Nuovi stadi, tra questioni urbane, restauro e sostenibilità

Il futuro di medio-lungo periodo pone, in Italia e all’estero, questioni ineludibili per la trasformazione di arene la cui progettazione si trova oggi in un importante momento di svolta

 

Published 31 maggio 2021 – © riproduzione riservata

Quando, nel luglio del 1960, la Francia ospitò la prima edizione dei campionati europei di calcio, le sole 4 gare del torneo furono disputate in 2 stadi, a Parigi e Marsiglia. 5 anni fa, nel 2016, la stessa Francia ha organizzato l’evento utilizzando 10 stadi (in altrettante città) sul suo territorio nazionale, per ospitare 51 partite totali. Di questi 10 impianti, soltanto 2 esistevano già nel 1960 (Saint-Étienne e Lens), e comunque profondamente diversi da oggi. Di altri 2 (Parco dei Principi di Parigi e Vélodrome di Marsiglia) oggi non rimane alcuna traccia originaria, completamente stravolti da una ristrutturazione che ha portato a un’evoluzione dell’impronta architettonica.

Arrivati alle porte dell’estate 2021, mentre l’Europa prova faticosamente a uscire dagli stravolgimenti della pandemia da Covid-19, l’edizione ex-2020 degli Europei nel format itinerante ci pone un riferimento evidente di come lo scenario dei grandi stadi del calcio sia ormai una questione diffusa, trasversale. Nel 1960 bastavano 2 stadi per un torneo di livello continentale, mentre oggi un evento analogo ci dà l’occasione per un’ampia riflessione sulla condizione degli stadi e degli impianti sportivi in giro per il mondo.

Il metro di confronto è su larga scala e le analisi che ne conseguono sono complesse, ricche di diversi punti di vista e di modelli da seguire (o copiare). Quello dell’architettura sportiva contemporanea è un percorso in divenire, che però punta decisamente in avanti, nella direzione di un generale e profondo rinnovamento strutturale, che possiamo sintetizzare in 3 grandi ambiti, che trattiamo nell’inchiesta.

 

Urbanistica

In questo quadro di fervore progettuale, uno degli aspetti che emergono con forza è il rapporto fra lo stadio e la città. Il tema dei nuovi impianti sportivi coinvolge sempre di più le nostre città e pone ai progettisti e agli amministratori alcune fondamentali questioni su come riorganizzare gli spazi pubblici dedicati alle persone. Lo stadio diventa un elemento-chiave attorno al quale la città stessa coglie l’opportunità di svilupparsi e modificarsi, e l’edificio in sé viene pensato in un costante rapporto fra interno ed esterno, e non soltanto più come catino/contenitore (per quanto attrezzato e tecnologico).

Ecco quindi che l’urbanistica viene coinvolta direttamente, in stretta correlazione ai ragionamenti sulle scelte estetiche e tecnologiche dello stadio nello specifico, sia esso da trasformare o da realizzare ex-novo. Questo obbliga le città a immaginare se stesse, o parti di esse, in modo innovativo, con uno sguardo al medio-lungo periodo. Abbiamo assistito, anche recentemente, a dibattiti importanti come quelli per i (possibili) nuovi stadi di Roma e Milano che, al di là della fattibilità specifica, hanno sollevato criticità rilevanti rispetto ad aree verdi, spazi pedonali, viabilità. Allo stesso modo, mentre a Madrid lo storico Santiago Bernabéu viene trasformato trainando un ridisegno dell’intero isolato, il Manchester City ha creato una cittadella sportiva attorno al suo Etihad Stadium, realizzando un nuovo polo focale per la città tutta.

 

Restauro

E se invece gli stadi che ci sono già venissero ristrutturati? In questi casi si affronta un percorso più complesso, spesso definito dai limiti imposti dagli enti che si occupano della tutela dei beni culturali (e non parliamo soltanto di Italia, anzi). È uno sguardo che ancor di più ci impone di ragionare su quanto un impianto sportivo possa essere considerato edificio di valore architettonico e testimonianza del passato di una città o di un territorio. S’innescano, spesso, dinamiche di coesistenza fra la sensibilità verso la memoria storica e le necessità e le esigenze contemporanee, e il dialogo fra città e club ne risente.

