio la progettazione degli spazi valutando le possibilità offerte dall’articolata volumetria dell’edificio. Nasce così un progetto che, attraverso piccoli e puntuali interventi edilizi, tiene insieme ambienti per una didattica organizzata per cluster tematici, spazi aperti al territorio per la sperimentazione e innovazione didattica (Educational Living Lab), laboratori di teatro e cinema per le scuole, opportunità di inclusione sociale attraverso attività sportive e di cura del verde che trovano luogo nelle ampie pertinenze scolastiche. Un progetto che, grazie al lavoro del corpo docente e alle ricche alleanze che si sono costruite intorno a un’idea di scuola aperta al territorio, è stato capace di innescare processi di innovazione didattica e di rigenerazione urbana.

Rileggere la storia dell’edilizia scolastica, e guardare alla scuola in modo ampio, uscendo dal perimetro autoreferenziale in cui spesso si chiude, aiuta a comprendere la centralità di questa istituzione che porta con sè questioni sociali, pedagogiche, tecnologiche, ma anche profondamente urbane.

 

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Autore

Architetto e Dottore di ricerca in storia dell’Architettura e dell’Urbanistica si laurea a Torino dopo periodi di studio a Oxford e Mosca.
Libera professionista, ricercatrice, insegnante, project manager di eventi culturali, è assistant director del Centro di Architettura Contemporanea di Mosca (2003-2004) e collabora con il Giornale dell’Architettura fin dalla sua nascita (2003) e pubblica articoli e saggi su riviste e libri italiani e stranieri; nel 2015 è coloumnist di Exponet.
Co-fondatrice dello studio Coex, il quale nel 2003 ottiene la Menzione d’onore al Concorso internazionale Europan 7 e nel 2004 è selezionat0 per la 9.Biennale di Venezia. Dal 2009 svolge attività didattica al Politecnico di Torino e nel 2012 inizia a insegnare nella scuola secondaria di I grado.
Dal 2008 al 2014 è rappresentante dei genitori negli organi collegiali dei servizi educativi della città e nello stesso anno è presidente del Coordinamento Genitori di Torino.
Dal 2016 al gennaio 2019 è Assessora all’Istruzione e all’Edilizia scolastica della città di Torino.

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