Scuola senza spazio

 

La relazione con lo spazio fisico pubblico della scuola non può essere congelata a un pensiero successivo, o liquidata esclusivamente con prescrizioni tecnico-sanitarie

 

LEGGI GLI ALTRI CONTRIBUTI DELL’INCHIESTA “LE CASE E LA CITTA’ AI TEMPI DEL CORONAVIRUS”

 

Era in preparazione la prosecuzione dell’inchiesta Dall’aula alla città: dopo Torino, Milano e Firenze, ci saremmo occupati di Emilia Romagna e Trentino Alto Adige; l’idea era quella di uscire nella seconda metà di marzo. Non siamo usciti. Gli obiettivi su cui si fondava l’inchiesta si sono improvvisamente sfocati. Nel giro di pochi giorni siamo entrati in una dimensione di attesa, poi di frenesia e poi di fatica. La dimensione digitale e quella domestica hanno preso il sopravvento sulle nostre vite, mentre la dimensione pubblica della città si è “congelata” perdendo la sua valenza fisica. In mezzo alla tempesta e senza la giusta distanza dagli eventi, è difficile vedere con chiarezza la strada da percorrere, ma alcune certezze rimangono: lo spazio pubblico della scuola deve essere messo al centro della ripartenza del nostro Paese e della nostra società.

 

Partiamo dai dati

Più di 40.000 edifici, circa 10 milioni di persone tra studenti, docenti e personale amministrativo. Se a questo sommiamo i genitori e gli interessi indiretti (per esempio i nonni), arriviamo alla maggioranza degli italiani. Non proprio numeri che si possono ignorare.

 

Che cosa è avvenuto

Il 9 marzo la scuola si è smaterializzata in ogni sua azione, processo e relazione ed è stata investita da una trasformazione profonda, radicale e inimmaginabile fino a qualche settimana fa. Da una didattica on-line “in attesa di tornare”, ora siamo nella fase, molto più difficile, in cui occorre elaborare una proposta didattica che abbia senso sul lungo periodo, avendo la consapevolezza che non si può trasportare tout court la scuola “analogica” in un’aula virtuale.

 

Che cosa sta avvenendo sul piano sociale, educativo, economico e urbano

Dopo 6 settimane di chiusura, nonostante la scuola abbia “aperto on-line”, non possiamo nasconderci che non tutti sono connessi e che la delega all’istruzione è passata quasi totalmente in capo alle famiglie e le disuguaglianze sociali e culturali si sono evidenziate in modo dirompente. E più passa il tempo, più le disuguaglianze si acuiscono.

Abbiamo scoperto (o confermato) che i nostri figli non sono nativi digitali (anche qui il supporto delle famiglie ha fatto la differenza per usare piattaforme e programmi) e che la “didattica via cavo” è un validissimo supporto a una scuola che mantiene la relazione (quella fisica) al centro dell’agire educativo. E nonostante l’impensabile balzo in avanti fatto dal corpo docente sulla didattica digitale, c’è ancora molto da imparare.

Con la chiusura delle istituzioni scolastiche le cooperative, le associazioni, gli enti del terzo settore e le aziende di ristorazione, che contano migliaia di lavoratrici e lavoratori, si sono trovati davanti a un vuoto improvviso. Il mondo che ruota intorno alla scuola ha subito una debacle economica destinata a trasformarsi in emergenza sociale su ampia scala.

Quando le scuole hanno chiuso si è registrato un importante decremento degli spostamenti, anche in considerazione del fatto che intorno alle istituzioni scolastiche si muovono all’incirca 16 milioni di persone (alunni, alunne con i genitori, insegnanti, amministrativi). La vitalità nelle città si è spenta e il punto di riferimento della comunità di quartiere (nonché unico presidio dello Stato in alcune parti d’Italia) è venuto a mancare proprio in un momento di grande difficoltà.

È vero che la scuola ha aperto in modalità telematica ma, come ha scritto Marc Billaud su “Libération”, «Lo spazio non è solo un contenitore, è un contenuto ottenuto dalla distanza stabilita tra ciascuno di noi. È costituito dai nostri tragitti e dai nostri scambi»; ed è per questo che la relazione con lo spazio fisico pubblico della scuola non può essere congelata a un pensiero successivo, o liquidata esclusivamente con prescrizioni tecnico-sanitarie, perché sarà strategico nella ripresa (o meglio, nella continuazione) proprio per dare un “contenuto di senso” alla didattica.

 

Come si continua a fare scuola dopo tutto questo?

La sfida è tanto difficile, quanto affascinante e preziosa. Abbiamo un’occasione unica e imperdibile per immaginare scenari, cambiare prospettiva ed essere audaci, per mettere insieme i mondi che quotidianamente vivono la scuola, ma che fino ad oggi, a parte rare eccezioni, non hanno mai trovato una sintesi progettuale. È notizia recente che il Ministero dell’Istruzione ha organizzato una task force specifica sulla scuola, ma da quanto si legge a mezzo stampa sembra non essere considerata la questione legata allo spazio, se non in termini meramente prescrittivi in relazione alle distanze.

 

Il progetto architettonico come strumento di sintesi

I piani regolatori sono elaborati da architetti e urbanisti e la scuola è un sistema complesso, quasi quanto quello urbano. Ci auguriamo che le istituzioni che si occupano della ripartenza delle scuole coinvolgano gli architetti i quali, insieme a insegnanti e pedagogisti, esperti digitali, affiancati da medici ed epidemiologi, tecnici dell’edilizia scolastica e sindacati, possano elaborare proposte e visioni, magari utopiche ma comunque generatrici di slanci, per arrivare a soluzioni fattibili e innovative e non perdere una grande occasione di rilancio e rinnovamento della scuola. Il come farlo non è scontato e indubbiamente farà la differenza.

 

Immagine di copertina: fotogramma dal film Wall•E (animazione, 2008, realizzato da Pixar Animation Studios in coproduzione con Walt Disney Pictures)

Autore

Architetto e Dottore di ricerca in storia dell’Architettura e dell’Urbanistica si laurea a Torino dopo periodi di studio a Oxford e Mosca. Libera professionista, ricercatrice, insegnante, project manager di eventi culturali, è stata assistant director del Centro di Architettura contemporanea di Mosca. Collabora con "Il Giornale dell’Architettura" dal 2003 e pubblica articoli e saggi su riviste e libri italiani e stranieri; nel 2015 è coloumnist di Exponet. Co-fondatrice dello studio Coex, ha svolto attività didattica al Politecnico di Torino e nel 2012 inizia a insegnare nella scuola secondaria di I grado. Dal 2008 al 2014 è rappresentante dei genitori negli organi collegiali dei servizi educativi della città e nello stesso anno è presidente del Coordinamento genitori di Torino. Dal 2016 al gennaio 2019 è Assessora all’Istruzione e all’Edilizia scolastica della città di Torino

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