Santa Maria della Scala, dal progetto “Ars Curandi” di Elena Franco (2021, © Elena Franco)

Ospedali storici, il futuro della memoria

Ospedali storici, il futuro della memoria

La sfida odierna è tutelare i luoghi di cura storici, mantenendone viva la funzione comunitaria

 

LEGGI GLI ALTRI CONTRIBUTI DELL’INCHIESTA “TAKE CARE!”

 

Published 28 novembre 2022 – © riproduzione riservata

Quando, a partire dalla fine del XX secolo, l’evoluzione della scienza medica ha reso impossibile mantenere l’operatività di molti ospedali storici (la cui origine risaliva al Medioevo e ai secoli successivi), è stato necessario scegliere per essi una nuova funzione. Luoghi di scienza e di pensiero, città nelle città, sono stati centri d’innovazione ma anche di solidarietà, di cui hanno perfezionato i meccanismi, a testimonianza del fatto che cura e accoglienza sono, da sempre, uno dei pilastri su cui si fonda la civiltà europea. Raccontano la storia di persone che, nel corso dei secoli, si sono impegnati per stare accanto ai più fragili, a coloro che soffrono, dando loro un sostegno materiale, spirituale e preoccupandosi della salute dei singoli individui e della collettività, estendendo al territorio tutto, attraverso il sistema di fattorie e terreni a essi collegati, l’impegno responsabile nei confronti dei bisognosi. Strettamente collegati alla nascita di altre infrastrutture sociali che, da sempre, caratterizzano il welfare urbano – quali le Opere pie e i Monti di pietà – gli ospedali storici sono luoghi in cui l’arte ha sempre avuto un ruolo imprescindibile nel processo di cura, che metteva al centro la persona nella sua interezza di corpo e spirito.

Molti complessi antichi mantengono ancora oggi, tuttavia, funzioni di cura e assistenza al loro interno, pur con la complessità di dover far convivere la tecnicalità del processo di cura contemporaneo con il patrimonio artistico e architettonico che essi rappresentano. Possiamo trovarci di fronte, dunque, a differenti sfide per i luoghi di cura storici: è necessario un esercizio di tutela, che non può prescindere dalla conoscenza, quando la funzione di cura sia cessata; oppure è necessario un esercizio d’uso complesso, quando la funzione di cura, seppure con differenti modalità, si mantenga all’interno degli edifici.

Possiamo trovarci di fronte, dunque, ad antichi ospedali trasformati in musei – come nel caso emblematico del Santa Maria della ccala a Siena – in università e centri di formazione, finanche in centri congressi e per uffici ma, sempre, andrebbe mantenuta per essi una funzione comunitaria, in aderenza con lo spirito per cui sono stati fondati, a servizio dell’intera comunità, riconoscendoli quale bene comune.

 

In Europa, il Réseau des Hôtels-dieu et Apothicaireries

A livello europeo, per approfondire le tematiche connesse al mantenimento degli ospedali antichi, esiste dal 2007 il Réseau des Hôtels-dieu et Apothicaireries, fondato con l’obiettivo di valorizzare il patrimonio ospedaliero e realizzare azioni comuni di promozione nei confronti di un ampio pubblico. Due fra i suoi membri, gli Hospices de Beaune in Francia e l’antico ospedale di Notre Dame à la Rose a Lessines in Belgio, stanno lavorando alla costruzione di un dossier per il riconoscimento quale bene Unesco dei due siti ospedalieri, insieme con l’Hôtel-Dieu di Quebec City, evidenziando il fatto che i siti ospedalieri rappresentano dei patrimoni di cultura scientifica, sociale, materiale e immateriale, importanti soprattutto per progettare il futuro.

Conoscere questi luoghi della cura e i loro patrimoni storico-artistici e scientifici, infatti, senza nostalgia e retorica è importante per rispondere al forte bisogno contemporaneo di approfondimento di quegli aspetti più legati alle discipline umanistiche in medicina, così come si sta definendo nel campo delle medical humanities.

Tutelare, utilizzare e rileggere questi luoghi può, dunque, contribuire al dibattito sulla cura del futuro, poiché, se la guarigione non può essere data per scontata, esiste un diritto alla cura – fisica e spirituale – e un’arte della cura che devono guidarci nelle scelte di evoluzione della nostra società di fronte alle questioni etiche che la medicina ci porrà. E, allo stesso modo, esiste la necessità di allargare il campo della cura al pianeta, così come da sempre hanno fatto le persone impegnate nella gestione ospedaliera con il sistema dei beni rurali ad essi collegati.

 

In Italia, l’Associazione ospedali storici ACOSI

Per questo motivo anche in Italia, alcuni ospedali antichi, in cui ancora oggi la funzione originaria si esplica, si sono uniti nell’Associazione ospedali storici ACOSI per gestire e mantenere, proteggere, studiare e far conoscere uno dei “giacimenti” culturali oggi meno noti, ma sicuramente più interessanti e fecondi della storia della civiltà italiana della cura.

Si tratta dell’Ospedale Santa Maria Nuova di Firenze, dell’Ospedale civile Santi Giovanni e Paolo di Venezia, della Ca’ Granda Ospedale maggiore Policlinico di Milano, dell’Ospedale Santo Spirito in Sassia di Roma e dell’Ospedale degli incurabili – MAS di Napoli, a cui si sono aggiunti l’Azienda Ospedaliera Santi Antonio e Biagio e C. Arrigo di Alessandria, l’Azienda “Complesso ospedaliero San Giovanni Addolorata” di Roma, l’ASST degli Ospedali civili di Brescia, l’ASST Lodi “Ospedale Maggiore di Lodi” e l’Azienda Unità sanitaria locale della Romagna.

 

 

 

Scopri il progetto “Hospitalia”

Leggi anche, della stessa autrice: Ex ospedali storici: valorizzazioni, riusi, incognite

 

 

Autore

  • Elena Franco

    Nata a Torino (1973), è architetta e si occupa di valorizzazione urbana e del territorio. Della sua formazione in restauro al Politecnico di Torino conserva la capacità di leggere gli edifici e comprenderne le trasformazioni, anche grazie alla ricerca storica. È autrice di articoli e saggi sul tema della rivitalizzazione urbana e partecipa a convegni e workshop in Italia e all’estero, in particolare in materia di town centre management e place management. La fotografia – di documentazione e ricerca – occupa gran parte della sua attività e viene spesso utilizzata nei suoi progetti, anche a supporto del lavoro di costruzione dell’identità locale e di percorsi di messa in rete di potenzialità territoriali. Fra le sue pubblicazioni: “La rinascita dell’ex ospedale di Sant’Andrea a Vercelli” (2016), “Hospitalia. O sul significato della cura” (2017), Ars Curandi (2021).