In questo scenario, si trovano svariate soluzioni che danno vita a interventi d’integrazione vecchio/nuovo (si veda il progetto di restyling del Gewiss Stadium di Bergamo) o a progetti di trasformazione funzionale (da citare la rinnovata Anoeta della Real Sociedad, in Spagna, che ha sbloccato i limiti imposti dalla vecchia pianta ovale). O, ancora, progetti in cui si rincorre un feticismo più estetico che testimoniale, come la salvaguardia di pochissime porzioni dell’ex stadio Highbury, a Londra, o la ricostruzione in copia del nuovo Yankee Stadium di New York. A questi temi abbiamo già dedicato un approfondimento.

 

Sostenibilità

Come terzo punto è inevitabile un ragionamento sulla tecnologia. Un capitolo ampio e trasversale, che possiamo pensare convenzionalmente abbracci tutte le nuove funzioni che lo stadio può offrire al tifoso: dalla rete wi-fi interna agli spazi da ricavare fisicamente per media e telecamere, fino ai dimensionamenti delle gradinate e dei posti a sedere, che risentono di regolamenti di sicurezza sempre più stringente che ci fanno apparire gli stadi di mezzo secolo fa come qualcosa di non più nemmeno pensabile oggi. Senza dimenticare quelle soluzioni ecosostenibili che permettono agli stadi di essere edifici integrati ed efficienti, secondo i parametri di risparmio energetico più recenti.

Troviamo così l’esperienza-pilota (in divenire) del futuro stadio interamente in legno lamellare per il piccolo club inglese Forest Green Rovers FC, firmato da Zaha Hadid Architects, oppure la gigantesca macchina ecosostenibile della Johan Cruijff Arena di Amsterdam, già iniziatrice nel 1996 della nuova generazione di stadi e oggi ancora al passo coi tempi grazie a nuove soluzioni d’immagazzinamento e riuso di energia.

In un panorama di progettualità che diventa sempre più multidisciplinare, i nuovi stadi possono sembrare un prodotto omologato, variato solo da diversi gusci esterni che liberano la fantasia degli architetti, ma sono anche edifici tecnologici che devono rispondere a richieste sempre più specifiche e definite da precisi standard realizzativi.

E così come lo sono i singoli stadi, anche i grandi tornei sportivi internazionali stanno diventando più che mai complessi nella loro gestione e organizzazione. In questo scenario di trasformazioni e ambizioni, non si può dimenticare quanto la corsa verso l’eccezionalità infrastrutturale imposta da questi eventi possa portare a storture difficilmente gestibili, come la tragica situazione degli operai coinvolti nella costruzione degli stadi per un evento, già di per sé paradossale, come i Mondiali di calcio di Qatar 2022.

Gli articoli che compongono la nostra inchiesta affrontano dunque criticamente il punto di evidente svolta e rinnovamento che arriva dopo un percorso di stabilità lungo tutto il Novecento, nel quale città e stadi sono cresciuti insieme in parallelo. Oggi la trasformazione nel nostro modo di vivere lo sport e i luoghi pubblici delle città è esito di un ragionamento unico (ma molto ampio) sulla consapevolezza e la sostenibilità della società contemporanea. E gli stadi appaiono come un fulcro emblematico e fondamentale di questo passo verso il futuro.

 

Autore

Torinese, laureato in Architettura e Restauro con una tesi sull’evoluzione dello stadio calcistico nel Novecento, è un autore e critico di architettura sportiva e si occupa di divulgazione sul tema da oltre dieci anni. Ha fondato, e dirige, la rivista online specializzata Archistadia.it, è fotografo figlio d’arte e profondamente legato all’estetica pop degli anni ’80 e ’90. Collabora regolarmente con riviste di sport e cultura («l’Ultimo uomo», «Undici») e varie realtà editoriali e giornalistiche nazionali

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