Rimarrà un monumento isolato nella no man’s land invasa dai turisti (e invisa ai parigini)

Secondo Jean-François Cabestan si è persa un’occasione per ripensare il significato e il programma della fabbrica, collegando l’operazione all’auspicata riqualificazione dell’intera Île de la Cité

 

Leggi tutti gli articoli dell’inchiesta “Notre-Dame de Paris dopo l’incendio”

 

Catastrofe scenografica per un monumento isolato

Lunedì 15 aprile 2019, sullo sfondo di un cielo sereno, nell’ora in cui molti finiscono di lavorare e chiudono gli uffici, torrenti di parigini e di turisti, che già avevano invaso la capitale, hanno assistito all’incendio del duomo di Parigi, la cattedrale di Notre-Dame. Profetizzato da Victor Hugo nel 1831 nel suo romanzo omonimo. Un’ora dopo l’inizio dell’incendio, che si è diffuso rapidamente al monumentale tetto, la guglia della crociera del transetto alta 93 metri è caduta nello stupore generale, causando il crollo di parte delle volte di pietra. La notizia si è diffusa in modo virale, i francesi ne hanno fatto orgogliosamente un disastro planetario. Nessuna perdita umana da deplorare: solo qualche pezzo di legno e di pietra bruciati. In senso religioso, civile ed architettonico, il manufatto è comunque globalmente sopravvissuto. Un evento che da un punto di vista scenografico, però, rimarrà tra i più avvincenti che si siano visti nella capitale francese sin dai memorabili incendi della Comune del maggio 1871, oggetto di una forma di turismo nero stigmatizzata dalla stampa nazionale, promossa in particolar modo da tour operator inglesi.

Come molte cattedrali che si ergono in tutta la Francia – un’ottantina -, e pur risalendo, per la maggior parte della sua struttura, al XII e XIII secolo, Notre-Dame è stata privata del suo ambiente originario, quando il monumento era circondato da un tessuto denso e difensivo di case addossate ad ogni porzione di muratura disponibile. I progetti settecenteschi di apertura di un piccolo sagrato antistante alla facciata ovest non si sono mai potuti completare. Sotto il regno di Napoleone III, invece, Notre-Dame è stata profondamente travestita di un significato urbano, per fare corrispondere il fabbricato all’idea del monumento tale e quale lo concepiva il barone Haussmann, attore del principio della tabula rasa applicata all’Île de la Cité. Così la cattedrale di Parigi è stata ridotta ad un oggetto singolare ed orfano delle sue radici, un’attrezzatura pubblica, ben visibile da diverse angolazioni dell’intorno urbano, del tipo che ne sono state costruite a migliaia in tutta l’Europa. Non un sagrato, ma un deserto urbano che non si è mai potuto riqualificare. La pedonalizzazione recente di tutti i lungofiumi attorno all’isola può essere considerata come l’ultimo ritocco della preparazione del sito, concepito come ampio teatro disposto per l’apoteosi finale. Circa un milione di spettatori si sono potuti avvicinare da tutti gli arrondissements della capitale per vedere lo spettacolo dell’edificio fiammeggiante, con la percezione di partecipare ad un fenomeno d’importanza storica. In una gara tra stupore e fascinazione – e di dolore, per alcuni -, la folla si è dispersa molto lentamente durante la notte, mentre i vigili del fuoco assumevano il controllo dell’incendio, spento poi nella mattinata del giorno seguente.

 

Misure eccezionali per la ricostruzione

Ci sono state dichiarazioni di tutti i tipi, anche nel pieno dell’azione, mentre si stava prendendo la decisione di rischiare vite umane per evitare la propagazione del fuoco nella torre campanaria nord. La promessa solenne fatta sul posto dal presidente Emmanuel Macron relativa alla ricostruzione della cattedrale, che sarebbe stata completata nel giro di 5 anni, ha creato molto scalpore. Il giorno successivo, il primo ministro Édouard Philippe ha parlato di bandire un concorso internazionale per la ricostruzione. Ispirata sia da un dubbio sull’efficienza della soprintendenza, sia dal desiderio di avere il campo libero per completare un progetto, in parte sotterraneo, di ampio respiro presentato nel 2017 per la riconfigurazione totale dell’isola, l’idea di una legge di eccezione per gestire il cantiere direttamente dall’Eliseo e la nomina di un alto funzionario dell’esercito – il generale Jean-Louis Georgelin – per gestire l’andamento dei lavori, ha causato a sua volta una ribellione massiccia. Esperti di alto profilo hanno espresso le loro preoccupazioni relative all’impossibilità di deliberare prima che fosse conosciuto lo stato di salute dell’edificio danneggiato, in termini di squilibri strutturali, causati non solo dalle fiamme, ma anche dalle tonnellate di acqua versate per combattere il fuoco durante una notte intera.

