Scuola: nessuno tiene banco

 

Ripercorrendo i provvedimenti ministeriali degli ultimi mesi, emerge un susseguirsi d’investimenti economici rilevanti che si configurano, però, come azioni di tipo assistenziale più che strategico

 

LEGGI GLI ALTRI CONTRIBUTI DELL’INCHIESTA “LE CASE E LA CITTA’ AI TEMPI DEL CORONAVIRUS”

 

Questa settimana è iniziata la scuola in Alto Adige e in alcuni istituti delle città del Nord, anche nelle regioni in cui la prima campanella sarebbe dovuta suonare il 14 settembre; in virtù dell’autonomia scolastica come avviene ogni anno, molte scuole hanno deciso di partire secondo un loro calendario. Dunque, nulla di nuovo. Eppure, sulla data d’inizio si sono spese pagine di giornali. Tanto che la ministra Lucia Azzolina con un atto insolito – e inutile, perché la competenza è regionale – firma un’ordinanza per sancire la data al 14 settembre. Una dichiarazione ufficiale che ha dato la sponda (come prevedibile) a una polemica politica che ha contribuito a sfocare ancor più le questioni dirimenti che attraversano la scuola.

Il dibattito delle ultime settimane è stato serrato e talvolta fuorviante ma, al di là delle polemiche, è difficile fare previsioni su cosa succederà nei prossimi giorni, data l’estrema varietà delle situazioni da territorio a territorio e da scuola a scuola. Dai monitoraggi effettuati dagli uffici scolastici regionali in merito all’adeguatezza degli spazi, emerge ciò che sapevamo già: le condizioni edilizie nel Sud sono più critiche rispetto al Nord, dove la carenza di spazi, determinata dall’emergenza, è marginale; e che il 25% circa del personale docente precario, già di per sé un problema, in questa situazione rappresenta una grande incertezza per la tenuta del sistema.

C’è però un aspetto della nostra infrastruttura educativa che si è rivelato in tutta la sua fragilità: l’autonomia scolastica. Un modello organizzativo di fatto ibrido (la scuola decide la sua offerta formativa, ma personale e spazi dipendono da Stato ed enti locali), che frammenta i processi decisionali e talvolta rende difficile il governo del territorio.

 

Lo spazio senza progetto

Il 21 aprile viene istituito il Comitato tecnico-scientifico all’interno del Ministero e, su 18 membri, c’è un solo architetto. Forse un po’ poco. Ne avevamo già parlato, convinti che occorresse cogliere questa situazione eccezionale, e per certi versi preziosa, per immaginare soluzioni a breve termine (settembre 2020), e rilanciare la questione edilizia con un piano di lungo periodo.

Tuttavia, ripercorrendo i provvedimenti che riguardano l’edilizia scolastica, emerge un susseguirsi d’investimenti economici rilevanti che si configurano, però, come azioni di tipo assistenziale più che strategico. Tra le più importanti, per adeguare gli spazi scolastici, ci sono i circa 660 milioni suddivisi tra fondi strutturali europei (PON 2014 – 2020, erogati tra il 7 e il 15 luglio) e quelli previsti nel Decreto rilancio (16 luglio). Parte di questi finanziamenti saranno destinati agli enti locali, altri direttamente alle scuole. Non mancheranno i cortocircuiti e le sovrapposizioni. Le risorse sono molte, ma l’assenza di una visione, unita all’incertezza e alla confusione tra responsabilità tecniche e politiche al vertice del Ministero, hanno prodotto un racconto pubblico disordinato, specchio di un non governo del comparto scuola nel suo complesso.

Ne è un esempio la divulgazione, il 28 maggio – nella totale assenza di un indirizzo politico – del documento elaborato dal Comitato tecnico-scientifico. Un percorso inusuale sotto il profilo formale e istituzionale, ma soprattutto destabilizzante per le scuole già provate dall’improvvisa transizione digitale. Il documento, strettamente tecnico, prende il sopravvento nel dibattito pubblico e diventa l’unico elemento intorno al quale le scuole cominciano a interrogarsi sull’organizzazione del personale e degli spazi a disposizione.

