Perché serve una legge per tutelare il suolo

 

Il vicepresidente dell’Istituto Nazionale di Urbanistica ragiona sulle necessità di una riforma organica dei principi di governo del territorio. Ma, nel frattempo, la pianificazione è chiamata a maggiori responsabilità

 

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Queste brevi note prendono le mosse da una domanda precisa: è effettivamente necessaria, in Italia, una legge per il contenimento del consumo di suolo? Riflettere sulle ragioni di una risposta positiva mi sembra utile a comprendere alcune criticità più generali della questione. Ne richiamo di seguito alcune.

Una legge è necessaria perché il consumo di suolo, inteso come processo di trasformazione antropica dei terreni naturali e agricoli, continua nel nostro Paese con intensità preoccupanti, erodendo in modo irreversibile una risorsa naturale fondamentale finita e non rinnovabile, che produce servizi ecosistemici essenziali per il nostro benessere, causando impatti e degradi profondi sul paesaggio e sull’ambiente. Per quanto negli ultimi anni l’entità dei processi di antropizzazione e impermeabilizzazione del suolo si sia ridotta, a confronto con le grandezze misurate nel primo decennio degli anni duemila quando la media di suolo consumato superava i 70 ettari al giorno (ISPRA, Il consumo di suolo in Italia, 2014; Centro di ricerca sui consumi di suolo CRCS, Rapporto nazionale, 2010), il consumo di suolo continua ancora oggi, pur a valle della crisi, con un ritmo medio di circa 15 ettari al giorno. Dunque, ancora lontano dagli obiettivi di land degradation neutrality e di consumo di suolo netto pari a zero che il nostro Paese si è impegnato a raggiungere rispettivamente per il 2030 (UN, Sustainable Development Goals, 2015) e per il 2050 (European Commission, No net land take by 2050?, 2016).

Una legge è necessaria per mettere chiarezza e dare coerenza alle legislazioni regionali approvate fino a oggi, che nell’affrontare la limitazione del consumo di suolo e incentivare la rigenerazione urbana, non solo propongono strategie e modalità d’intervento molto eterogenee ma spesso contengono elementi contrastanti, a partire dalla definizione stessa del consumo di suolo, trattata con molte confusioni e ambiguità. E definire correttamente e univocamente il “consumo di suolo” costituisce un aspetto preliminare fondamentale che condiziona la comparabilità e la precisione sia delle misure quali/quantitative dei processi di trasformazione del suolo e dei loro impatti, sia delle modalità di monitoraggio dell’efficacia delle strategie applicate.

Una legge è necessaria per riaffermare il carattere non conformativo dei piani di livello strutturale territoriale e liberare le scelte di pianificazione dal “peso” di ciò che gli urbanisti chiamano il “residuo di piano”; ovvero le previsioni di trasformazione e di nuovo sviluppo urbanizzativo contenute nei piani regolatori generali vigenti, che difficilmente si riescono ad annullare se non con il rischio per le Amministrazioni di lunghi e costosi ricorsi. Una legge che stabilisca una decadenza delle previsioni urbanistiche, qualora non attuate in un arco di tempo determinato (un decennio sembra una dimensione ragionevole), analogamente a quanto avviene per i vincoli pubblicistici che cessano di valere dopo 5 anni dalla loro apposizione senza attuazione.

Una legge è dunque necessaria; ma è altrettanto chiaro, per la complessità e la molteplicità dei temi da affrontare, che questa legge non può maturare all’interno di provvedimenti settoriali e parziali, come è fino a oggi avvenuto con le numerose proposte di legge depositate e discusse nei due rami del Parlamento, a partire dalla prima presentata dal Ministro all’agricoltura Mario Catania nel 2012. Deve invece perseguire una riforma organica dei principi di governo del territorio in cui le priorità delle politiche urbanistiche e territoriali si ridefiniscano a partire da un diverso paradigma, che individui nella tutela del suolo, nel contrasto ai cambiamenti climatici e nella rigenerazione urbana e territoriale, le priorità strategiche del progetto urbanistico.

Infine, è però anche necessaria una riforma più generale della fiscalità locale, che consenta di utilizzare forme differenziate di tassazione per disincentivare l’urbanizzazione dei suoli liberi e naturali, annullando gli effetti distorsivi della rendita urbana, e per sostenere, dall’altro lato, con contribuzioni di scopo, interventi per la resilienza e la rigenerazione della città esistente.

 

Un’impresa eccezionale: ce la faremo?

Riusciremo a vedere realizzato questo percorso di riforma e arrivare in un tempo ancora utile ad avere una legge per la tutela del suolo? Credo che dobbiamo continuare a insistere, al di là d’inevitabili frustrazioni. Lo fanno, in coalizione, molte associazioni, non solo ambientaliste (People4Soil); lo richiedono sempre più il mondo delle professioni e della ricerca. Diverse voci della politica sembrano comprendere la necessità di un intervento legislativo.

Se guardiamo agli ultimi anni c’è poco da essere ottimisti. Tante proposte di legge sono state presentate; molte discusse, ma nessuna effettivamente è arrivata all’approvazione. Alla fine della legislatura del governo Renzi, sembrava che si potesse arrivare a raggiungere il risultato, quando, dopo l’approvazione alla Camera, un testo di legge condiviso (AS 2383) cominciò la discussione in Senato; ma anche allora il cambio di governo impedì il completamento dell’iter istituzionale. Oggi un governo forse atipico, che presenta una possibile convergenza sull’urgenza dei temi ambientali e sul contrasto ai cambiamenti climatici, potrebbe riuscire in questa impresa eccezionale.

 

E nel frattempo?

A conclusione si pone però un’altra domanda: senza una legge non si può agire per la riduzione dello spreco del suolo? Credo che la risposta alla domanda possa palesare alcuni alibi con i quali, troppo spesso, tendiamo a giustificarci. Se è indubbia l’esigenza di una legge di riforma nazionale per dare forza, legittimità e supporto alle politiche di tutela del suolo, molto si può cominciare a fare anche senza di essa.

Fare piani che rinuncino a nuove previsioni urbanizzative che consumano suolo, che ridefiniscano le strutture urbane intorno al progetto delle reti verdi e blu, che migliorino la permeabilità dei suoli e le prestazioni di drenaggio urbano, che potenzino il verde e le dotazioni arboree/arbustive per aumentare le condizioni di resilienza, è possibile da subito; basta una semplice ma determinata volontà politica e tecnica. Invece, al di là delle retoriche di sostenibilità e resilienza che permeano diffusamente i documenti di piano, continuano a permanere, anche negli strumenti più recenti, previsioni sovradimensionate di nuovi consumi di suolo, sulla base di un modello “sviluppista” novecentesco ancora legato allo sfruttamento di rendite e surplus imposte da un mercato urbano che ormai non esiste più.

 

Immagine di copertina: consumo di suolo in Lombardia (foto di Francesco Secchi)

Autore

Vicepresidente dell’Istituto Nazionale di Urbanistica e coordinatore della Commissione di ricerca tematica (Community) "Suolo e rigenerazione urbana". Nato a Milano nel 1969, è docente associato presso il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani (DAStU) del Politecnico di Milano. È responsabile scientifico del Centro di ricerca sui consumi di suolo (CRCS) e membro della redazione della rivista «Urbanistica». Svolge attività di ricerca sui temi della pianificazione e progettazione urbanistica, con particolare attenzione alla valutazione delle trasformazioni urbane, alla pianificazione dei servizi, al disegno degli spazi aperti, alla pianificazione del paesaggio e alle politiche per il governo e il contenimento dei processi di urbanizzazione dei suoli

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