Prendiamoci una pausa di riflessione

 

L’ambiguità del concetto di “modello” ha impedito di consolidare le positività. E con la pandemia tutte le fragilità nascoste tornano a galla

 

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Il magazine on-line che ha fondato e dirige, “ArcipelagoMilano”, è tra le voci più critiche e attente dei fenomeni urbani milanesi. Dalla sua casa di via San Michele del Carso, Luca Beltrami Gadola ha dialogato con Il Giornale dell’Architettura, partendo dagli impatti che questa seconda ondata di Covid-19 sta generando sulla città.

A Milano osserviamo un fenomeno comune a quello di tante altre città: la pandemia è un catalizzatore che aggrava le condizioni di ciò che è più fragile, anche e soprattutto a livello sociale. Anche qui ci sono oggi aree di grandissima sofferenza, la differenza rispetto agli anni passati è che si tratta di una crisi trasversale, che tocca anche i ceti della piccola e media borghesia. Il lavoro più importante che le amministrazioni dovranno fare nei prossimi mesi e anni sarà proprio quello di sostenere queste persone.

La situazione che viviamo rende ancora più attuali le critiche che abbiamo mosso in passato alle politiche urbane milanesi. Abbiamo sempre guardato con sospetto alla definizione, molto in voga, di “modello Milano”. Un po’ perché sostenere – come facevano molti amministratori pubblici – che fosse un modello è quantomeno ambiguo: un modello non è di per sé qualcosa di positivo, può essere anche fattore negativo. Ma soprattutto perché questo approccio ha costituito un freno a riflessioni che oggi sarebbero tornate molto utili. Pareva che tutto andasse bene, e nell’entusiasmo generale non si è lavorato sul consolidamento di alcune positività che erano temporanee. E che oggi sono in forte crisi.

Prendiamo il turismo, un settore di grande sviluppo ma troppo legato a fatti contingenti (l’onda lunga di Expo) e ad altri settori (il design, la moda, il mobile). Proprio il suo successo non ci ha spinto ad una riflessione sull’identità di quel turismo. E così adesso, andando in crisi i comparti traino – condizionati anche dall’andamento dei consumi – anche il turismo rischia di pagare un prezzo pesante. E così tutta la città.

Ma la pandemia ci costringe anche ad un ripensamento importante su altri aspetti. Il primo è la questione della casa, che a Milano intercetta una condizione di vetustà del patrimonio edilizio (sia quello delle abitazioni popolari che quello della media borghesia) e di prezzi generalmente molto alti. Questo ha provocato una tendenza all’acquisto di alloggi mediamente piccoli, senza spazi adeguati a soddisfare esigenze diverse. Tra cui ad esempio il lavoro da remoto (definizione che mi piace più rispetto a smart working) che oggi servirebbe a molti. Ma sono pochi i milanesi che hanno case adeguate per farlo in maniera comoda. Penso solo al tema dell’isolamento acustico tra le stanze della stessa abitazione, che l’edilizia, anche contemporanea, ha spesso sottovalutato. Con il risultato che è difficile lavorare da remoto, e farlo significa creare disagi a tutta la famiglia. Questi momenti ci spingono ad interrogarci sull’esigenza d’innovazione delle nostre architetture residenziali, che appunto si scontra molto spesso con edifici vecchi la cui ristrutturazione, anche e soprattutto per gli aspetti impiantistici, è molto costosa.

Ma anche sul tema del modo di lavorare dobbiamo interrogarci. Ricordo quando una trentina di anni fa, osservando l’aumento delle partite Iva nei settori intellettuali, avevo spinto un mio cliente a realizzare una sorta di coworking ante litteram. Di fatto questo tipo di attività – che mi pareva un modello replicabile – non si è sviluppato molto. Oggi però credo siamo ad un punto di svolta, e una riflessione sul lavoro da remoto e sugli impatti che questo produrrà sulla nostra città è necessaria.

Come sarà necessaria un’intensa discussione sulle politiche urbanistiche. Da alcuni anni sostengo che il Comune avrebbe dovuto privilegiare una scelta di saggezza, costruendo una sorta di magazzino-polmone di aree disponibili per usi e necessità future. Non solo pubblici ma, nel caso, anche privati. Così si sarebbe potuto utilizzare bene il successo che indubbiamente Milano ha avuto. Invece, a partire da piani regolatori molto contraddittori, si è percorsa una strada diversa, provando ad ottenere una rendita immediata dall’alta domanda di aree e di volumi. Ora quella saggezza sarebbe tornata utile, anche nell’ottica di ricalibrare adeguatamente bisogni e funzioni. Gli scali ferroviari sono emblematici di questo: Ferrovie dello Stato, anche con un po’ di arroganza, pretende edificabilità e volumi per fare cassa (peraltro con valori che sarebbero marginali rispetto alla forza economica di FS). Ora, forse per fortuna, siamo costretti a riflettere sul valore strategico di quelle aree.

Non possiamo assumere decisioni affrettate, dobbiamo prenderci il tempo necessario per fare la scelta giusta. Con la consapevolezza che in questa fase ci stiamo accorgendo di quanto è difficile rinunciare alla città, di quando ci manca la vita urbana. Quando tutto questo sarà finito, le persone apprezzeranno di più gli spazi collettivi. E l’urbanistica milanese dovrà saper interpretare questa condizione.

(testo raccolto da Michele Roda)

Immagine di copertina: © Arianna Panarella

Autore

Milanese, imprenditore edile fino al 2005, docente di Estimo presso il Politecnico di Milano, ricercatore nell’ambito dei temi dell’edilizia, membro di diverse associazioni culturali, ha collaborato alla edizione milanese del quotidiano "la Repubblica" dal 2002 al 2011. Nominato dal sindaco Pisapia membro della Consulta antimafia e designato nel Consiglio di amministrazione di Aler. Cofondatore del settimanale "ArcipelagoMilano" e direttore dalle origini

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