Non luoghi? Nemmeno per sogno!

Secondo Paolo Condò si deve ricercare il giusto equilibrio tra necessità di trasformazione, genius loci, identità e bellezza del nuovo

 

Published 31 maggio 2021 – © riproduzione riservata

Giornalista e opinionista sportivo, Paolo Condò si autodefinisce un “feticista” del calcio. Condizione che lo porta a un rapporto così intenso con gli stadi che, nei mesi della pandemia, per superare la lontananza, ha voluto raccogliere i suoi ricordi in materia, pubblicandoli prima su Twitter e poi nel libro Porte aperte (Baldini + Castoldi), dove scrive: “Ne ho visti a centinaia di stadi, e di ciascuno ricordo un particolare, che sia una scalinata, una sala stampa o una tettoia cadente. Tutti gli stadi assolvono alla stessa funzione, ma non ce n’è uno uguale a un altro. Sono come persone. Ti sorprendono. Ti stancano. Ti fanno battere il cuore”. Questioni sulle quali ha dialogato con Il Giornale dell’Architettura.

 

Non luogo? Nemmeno per sogno. Ogni stadio esprime un carico di passioni enorme, è un luogo vero, prezioso. Lo è per le città in cui si trova ma anche per ogni singola persona, soprattutto se tifosa della squadra che in quello stadio gioca. Per questo è importante progettarne e costruirne di belli. Funzionali, certamente; comodi, efficienti. Ma soprattutto che siano capaci di trasmettere bellezza ed emozioni.

 

Dateci il genius loci!

Credo che il problema degli stadi contemporanei sia l’omologazione. Porto con me i ricordi meravigliosi di due simboli: il Maracanã di Rio de Janeiro e Wembley, a Londra. Il primo era un luogo incredibile, una tal confusione di persone, rumori e odori, impossibile da spiegare a chi non l’ha vissuto. Il secondo affascinava con le sue torri un po’ altere; se ti capitava un posto a sedere con il pilastro davanti, la partita non la vedevi nemmeno benissimo. Erano strutture con tanti difetti, sicuramente, ma anche con uno straordinario carattere. Entrambi sono stati ristrutturati radicalmente qualche anno fa. Ebbene, sono ovviamente migliori in termini di standard e di comfort per i tifosi, ma sono molto, troppo simili. Sei al Maracanã e ti pare di stare a Londra, e il contrario a Wembley. L’identità te la devi andare a cercare nel back-stage, il museo dello stadio per esempio. Quello di Wembley conserva delle chicche imperdibili, tracce di una storia che l’architettura degli stadi non può dimenticare. Lavorare sul genius loci per me significa proprio questo: difendere e valorizzare la storia del luogo, che poi significa garantire il perpetuare della passione. Il tifo è spesso una questione di legame con una città e con un territorio. La casa dei tifosi non può ignorarla, questa storia.

 

Innovazione ma con giudizio

Oggi va di moda mettere tante funzioni diverse negli stadi. Forse anche troppe. Quando sento parlare di asili, non posso non pensare a cosa avrei fatto a mio padre se, quando ero bambino, al posto di portarmi sulle gradinate del Grezar (il vecchio stadio di Trieste) mi avesse lasciato nell’asilo sotto le tribune. Avrei chiesto che gli venisse tolta la patria potestà! Scherzi a parte, penso che sia un percorso giusto integrare le strutture sportive con altri usi, però senza esagerare. Appunto perché rischi di perdere l’identità di uno stadio. Che è e deve restare, soprattutto, un luogo per lo spettacolo sportivo. Pur in progetti di rinnovamento anche radicale. Cosa che in Italia facciamo con molta fatica, per due motivi principali. Da una parte perché senza il grande evento non siamo capaci di programmare efficacemente gli interventi sulle infrastrutture. E l’ultimo grande evento che ha coinvolto significativamente gli stadi è vecchio di 30 anni, i Mondiali del 90. Dall’altra parte perché paghiamo una concezione, per me assurda, che porta le amministrazioni ad ostacolare i privati che vogliono investire negli stadi. Come se tutti ci portassimo dietro un’idea inconscia del “denaro come sterco del diavolo”. Invece guadagnare non è qualcosa di negativo in sé. Anzi. E se è possibile farlo anche costruendo uno stadio più bello, dovremmo tutti esserne contenti.

 

Tutta una questione di bellezza

La bellezza salverà il mondo, ne sono convinto. E quindi dobbiamo progettare e costruire stadi belli. Ne cito due, che sono tra quelli che più mi hanno colpito tra i moltissimi che ho visitato. Il primo durante i mondiali del 2010: il Mombela Stadium di Nelspruit, in Sudafrica, è molto vicino allo straordinario Kruger National Park e interpreta con la sua architettura l’identità del luogo: gli alti tralicci metallici strutturali ricordano la sagoma di una giraffa, le rampe sono sinuose come il corpo di un serpente. Uno stadio unico perché ha senso solo ed esclusivamente lì.

Come unico è la cosiddetta Catedral di Bilbao. Il suo vero nome è San Mamès ma gli è rimasto quel soprannome emblematico: quando è stato completamente ricostruito, ha mantenuto la posizione ma con una rotazione dell’impianto di 90 gradi. E così la vecchia tribuna è diventata la nuova curva. Innovando, certo, con giudizio, cercando la bellezza, rispettando identità e storia. Questo è ciò di cui hanno bisogno gli stadi; e di cui abbiamo bisogno noi.

 

Chi è Paolo Condò

Nato a Trieste, vive a Milano da metà anni ottanta. Giornalista de “La gazzetta dello sport” per 31 anni, nel 2015 passa a Sky Sport dove si occupa di Champions League, Serie A e delle interviste agli allenatori nella serie “Mister Condò”. Dal 2020 è anche opinionista de “la Repubblica”, scrive abitualmente su “GQ” e “Rivista Undici”. Ha seguito sette Mondiali di calcio, cinque Europei, due Olimpiadi estive e otto Giri d’Italia. Dal 2010 è il membro italiano della giuria internazionale che assegna il Pallone d’Oro di France Football. L’ultimo suo libro (dopo Francesco Totti un capitano, Sotto copertura, Duellanti e La storia del calcio in 50 ritratti) è Porte aperte. 30 avventure negli stadi più belli del mondo (Baldini + Castoldi, 2020, 250 pagine, 25 euro).

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