E mentre il mondo della scuola e della ricerca in campo educativo e architettonico trova un rinnovato slancio progettuale producendo documenti pedagogici, analisi e strumenti per riorganizzare lo spazio, allargando il dibattito anche alla città tutta, il Ministero non solo non coglie questa ricchezza, ma non considera in alcun modo l’istituzione di figure professionali che possano accompagnare le scuole a trovare soluzioni adeguate alle nuove esigenze. Anzi, attraverso il Piano scuola (26 giugno), evidenzia positivamente le possibilità offerte dal modello dell’autonomia scolastica per affrontare le diversità territoriali ed esorta gli attori locali a fare rete per trovare le soluzioni più adeguate ai singoli contesti. Il Ministero dunque conferma l’approccio assistenzialista, configurandosi come semplice erogatore di fondi a fronte di richieste puntuali. E mentre a luglio gli enti locali iniziano a raccogliere le esigenze delle scuole (aule, scale, ascensori, palestre e giardini da sistemare), il Ministero annuncia l’acquisto di nuovi arredi scolastici, in quanto elementi fondamentali che tengono insieme la questione sicurezza e l’innovazione didattica, come la stessa ministra rimarca nella lettera inviata ai dirigenti scolastici il 31 agosto 2020.

 

Banchi vs Covid-19

Una prima considerazione. Gli arredi sono competenza degli enti locali che, ogni anno dopo le iscrizioni di febbraio, raccolgono la domanda dalle scuole e fanno partire le gare d’appalto. In molti comuni, infatti, gli acquisti erano già partiti, quando il 7 luglio viene incaricato del procedimento il commissario speciale Domenico Arcuri. Dunque pensiamo ragionevolmente che non esistesse un’emergenza banchi.

A parte questo aspetto, e andando al di là delle polemiche sul bando, sulle rotelle e sul fatto che i banchi monoposto non sono una novità, ci è oscuro il perché ridurre le dimensioni degli arredi dovrebbe aiutare a tenere le distanze. Anche l’«algoritmo» elaborato dal Ministero e inviato alle scuole ai primi di luglio per rilevare misure (peraltro già conosciute) di aule, sedie e banchi era strutturato per fornire, oltre al numero consentito di bambini per classe, la “distanza laterale” e “verticale” che occorre tenere tra i banchi a seconda che siano da 50, 60 o 70 cm. Ma la distanza tra le “rime buccali”, in fondo non è quella che intercorre tra i baricentri di due sedie?

La questione dei banchi non è dirimente per l’apertura delle scuole (dove facevano lezione prima i 2,5 milioni studenti?), ma denuncia di fatto l’inadeguatezza di un ministero ad affrontare il tema dell’edilizia scolastica nel progetto e nel processo a partire dai suoi aspetti più semplici.

 

Scarica la CRONOLOGIA DEI PRINCIPALI PROVVEDIMENTI PRESI DAL GOVERNO IN MERITO ALL’EDILIZIA SCOLASTICA (21 febbraio – 10 settembre 2020)

Autore

Architetto e Dottore di ricerca in storia dell’Architettura e dell’Urbanistica si laurea a Torino dopo periodi di studio a Oxford e Mosca. Libera professionista, ricercatrice, insegnante, project manager di eventi culturali, è stata assistant director del Centro di Architettura contemporanea di Mosca. Collabora con "Il Giornale dell’Architettura" dal 2003 e pubblica articoli e saggi su riviste e libri italiani e stranieri; nel 2015 è coloumnist di Exponet. Co-fondatrice dello studio Coex, ha svolto attività didattica al Politecnico di Torino e nel 2012 inizia a insegnare nella scuola secondaria di I grado. Dal 2008 al 2014 è rappresentante dei genitori negli organi collegiali dei servizi educativi della città e nello stesso anno è presidente del Coordinamento genitori di Torino. Dal 2016 al gennaio 2019 è Assessora all’Istruzione e all’Edilizia scolastica della città di Torino

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