Nuovi spazi del lavoro: da workingspace a linvingplace

Secondo Massimo Roj (Progetto CMR) gli uffici continueranno a esistere, ma acquisiranno nuovi significati e saranno più a misura d’uomo

 

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Published 4 ottobre 2021 – © riproduzione riservata

 

Sulla scia di una riflessione intorno ai cambiamenti negli spazi del lavoro nell’età industriale e post-industriale, Il Giornale dell’Architettura prosegue la propria inchiesta interpellando, attraverso quattro domande, progettisti noti per le loro realizzazioni nell’ambito. Dopo Enrico Frigerio (Frigerio Design Group), Andrea D’Antrassi (associate partner di MAD Architects) e Paolo Bedogni, proseguiamo con Massimo Roj (Progetto CMR).

 

L’architettura d’impresa dell’ultimo mezzo secolo ha visto un cambiamento evidente nelle sue strutture e nei suoi principi ispirativi. Tra fenomeni effimeri, di stile e tendenza, il mutamento pare lo abbia causato il mercato, che ha portato alla riduzione degli spazi di stoccaggio e all’ampliamento degli spazi di commercializzazione, ricerca e progetto. Nella sua attività di progettista come si rapporta a questo mutamento epocale? Qual è il suo modello ispiratore?

I cicli industriali delle merci sono profondamente cambiati. Oggi si produce just in time, sulla base degli ordini che le aziende ricevono continuamente e da tutto il mondo. Anche le dinamiche distributive sono state rivoluzionate dall’emergenza sanitaria, che ha reso sempre più coesi i canali tradizionali all’e-commerce e al delivery di prossimità. Per noi è stato interessante lavorare per un brand della logistica come DHL, che è nel cuore di questo nuovo flusso delle merci. Abbiamo ripensato la tipologia degli edifici per questo settore progettando i nuovi hub di Malpensa, Bologna e Venezia, dove abbiamo cambiato le logiche distributive. Elemento caratterizzante del progetto è la presenza del Connector: uno spazio vetrato a tutt’altezza, che consente da un lato la continuità visiva tra corpo uffici e magazzino (Core Body), dall’altro l’allestimento di una sorta di “agorà” attrezzata per i momenti di pausa. Al Connector possono accedere con facilità tutti coloro che operano all’interno degli edifici, configurandosi come uno spazio di comunità e condivisione che consente l’integrazione tra uffici e logistica. L’elemento centrale del nostro processo progettuale, la sua fonte d’ispirazione, rimangono i bisogni delle persone che vivranno quegli spazi.

 

Lo spazio del lavoro è anche lo spazio di una comunità – era la grande intuizione di Olivetti -, che si rapporta alla più ampia società e alla città, attraverso relazioni anch’esse in continuo cambiamento. Nella condanna di ogni ghettizzazione, la sola funzione per la quale la compartimentazione sembra ancora accettata resta proprio quella dei distretti industriali. Questa logica di pianificazione è ancora attuale? Nell’accelerazione causata della pandemia, l’incremento della virtualità influenzerà questi aspetti?

La città per funzioni non è più assolutamente pensabile: la pandemia ci ha ricordato la necessità di quartieri autosufficienti, ma ben collegati tra loro, dove sono presenti tutte le attività; la città policentrica è l’unica risposta possibile, e l’incremento della virtualità potrà agevolare questo passaggio. Gli ambienti dove le persone stanno bene favoriscono processi virtuosi di scambio e condivisione. Gli uffici non saranno più i soli spazi della produzione, ma saranno sempre di più gli spazi della relazione, della costruzione della comunità e dei suoi valori. Riscontriamo quotidianamente questa dinamica nella nostra sede di via Russoli 6 a Milano. I nuovi uffici hanno rafforzato la comunità e hanno fatto crescere l’identità aziendale, e i nuovi spazi sono una delle ragioni che permetteranno alla nostra realtà di rafforzarsi e continuare a operare. Questa è anche la ragione per la quale gli uffici continueranno a esistere: li utilizzeremo in modo diverso, saranno luoghi a cui attribuiremo altri significati, ma non meno importanti degli attuali.

