Oltre lo stoccaggio indiscriminato

Di Alessio Scandurra  •  Gen 19, 2019 at 12:41pm  •  Emergenza carceri

Oltre lo stoccaggio indiscriminato

 

Il carcere va ripensato a partire dai servizi che è tenuto ad erogare secondo le leggi e non in base alla quantità di posti disponibili

 

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Il carcere è il luogo in cui si esegue la privazione della libertà, la più severa delle sanzioni previste per chi viola la legge nel nostro paese. Un luogo riservato, almeno in principio, agli autori dei reati più gravi. È inoltre un luogo opaco, poco accessibile allo scrutinio pubblico. È soprattutto per queste ragioni che il carcere è anche un luogo fortemente normato, in cui i diritti e i doveri di chi vi è detenuto e di chi vi lavora sono sanciti per legge e sottoposti a diversi livelli di controllo. In carcere tutto è disciplinato da regole; eppure, che cosa il carcere sia non sta scritto da nessuna parte. Le norme primarie che indicano che caratteristiche architettoniche un carcere debba avere sono poche ed assai generiche; al punto che un aspetto centrale come lo spazio a cui ciascun detenuto debba avere diritto non è normato affatto. E nonostante questo, le carceri in Italia si assomigliano moltissimo tra loro. Molte, costruite nello stesso periodo, sono quasi identiche. Esiste dunque una solida cultura dell’edilizia penitenziaria che ha cercato nel tempo di «…ridurre al minimo i margini di discrezionalità sino ad ora concessi nella determinazione delle strutture penitenziarie e (di) garantire su tutto il territorio nazionale l’omogeneità anche nel trattamento del detenuto e nello svolgimento dei servizi» (M. Santangelo, Progettare il carcere oggi, un dovere morale, in «RISE – Rivista internazionale di studi europei», – n. II, 2019).

Anche chi non sa di architettura, ma ha avuto modo di visitare le carceri italiane, sa quali siano gli esiti di questa cultura. Nel corso del 2019 Antigone ha visitato 98 carceri, più della metà delle 190 presenti del paese: 43 di esse sono state costruite dopo il 1980. Se ci concentriamo su queste scopriamo che in circa la metà ci sono celle senza acqua calda, in più della metà ci sono celle senza doccia ed in tre quarti non è assicurata la separazione dei più giovani dai più adulti. In circa un quarto di questi istituti non tutti i detenuti riescono ad accedere ad una palestra o ad un campo sportivo almeno una volta alla settimana; e in 8 di questi, quasi il 20%, non ci sono spazi per lavorazioni interne. Il modello di detenzione prevalente è quello basato su celle da 2 o 3 posti, ma in 3 istituti vi sono celle che ospitano 5 persone, mentre in 4 vi sono celle con 6 detenuti e, addirittura, nell’istituto di Reggio Calabria – Arghillà, inaugurato nel 2013, vi sono celle che ospitano 8 persone, con 2 colonne da 4 letti a castello che sfiorano il soffitto.

La concezione più recente di questi istituti non ha dunque avuto un grande impatto sulla loro vivibilità e anche le loro condizioni materiali sono assai problematiche: in un terzo circa ci sono spazi detentivi attualmente non in uso per ristrutturazione o inagibilità. Anche per queste ragioni la “solida cultura dell’edilizia penitenziaria” prima accennata va dunque superata. Circa la direzione da intraprendere, ci siano concesse due osservazioni.

La prima, la più ambiziosa, consiste semplicemente nel condividere un insegnamento prezioso di Alessandro Margara, il quale spesso ricordava come non basta affatto che un carcere sia pensato come altro rispetto ad un mero dispositivo per lo stoccaggio di esseri umani. Un carcere è un manufatto che dura nel tempo e che dimentica presto, spesso prima dell’inaugurazione, le intenzioni di chi lo ha pensato. Ciò che serve sono strutture in cui lo stoccaggio indiscriminato non sia possibile affatto, dove le caratteristiche architettoniche degli spazi e dei servizi previsti non consentano ad esempio il “raddoppiamento delle camere di pernottamento”, concetto frequentissimo nella storia delle nostre carceri e chiaramente fuorviante: non sono mai infatti le camere a raddoppiare, ma i detenuti… Le carceri attuali, con sezioni detentive chiuse ed isolate una dall’altra, e con tutti i servizi all’esterno delle sezioni, sono pensate per garantire una gestione relativamente sicura dell’istituto anche con livelli di presenze ampiamente superiori alla capienza ottimale. L’unico modo per assicurarsi che questo non accada più, sosteneva Margara, è fare in modo che non sia più possibile, spezzando quella separazione tra spazio detentivo e spazio delle attività che consente troppo facilmente di fare del primo il luogo dello stoccaggio e del secondo lo spazio della premialità.

Proprio per questo, la seconda indicazione che potrebbe essere utile è quella che va spezzata, nella cultura condivisa, l’equazione tra carcere e celle. Nessuno si sognerebbe di sostenere che un ospedale o una scuola siano costituiti essenzialmente dai posti letto, o dai banchi, che contengono, a prescindere dai servizi che in quei luoghi si devono erogare. La loro “capienza” non è determinata solo degli spazi, e se certi servizi non sono possibili, certi utenti non saranno ammessi, a prescindere dal fatto che ci sarebbe la “capienza” per farlo. In carcere oggi vige il principio opposto. Ad esempio, come possono due istituti come quelli di Vibo Valentia e Velletri avere una capienza analoga, basata su un numero analogo di celle, se a Vibo ci sono il doppio degli educatori presenti a Velletri e la disponibilità di psicologi e psichiatri è più che doppia? Se si guarda alle capienze degli istituti italiani si trovano innumerevoli simili incongruenze, che dimostrano come la capienza degli istituti sia definita dalle celle, non dai servizi. Questo paradigma va invertito: il carcere va pensato a partire dai servizi che, in base alle leggi e alla Costituzione, è tenuto a erogare. Tutta la vita dell’istituto deve ruotare in modo imprescindibile intorno ai servizi; costruendo un muro, questa volta sì invalicabile, alla cultura dello stoccaggio indiscriminato.

 

 

Autore

Membro del Comitato Direttivo della associazione Antigone e Coordinatore dell'osservatorio nazionale sulle condizioni di detenzione e dello European Prison Observatory. Dal 2011 cura il rapporto annuale di Antigone sulle condizioni di detenzione, giunto quest’anno alla sua XVI edizione.

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