Quel 25 Aprile che non ci meritiamo

 

È inutile fondare un ragionamento di qualità (sulla casa, la città, il paesaggio del futuro) prendendo per buone le novità di questi giorni, come se fossero il frutto delle nostre scelte e non la resa alle logiche naturali di un virus

 

LEGGI GLI ALTRI CONTRIBUTI DELL’INCHIESTA “LE CASE E LA CITTA’ AI TEMPI DEL CORONAVIRUS”

 

Il 25 Aprile è una data che non meritiamo.

Non la merita chi l’ha sempre festeggiata, come chi l’ha sempre avversata. Una data come questa merita amici e nemici di valore, e non un popolo annichilito da un evento naturale serio ma non nuovo. Se dessimo la parola alle vittime del terremoto di Messina, che fece più di centomila morti in meno di un minuto, o a quelli della Grande carestia in Irlanda, che ne fece circa un milione, ne sapremmo di più. Non la meritiamo, perché abbiamo accettato, per motivi ancora adesso non verificati, misure sulla nostra libertà che non dovrebbero mai essere accettate. Non la meritiamo, perché accettandole, diventandone finanche i promotori, stiamo mettendo le basi per ledere alcune libertà in un prossimo futuro, in base ad un precedente in forza del quale chiunque potrà affrontare un’emergenza attraverso la scorciatoia del distanziamento sociale. Nemmeno nel tempo intercorso tra via Fani e via Caetani, si era mai osato proporre una misura sociale di questo tipo. Non la meritiamo, perché al momento non siamo commisurati al senso ultimo di questa data: la generosità. Non esiste precedente in cui un’intera comunità, ben sapendo che il pericolo da affrontare colpiva soprattutto la sua parte debole, l’ha sacrificata inconsapevolmente: anziani, esseri umani con problemi di disabilità fisica e mentale, indigenti di vario genere, operatori sanitari. Per la prima volta nella storia umana, nascondersi, mettersi al riparo, sopravvivere, sono definite azioni di valore lì dove, normalmente, sono atti di prudenza. Non la meritiamo, perché ci siamo assunti una responsabilità inconsapevole sul futuro e una consapevole sul presente, illudendoci che le due responsabilità siano tra esse separabili o, ipocritamente, componibili ex post. Stiamo preparando per il nostro Paese un arretramento civile e morale (ancor prima che economico e materiale) che pagheranno molte generazioni future, solo per un’inaudita paura di morire: come se la morte fosse diventata, improvvisamente, una novità da evitare e non una consuetudine su cui misurare la vita. Non la meritiamo, perché ben sapendo cosa voglia dire, nella realtà, arrestare le attività, le opere, le azioni di una comunità nel mondo reale di questo tempo, è stato fatto lo stesso, senza curarci dei precedenti e delle conseguenze conosciute. Non la meritiamo, perché abbiamo preferito far vincere la paura di vivere, sulla gioia di questa possibilità di vita nonostante la sua fine. Una cosa che ha sempre sostenuto, sin dai tempi più arcaici, tutta la filosofia, il pensiero e le religioni, della nostra lunga storia. Non abbiamo nulla da festeggiare, in ultimo, perché tutto ciò, ancora oggi, noi ci prepariamo a proseguirlo, accettando sine die il principio del distanziamento sociale. Un titolo per un Manifesto di comportamenti sociali, che ricorda, cambiando l’argomento, il Manifesto della razza. Anche quello era un documento scritto e firmato da uomini di scienza e cultura. Ancora adesso quel documento è una vergogna che la nostra Repubblica e il mondo scientifico e umanistico del nostro Paese, invece di lavare, si sta preparando a ripetere in altra forma e su un diverso argomento.

Non abbiamo nulla da festeggiare, anche noi architetti. Perché se una cosa è proprio mancata in questa vicenda, è la capacità d’affrontarla imponendo un disegno e un progetto al suo svolgimento, che abbiamo invece trascritto notarilmente. È del tutto inutile fondare un ragionamento di qualità (sulla casa, la città, il paesaggio del futuro) prendendo per buone le novità emerse in questi giorni; come se esse fossero il frutto delle nostre scelte e non la resa alle logiche naturali di un virus. Perché “l’architettura è ciò che la natura non sa fare”, e se essa manca, la natura fa quello che sa e a noi non resta che subirla. Se qualche cosa possiamo dire o fare, tanto per cominciare, è trovare un altro terreno, diverso da quello su cui siamo chiamati a ragionare, dove poter gettare delle fondamenta per qualche cosa che sia realista e idealista allo stesso tempo, e che tenga conto, se volete, anche di queste cose che ho provato a dire.

 

In copertina, «L’architettura fa quello che la natura non sa fare»: moschea a Sokhna (Egitto). Progetto architettonico: GianlucaPeluffo&Partners (Gianluca Peluffo, Gabriele Filippi, Domenica Laface, Antonio Lagorio [responsabile di progetto], Daniele Marchetti, Jana Van Der Hoeven, Giorgia Console, Paola De Lucia, Massimo Raciti, Ernesta Caviola, Lidia Nario, Domenico Faraco); modello ceramico: Danilo Trogu (La casa dell’Arte, Albisola superiore), Gianluca Peluffo, Antonio Lagorio; foto: Ernesta Caviola

Autore

Architetto, laureatosi presso la Facoltà di Architettura di Reggio Calabria, dove è ricercatore dal 1990. Essendo siciliano di nascita, e pugliese e calabrese per adozione, altro non è, quindi, che Federiciano: unico titolo sicuro che può certificare

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