 

Il progetto degli spazi del lavoro pare improntato sempre più all’informalità, all’orizzontalità, conducendo, nei casi migliori, a una qualità ugualmente alta tra gli spazi dei dirigenti e quelli degli impiegati, tanto negli uffici quanto nei servizi garantiti. Secondo la sua esperienza, si tratta di vincolare all’affezione oppure di favorire la partecipazione? Le è mai capitato che questa partecipazione dell’intera comunità di produzione partisse già in fase di progetto?

Non penso sia più accettabile che si progetti tenendo conto solo dei ruoli aziendali, ma è necessario che lo si faccia rispondendo ai bisogni reali delle persone e alle strategie d’impresa, e alla necessità d’innescare processi virtuosi tra le persone che lavorano insieme, facendole stare bene. La partecipazione, quindi, va progettata da subito, e questo in Progetto CMR lo facciamo da sempre, attraverso dei focus group che coinvolgono gli abitanti che vivranno gli spazi che noi progettiamo. I luoghi del lavoro rimangono un asset di grande importanza sia per il posizionamento dei marchi, sia per la capacità di confermare l’affezione ai brand e il coinvolgimento di clienti e collaboratori. Lo spazio è ancora il centro della nostra esperienza umana, anche professionale. Il luogo di lavoro è diventato una destination che genera un’esperienza di qualità, uno spazio che guida il cambiamento, sempre più intuitivo, multisensoriale e fluido, ma al contempo sicuro e flessibile. In una parola: uno spazio a misura d’uomo. Quello che crediamo sia stato accelerato negli ultimi mesi è il passaggio da workingspace a livingplace; uno spazio che promuove l’empowerment delle persone, dove la comunità e la socialità sono il nuovo cardine – come in molti dei nostri spazi di vita extra lavorativa -, dove fisico e digitale dialogano e si completano per dar vita a uno spazio flessibile e adattabile.

 

L’ultima curiosità riguarda gli studi d’architettura come spazio d’impresa. Democrazia, flessibilità, integrazione, partecipazione sono infatti presupposti che si richiedono ai progetti. Valgono, però, anche per i progettisti? In altri termini, gli studi d’architettura – nella doppia accezione di gruppo e di spazio – sono luoghi di comunità e di equo compenso? I progetti di nuovi spazi per il lavoro sorgono in luoghi conformi ai principi che dovrebbero trasmettere e trasporre in architettura?

Si tratta di un tema etico che coinvolge tutta la nostra categoria. Torno a parlare della nostra nuova sede di via Russoli a Milano, perché penso che l’attenzione per gli spazi che abbiamo pensato per i nostri collaboratori corrisponda all’attenzione che abbiamo nei loro confronti. Ogni studio di architettura ha un proprio modello di business, come per altri comparti, e il nostro ha una visione aziendale. Ho sempre sostenuto che Progetto CMR sia una società di progettazione e non uno studio: siamo un gruppo di professionisti, di artigiani specializzati, organizzati a livello industriale, con una gestione ben definita. L’attenzione alle persone, anche a un loro percorso di crescita, è per noi un tema fondamentale; è un’opportunità che mettiamo a disposizione di coloro che credono che l’unione faccia la forza, pensando al loro futuro. Sarebbe altrimenti inutile parlare di una progettazione umanistica se i primi a non crederci, in termini di tutela delle persone, siamo noi.

 

Chi è Progetto CMR

Progetto CMR è una società specializzata nella progettazione integrata, nata nel 1994 con l’obiettivo di realizzare un’architettura flessibile, efficiente ed ecosostenibile applicando un metodo che parte dall’analisi delle esigenze del cliente. La sede centrale è a Milano, ma ci sono uffici in diverse città nel mondo: Rome, Athens, Beijing, Hanoi, Istanbul, Jakarta, Moscow, Tianjin. Progetto CMR è partner di EAN – European Architect Network.

 

* L’inchiesta “Workplaces XXI Century” è realizzata con il supporto di Open Project

 

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