 

Le mani sulla cattedrale

Le rovine della cattedrale si erano appena raffreddate quando è apparsa l’immensità del cantiere che si stava per aprire. Una lotta spietata si è rapidamente improvvisata tra vari protagonisti: architetti, imprenditori, committenti e tutte le professioni coinvolte in un procedimento che si prevede lungo, lucrativo, oltreché prestigioso. Così si spiega come, secondo una catena di interessi complessi, un miliardo di euro sia stato raccolto nel giro di pochi giorni, da donatori non del tutto anonimi. Fatto umano. Sfoggiando la faccia di circostanza, tutti si sono messi in fila, sviluppando ciascuno la propria strategia per ottenere una responsabilità oppure un incarico nel procedimento in corso (ci ricordiamo lo scandalo della conversazione intercettata tra i due imprenditori abruzzesi che, appena informati del terremoto all’Aquila, si sfregarono le mani al pensiero all’enormità del cantiere futuro).

La rivalità tra i soprintendenti, gli architectes du patrimoine e molti altri architetti cosiddetti generalisti si è espressa in più modi, mettendo ognuno a disposizione le proprie competenze. Alcune proposte grafiche hanno generato forme di buzz sul web, prefigurando uno stato futurista delle porzioni sommitali di Notre-Dame, con strutture di acciaio e di vetro, roof-tops panoramici, giardini tropicali sospesi destinati, nel migliore dei casi, a fare emergere una riflessione, ma che hanno sconvolto il profano. Scelte progettuali che testimoniavano solo d’intenzioni diffuse, rispetto ad un edificio del quale non si sapeva che cosa si sarebbe potuto conservare.

 

Ritorno all’ordine

Rapidamente, il dibattito si è cristallizzato sulla necessità di capire come ricostruire le capriate lignee trecentesche – legno, acciaio, cemento armato – e se la guglia, che non tutti sapevano essere opera ottocentesca di Viollet-le-Duc, doveva o non doveva essere rieretta. In breve, dopo qualche settimana di confusione, il sentimento generale è emerso a favore dell’amministrazione dei Monuments historiques, che gestisce il patrimonio architettonico francese da 150 anni, oggi sotto il controllo del Ministère de la Culture et de la Communication (MCC). Stranamente scartata in prima fase, la Soprintendenza ha dunque ripreso il controllo della situazione. Con un senso di solidarietà, forse legato al pericolo di vedersi sottratta la responsabilità del cantiere, un team di quattro soprintendenti – Charlotte Hubert, Rémi Fromont, Pascal Prunet e Philippe Villeneuve, l’architect en chef di Notre-Dame – si sono riuniti per gestire la prima fase dei lavori, la pulitura del cantiere.

 

La finzione del façadisme

Al di là delle lotte intestine, si può osservare che tutte le intenzioni progettuali si sono basate senza nessun’eccezione sull’edificio stricto sensu, limitandosi a proporre di ricostruire il tetto, con oppure senza freccia, in stile tradizionale oppure in stile contemporaneo, indipendentemente dal senso, dal significato e dal programma della fabbrica. Nuova testimonianza del façadisme visceralmente insito nelle coscienze in Francia, che si manifesta ogniqualvolta si verifichi la possibilità di un intervento su di un edificio d’interesse del patrimonio culturale. Chiaro che qualunque sia il progetto e la tecnica che verranno adottati – la pura finzione di una riproduzione identica del tetto e della flèche -, il restauro della cattedrale sarà una sfida.

