Ricostruzione in Emilia: il ruolo della partecipazione

 

I percorsi, le modalità e gli esiti: come la scoperta dello “spazio pubblico diffuso”

 

Dopo un terremoto, immaginare un centro urbano diverso, abitudini nuove e opportunità originali è un compito e una responsabilità complessa. Tra i comuni emiliani nell’area del cratere, molti hanno scelto di affrontare questa sfida insieme alle proprie comunità, rendendo partecipi i cittadini della ricostruzione.

Nelle esperienze sviluppate, la partecipazione è stata intesa come strumento, pratica, processo, a volte anche prodotto. La diversità di approccio nei diversi casi (chi più orientato a informare, chi più a co-decidere) ha trovato comunque un comune denominatore nelle istanze alla base dei percorsi partecipativi sviluppati nel periodo 2013-2015: riparare, ricostruire e, soprattutto, rendere migliore, per cogliere nella ricostruzione l’opportunità di recuperare luoghi e servizi, arricchire attrezzature e spazi collettivi, valorizzare le caratteristiche storiche, creare nuovi significati identitari.

Dal punto di vista metodologico, la partecipazione in una situazione “straordinaria” come quella post emergenza sismica, ha consentito di evidenziare alcune differenze rispetto alla situazione “ordinaria”. La mappa degli attori socio-culturali ed economici è risultata incerta, in quanto la rappresentanza organizzata generalmente si riconfigura e si riposiziona dopo un evento: nascono nuovi comitati e nuove associazioni, cambiano le sedi e i punti di riferimento, s’inseriscono temporaneamente altri soggetti organizzati (e non) per supportare la gestione dell’emergenza o per contribuire alla ricostruzione; e il loro “fare” incide sullo “stare” della comunità. I cittadini partecipano in prima persona, senza delega della propria rappresentanza sociale ad un soggetto organizzato (“perché gli effetti del terremoto sono prima di tutto personali e poi collettivi”). E i media acquistano una significativa rilevanza, soprattutto quelli digitali poiché rapidi portatori di “notizie”, spesso verosimili più che veritiere.

L’attore più rilevante è il tempo. Se nelle situazioni ordinarie è possibile definire e scandire, in quelle “straordinarie” sono importanti diversi elementi:

1) la tempestività delle informazioni e le correlazioni con responsabilità e credibilità dei ruoli (nei periodi di emergenza è percepita come significativa – quindi credibile – la risposta più rapida che soddisfa l’urgenza, non quella più salda e argomentata);

2) il ritmo nel coinvolgimento delle persone nelle scelte e le correlazioni con la valorizzazione/composizione delle disponibilità presenti stabilmente o temporaneamente sul territorio;

3) la temporaneità degli usi e le correlazioni con la quotidianità e le nuove abitudini imposte da un contesto trasformato;

4) il breve, medio, lungo periodo nella costruzione di scenari e le correlazioni con la pianificazione, progettazione e realizzazione degli interventi.

In ragione di questa situazione e di questa variabile, la maggior parte dei percorsi partecipativi è stata configurata in modo adattivo, accompagnando con flessibilità le dinamiche decisionali in corso. In molti dei casi, le attività di coinvolgimento della comunità sono state sviluppate grazie al contributo della Legge Regionale 3/2010(«Norme per la definizione, riordino e promozione delle procedure di consultazione e partecipazione alla elaborazione delle politiche regionali e locali»).

Le proposte della comunità sono state articolate per lo più nella forma di masterplan: uno strumento informale in grado di manifestare una visione condivisa e porsi come garanzia tra le previsioni urbanistiche e lo sviluppo architettonico, chiarendo le alternative e affrontando sia gli aspetti urbani che quelli socio-economici. L’elasticità del masterplan (tra piano e progetto) ha fatto sì che le proposte riuscissero a interfacciarsi con gli strumenti cardine della ricostruzione emiliana: il Piano della ricostruzione (Legge Regionale 16/2012), il Piano organico (ordinanza n. 33/2014) e il Programma speciale d’area (Delibera Giunta Regionale 1094/2014).

Le attenzioni della comunità partecipi si sono orientate verso lo spazio pubblico, inteso non solo come piazza o “polarità”: con l’inagibilità delle aree centrali, molti cittadini hanno cominciato a ri-conoscere la presenza di micro-luoghi (alcuni pubblici, altri privati) da organizzare come spazio pubblico diffuso per eventi culturali e mediatici, per la sosta o la sorpresa, per l’aggregazione spontanea, ecc. È in questo senso che le proposte di animazione dello spazio pubblico sono state occasione di convivialità ma anche azione progettuale per il riuso temporaneo di un sistema urbano complesso.

Gli interventi condivisi consentiranno di realizzare connessioni morfologiche, funzionali, sociali e digitali nelle aree centrali dove lo “spazio pubblico diffuso” è l’elemento ordinatore per la messa in rete di servizi, attività, spazi ed edifici, siano essi agibili e fruibili, da recuperare o rifunzionalizzare, oppure esito del processo terremoto/emergenza/ricostruzione.

 

Per approfondire

 

 

Per approfondire

 

Sul Giornale

Emilia, a che punto è la ricostruzione? (inchiesta a cura di Matteo Agnoletto, Luigi Bartolomei e Paola Bianco)

Ricostruzione in Emilia: i numeri e le procedure (di Paola Bianco)

“Spaesati a casa nostra”: glossario della ricostruzione in Emilia (di Sandra Losi)

Ricostruzione in Emilia: occasione persa di riassetto territoriale (di Paolo Campagnoli)

La ricostruzione in Emilia, un affare per le mafie (intervista di Paola Bianco a Federico Lacche)

Autore

Architetto e dottore di ricerca in Storia dell’architettura e dell’urbanistica, si laurea e si abilita all’esercizio della professione a Torino nel 2001. Iscritta all’Ordine degli architetti di Torino dal 2006, lavora per diversi studi professionali e per il Politecnico di Torino, come borsista e assegnista di ricerca. Ha seguito mostre internazionali e progetti su Carlo Mollino (mostre a Torino nel 2006 e Monaco di Baviera nel 2011 e ricerche per la Camera di Commercio di Torino nel 2008) e dal 2002 collabora con “Il Giornale dell’Architettura”, dove segue il settore dedicato alla formazione e all’esercizio della professione. Dal 2010 partecipa attivamente alle iniziative dell’Ordine degli architetti di Torino, come membro di due focus group (Professione creativa e qualità e promozione del progetto) e giurata nella nona e decima edizione del Premio architetture rivelate.
Nel 2014 costituisce lo studio associato Comunicarch con Cristiana Chiorino. Nel 2017 è co-fondatrice dell'associazione Open House Torino.

Related Posts

Al via il 24 marzo la piattaforma per il monitoraggio dei bandi del Cnappc, che analizzerà le...

Seconda puntata della nostra inchiesta dopo il sisma del 2012. Il rapporto sulle pratiche edilizie...

Terza puntata dell’inchiesta. Come procede la ricostruzione? Non si può rispondere in modo...

Leave a Reply