Quando l’antropizzazione minaccia il patrimonio culturale e paesaggistico

 

La dispersione urbana e la ragnatela delle infrastrutture compromettono la continuità e la leggibilità delle trame territoriali

 

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Il 12 maggio 2016 la Camera dei Deputati ha approvato il Disegno di legge (AS 2383) riguardante il Contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato, che da luglio dello stesso anno è in esame in commissione al Senato. La maggior parte della normativa sull’argomento ha come obiettivo generale il raggiungimento del consumo di suolo pari a zero entro il 2050. Tale obiettivo di riduzione e annullamento del consumo di suolo è dettato da numerose esigenze; prime fra tutte, la qualità del territorio e del nostro ecosistema. Spesso però dimentichiamo che l’antropizzazione di nuove aree rischia di compromettere irreversibilmente anche il nostro patrimonio culturale e paesaggistico. Lo scempio di ambiti (ad esempio quelli costieri) che costituiscono importanti patrimoni paesaggistici, è evidente a tutti; meno invece è la situazione più puntuale dei nostri territori.

La dispersione abitativa contribuisce ampiamente al consumo di suolo con prolungamenti delle grandi città verso i comuni limitrofi, lungo importanti direttrici territoriali. In Piemonte dal 1991 al 2001 (primo dato regionale disponibile) la dispersione urbana aumentò fortemente, con picchi di oltre il 36% di superficie urbanizzata in alcuni comuni del Piemonte meridionale. Negli ultimi anni il consumo di suolo non è affatto diminuito; anzi, dal 2005 ha ripreso ad aumentare con maggiore intensità. Ormai è consumato circa l’8% del territorio della Provincia di Torino (dato di poco superiore alla media nazionale), come si evince dal report di sistema Ispra-Snpa 2019.

La grande dispersione insediativa utilizza quali direttrici di sviluppo le principali infrastrutture di viabilità, andando così a cancellare i limiti urbani storici senza apporne realmente di nuovi. I nuovi bordi urbani diventano via via sempre più irregolari e meno densi, aumentando ulteriormente la frammentazione del territorio. Si creano così le lunghe città continue che vanno ad annullare la grande ricchezza ed eterogeneità del nostro paesaggio storico, per sostituirlo con una serie di case unifamiliari dai colori e forme alquanto dubbi, da capannoni più o meno abbandonati, da attività commerciali sempre più uguali e ripetitive in ogni parte del mondo. Dove poi non arriva l’edificato ci pensa la rete delle infrastrutture a frammentare ulteriormente il paesaggio, andando a cancellare anche le trame territoriali, soprattutto rurali, storiche. Riducendo quindi le grandi unità paesaggistiche in elementi separati sempre più marginali. Abbiamo ormai uno sguardo talmente assuefatto che non ci stupiamo più di nulla; così, paradossalmente, un bene culturale può tranquillamente diventare uno spartitraffico in un incrocio. Isolato dal contesto, dimenticato dalla popolazione, circondato da una recinzione che più che una protezione sembra essere una gabbia.

Il nostro patrimonio subisce ogni giorno crudeli aggressioni: non solamente il piccolo patrimonio diffuso in tutto il territorio, anche i siti più importanti devono preoccuparsi. Si pensi ad esempio alle Residenze sabaude piemontesi (sito seriale Unesco dal 1997, composto da circa venti differenti edifici): probabilmente il più rilevante patrimonio regionale, una commistione di componenti architettoniche e paesaggistiche: palazzi, regge, ville accompagnate da parchi e giardini. In molti casi l’espansione urbana ha seriamente compromesso i sistemi territoriali e i paesaggi storici, andando ad annullare viste prospettiche e avvicinando minacciosamente fronti urbani senza alcun pregio, realizzati senza curarsi del contesto in cui vanno ad inserirsi. Poco importa se di fronte si trova un’area industriale o un bene la cui importanza è riconosciuta a livello internazionale: probabilmente s’incontreranno gli stessi identici edifici.

Spesso, solamente l’istituzione di aree protette riesce a porre un freno all’avanzamento urbano e alla proliferazione di nuove infrastrutture. I peggiori effetti del consumo di suolo sono particolarmente evidenti sul paesaggio, il quale si deve difendere, oltre che da tutti i nuovi impianti autorizzati, anche dal grande fenomeno dell’abusivismo (stimato quasi al 20%, in aumento rispetto al 2010 – media nazionale da Istat, Rapporto Bes 2018), per il quale diventa del tutto inutile ogni qualsivoglia normativa. Proprio a partire dall’abusivismo si potrebbe innescare una nuova riflessione sulla difesa del nostro territorio e, in particolare, del nostro patrimonio culturale e paesaggistico, che non riguarda soltanto il comparto normativo ma anche (e soprattutto) quello culturale, al fine di riuscire a far prevalere le esigenze collettive su quelle private, responsabilizzando per prime le collettività.

 

Immagine di copertina: cappella nell’area periurbana di Nichelino (Torino – foto di Alice Giani)

Autore

Architetta, lavora a Torino. Si è laureata nel 2014 all’École nationale supérieure di Saint Etienne, per poi rientrare in Italia e specializzarsi in Beni architettonici e del paesaggio alla Scuola di specializzazione del Politecnico di Torino, oltre a conseguire il Master in World heritage and cultural projects for development(ITC-ILO). Dal 2015 fa parte dell’Associazione italiana giovani per l’UNESCO e dal 2017 di IN/Arch Piemonte, di cui è membro del comitato scientifico

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