Ponte Morandi, lo sguardo dell’arte per colmare il vuoto

 

Con le opere di Peter Fend e Yona Friedman, la mostra “Filling the absence” riflette sulle mancanze e le fragilità della città-porto

 

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GENOVA. Alla Galleria Pinksummer, fino al 5 aprile, è in corso Filling the absence”, la mostra che attraverso lo sguardo dell’arte cerca di riflettere, in modo diverso, sul tragico crollo del ponte Morandi avvenuto il 14 agosto 2018. Punto di partenza per le prime considerazioni è stata l’opera “A W-Hole House” di Gordon Matta-Clark, realizzata nel 1973 a Genova su invito della Galleria Forma, che fa parte dei celebri “tagli” operati dall’artista su strutture preesistenti e della sua passione per il vuoto architettonico.

Non progetti architettonici ma, nelle intenzioni dei curatori Andrea Canziani ed Emanuele Piccardo, la necessità di guardare al crollo come un’opportunità per rileggere il territorio. La risposta di due protagonisti internazionali e soprattutto, due “progettisti di utopie”, Peter Fend e Yona Friedman, è stata quella di guardare oltre al semplice ripristino dell’oggetto infrastrutturale. Fend, il cui lavoro affronta tematiche che vanno dalla geopolitica alle questioni inerenti alla sostenibilità, e Friedman, architetto, urbanista e teorico visionario, hanno presentato i loro ragionamenti sulle infrastrutture, sul ponte e sull’assenza, sul vuoto che è rimasto, ma non solo. Perché un manufatto non si limita a riempire semplicemente uno spazio, ma determina anche le mancanze che vi si dispongono intorno e queste ultime rappresentano le fragilità di Genova.

Friedman da sempre propone alternative al modello architettonico di sviluppo urbano. I suoi progetti sono il frutto di profonde riflessioni su questioni sia di carattere architettonico che sociale, le quali arrivano ad abbracciare anche tematiche politicamente significative, ricorrendo all’impiego di strutture flessibili, mobili, trasparenti e trasformabili. In questo caso parte dai suoi studi sulle “infrastrutture nuvola”, così descritte nel suo testo Biosphere is still common property except for land use: «La proposta è basata essenzialmente su quelle nuove tecnologie che sono indipendenti dall’uso diretto della terra, come pannelli solari, batterie compatte, contenitori per la pioggia, cloud di informazioni».

Fend, invece con precisione scientifica taglia, incolla, e ricompone i frammenti di carte geografiche. Non produce arte, ma la utilizza come uno strumento di diffusione di un messaggio, di un progetto concreto e di una possibile soluzione. Parte dalla geografia e si affida alla ri-mappatura del mondo reale, analizzando questioni ambientali, sociali, economiche e finanziarie. Studia il territorio e Genova che è essenzialmente un porto, che ha bisogno di strade e di ferrovie efficienti perché, come egli sottolinea, può diventare il porto principale dell’Europa con l’Africa, più grande di Marsiglia.

In mostra, oltre ai vari progetti, anche un video-documentario co-prodotto dal Museo Nivola di Orani curato da Elisa R. Linn & Lennart Wolff.

La galleria ha lanciato anche una open call (fino al 15 marz0), suggerita dall’architetto Joseph Grima, per riflettere sul tema a partire dall’immagine del punto in cui il viadotto sul torrente Polcevera s’interrompe. Secondo la concezione aristotelica del mondo la natura rifiuta il vuoto, ma l’architettura ha un significato più profondo del semplice “costruire e riempire”. Forse nel rapporto tra architettura e arte, che oggi sempre più sconfinano l’una nell’altra, si possono trovare alcune risposte e visioni differenti.

 

Immagine di copertina: la ricucitura del ponte secondo Yona Friedman

Filling the absence

Galleria Pinksummer

Palazzo Ducale – Piazza Matteotti 28R Genova

A cura di Andrea Canziani ed Emanuele Piccardo

 

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