 

Paragoni improbabili

Converrebbe invece superare l’aspetto tecnico del dibattito per considerare la possibilità che offre questa tappa distruttiva della cattedrale, la più grave che abbia subito nel corso della sua lunga storia. È stato accennato più volte l’esempio della ricostruzione del campanile di San Marco, avvenuta dopo il crollo accidentale del 1902. A Venezia però, la ricchezza del patrimonio della zona di San Marco è imparagonabile. Dalla serie di piazze e di edifici costruiti attorno, frutto di scelte e perfezionamenti avvenuti nei secoli, risulta una qualità ambientale che compromette indubbiamente la legittimità di qualsiasi tipo di cambiamento. Nonostante questo, c’era chi voleva fare evolvere la struttura stilistica del campanile, e anche chi riteneva opportuno spostarlo sul lato nord di San Marco. Ma come si sa, la decisione della ricostituzione dello stato anteriore è stata presa: “dov’era, com’era”, secondo il motto emesso in quell’occasione e ripreso dopo, più del necessario. Ed è anche chiaro che da quella decisione in poi, Venezia rimane quasi immobilizzata nel suo prestigioso passato e non brilla particolarmente per il suo spirito d’invenzione architettonica.

 

Ripensare l’Île de la Cité

A Parigi, a differenza di piazza San Marco e di Venezia, si sono ereditate strategie urbane ben diverse. La cattedrale sorge nel contesto urbano ferito dagli sventramenti haussmanniani particolarmente violenti che hanno interessato l’Île de la Cité. L’isola rimane tuttora una no man’s land abbandonata ai turisti – tutti i parigini la evitano nei loro percorsi urbani. Tale situazione ha suggerito l’ambizioso progetto di riqualificazione attualmente sospeso, concepito da Dominique Perrault nel 2017, con l’appoggio dell’allora presidente François Hollande. L’intenzione generale sarebbe di sfruttare il sottosuolo dell’isola e di metterlo in rapporto con il costruito in superficie, anch’esso da risistemare in occasione dello spostamento delle sedi istituzionali di un tempo: il palazzo di giustizia, l’Hôtel Dieu, la caserma di polizia. Questo progetto non sarebbe del tutto una novità sul suolo parigino: si pensi alla proposta, purtroppo non compresa, di Rem Koolhaas per il recupero delle Halles dall’altra parte del fiume, o più semplicemente a quello realizzato da Ieoh Ming Pei per ridefinire la zona del Louvre. A Napoli, piazza Garibaldi offre una recente e interessante dimostrazione dell’immaginare e del proiettare la città del futuro eseguita dallo stesso Perrault. Anche se la sua proposta parigina ha sollevato violente proteste, la riqualificazione dell’Île de la Cité va indubbiamente nel senso della storia.

 

Com’è rassicurante il “com’era”

Da quel che si legge e che si sente alla vigilia delle vacanze estive, il restauro di Notre-Dame si sta avviando verso la ricostituzione del profilo del monumento nelle forme antecedenti all’incendio, attitudine frettolosa caratteristica degli attori e dei decisori francesi nella gestione dei beni architettonici. Basta evocare il recente conflitto sanguinoso a proposito della splendida nuova facciata della Samaritaine, eseguita da Sanaa sulla rue de Rivoli, sottomessa al parere del Consiglio di Stato. Dopo due anni di lotte intense, l’opera è stata alla fine approvata e si sta ultimando proprio in questi giorni. L’unico pezzo di modernità al centro di Parigi da più di trent’anni! Parlare di architettura o di urbanistica a proposito del cantiere di Notre-Dame sembra quasi pornografico. Il concorso internazionale pare abbandonato: così si sta allontanando ogni prospettiva di cambiamento dell’isola, che l’intervento sul suo edificio più prestigioso poteva innescare. Malgrado una spesa immensa, si perde un’occasione rara di fare uscire l’Île de la Cité della sua mediocrità, sfruttando le possibilità aperte dal grandioso incendio.

 

Immagine di copertina: veduta generale del lato nord-ovest dell’Île-de-la-Cité (Collard, fotografo, senza data – © Caisse Nationale des Monuments Historiques)

 

Autore

Architetto di formazione, storico dell’architettura e del recupero degli edifici, insegna all’Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne e gira l’Italia da molti anni per interesse sia del suo patrimonio urbano ed architettonico sia per osservarne le strategie di restauro

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