Nella città, per la città

I nuovi paradigmi vedono le arene come centralità in grado di accrescere la qualità urbana e favorire processi di rigenerazione

 

Published 4 giugno 2021 – © riproduzione riservata

Per molto tempo abbiamo vissuto lo stadio come un fatto esclusivamente urbano, inserito dentro il tessuto della città, strettamente connesso alla sua forma e alle sue dinamiche evolutive, a volte condizionando, al pari di altri edifici specialistici (come i teatri, i musei, i mercati) le parti di città in cui si trovava. Difatti, tutti gli impianti più antichi sono stati ubicati entro le mura della città storica (Ferrara, Siena, Venezia) o nel perimetro di quella consolidata (Bergamo, Genova, Parma, Pisa) con l’unica attenzione per la dimensione, l’accessibilità e la sicurezza.

Con questo approccio, l’edificio creava un confronto con i segni della città e in molti casi interpretava l’idea d’isolato urbano, inserendosi, a una scala diversa, all’interno del limite del costruito, senza alterare la struttura urbana e relazionandosi con il contesto anche attraverso dimensioni e materiali. Così, grazie alla sua collocazione, ha stabilito una forte simbiosi con la città e instaurato nuove relazioni con i sistemi ambientali e infrastrutturali, diventando parte del costruito, come dimostrano molti esempi non solo europei (Anfield Road, Bernabeu, Caldeira, Highbury, La Bombonera, Nemeso Diez). Edifici che spesso sono concepiti in modo tale da confondersi con la città, sia in pianta che in alzato, recuperando, in molti casi, materiali, tipologia, forma del contesto, integrando il nuovo edificio alle geometrie locali.

 

Mutazioni

Oggi, a differenza di questi primi semplici impianti realizzati per ospitare solo delle partite, si è sostituita una nuova generazione di strutture, che abbinano al grande evento sportivo lo shopping, lo svago, il terziario, offrendo anche nuovi servizi pubblici al quartiere. Da tempo, soprattutto in Europa, è in atto un processo di cambiamento del concetto di stadio, concepito per accrescere la qualità urbana. Pertanto, è fondamentale cogliere la necessità del ridimensionamento dei vecchi impianti come un’opportunità per recuperare spazi da utilizzare per l’inserimento di nuove funzioni e per migliorare le connessioni territoriali e urbane.

In questo modo, il tema della riqualificazione degli stadi italiani, sempre meno frequentati anche a causa della loro vetustà e precaria manutenzione, si pone quale fondamento strategico per il miglioramento dell’assetto funzionale delle strutture esistenti, valorizzandone l’inserimento nelle comunità di appartenenza e promuovendone nuove modalità di gestione, come accade per impianti storici come lo stadio di Bergamo, oggi Gewiss Stadium, oppure l’Arena Garibaldi – Stadio Romeo Anconetani di Pisa, pensati e calibrati anche sulle esigenze delle comunità locali. Tutti e due mantengono le porzioni storiche e identitarie dell’edificio, sostituendo le curve con delle gradinate coperte ed eliminando la pista di atletica, così da modellare lo stadio alla tipologia inglese, inserendo all’interno anche parcheggi e servizi per i cittadini, liberando spazi esterni per realizzare piazze e zone verdi di quartiere.

Ugualmente, guardando fuori confine, il Santiago Bernabeu (con market, ristoranti, megastore, museo) e lo Stamford Bridge (uno degli stadi che ha subìto più modifiche in assoluto, con l’ultimo restyling che prevede la realizzazione del Chelsea Village con due hotel, centro congressi, megastore, conference-room, chioschi e ristori) mantengono questa impostazione anche nella fase di trasformazione, conservando ancora l’originale armonia con il sistema urbano, rappresentando anche un modello di rigenerazione urbana.

Nell’attuale situazione di contrazione della città contemporanea, anche per le nuove realizzazioni l’idea che si va delineando è quella di uno stadio urbano e non decentrato, innervato nel tessuto cittadino come elemento cardine di possibili rigenerazioni urbane, strategia fondamentale per offrire alla città un nuovo spazio pubblico e migliorarne la vivibilità.

 

Demolizioni e ricostruzioni

Ad esempio alcuni stadi sono stati realizzati sul sedime di quelli esistenti, demoliti per lasciare spazio ai nuovi impianti polifunzionali in grado di attivare nuove sinergie con la città consolidata, come lo Stade de Suisse a Berna, nuovo edificio incluso nel piano di sviluppo dell’area Bern-Wankdorf, un programma integrato d’intervento per la promozione della zona quale area ideale per ospitare esposizioni, eventi sportivi, congressi e uffici, frutto della sinergia tra diversi enti pubblici e privati.

L’obiettivo è quello di pensare lo stadio non più come un fatto isolato ma come insieme di attrezzature, servizi e in relazione con i sistemi ambientali urbani come parchi e fiumi, così come avviene con lo Estadio San Mamés Barrìa a Bilbao, che si rapporta al contesto esistente completando l’assetto urbano e confrontandosi con il corso fluviale del Nervión, un impianto  attento alle esigenze locali, che ospita un polo tecnologico dell’Università, un centro per gli sport acquatici, aree dedicate al fitness, al benessere, oltre ad attività commerciali.

 

Riqualificazioni e valorizzazioni

Vi sono complessi sportivi che rappresentano modelli d’eccellenza per la pianificazione urbanistica e finanziaria, confermando un ruolo importante nell’ambito dei processi di valorizzazione del territorio e dei suoi servizi infrastrutturali. In questo senso l’Emirates Stadium rappresenta un’esemplare esperienza di riqualificazione sociale e urbana e di valorizzazione del tessuto urbano che ha interessato i cittadini del quartiere Highbury di Londra e i tifosi dell’Arsenal, realizzando un nuovo impianto (con numerosi servizi) limitrofo all’esistente che, una volta dismesso, è stato riconvertito, mantenendo l’impianto originario, in residenze, giardini e orti urbani.

La progettualità dei casi recenti esprime innovazioni che si riflettono sulla città, ma che mostra come sia necessario ubicare lo stadio polifunzionale all’interno del tessuto consolidato, anche per una logica di sostenibilità delle funzioni presenti al suo interno, promuovendo servizi per l’intera settimana e non solamente per la singolarità dell’evento sportivo, divenendo anche un centro di profitto autonomo in grado di generare opportunità finanziarie, localizzative e professionali. Inoltre, lo stadio in città permette di perfezionare il sistema della mobilità e dei servizi perché concepito a km zero, facilmente raggiungibile con i mezzi pubblici, a piedi o in bici, migliorando la vivibilità dello spazio urbano.

Emblematici sono lo Stade de la Maladière a Neuchâtel e l’Aviva Stadium a Dublino. Il primo, costruito sul sedime dello stadio storico, pur perseguendo un calibrato rapporto d’integrazione con il contesto del centro città, è caratterizzato da una forma compatta, con facciate diversamente profilate che dichiarano la varietà delle funzioni ospitate (caserma dei vigili del fuoco, sale per ginnastica, spazi commerciali) e si confronta con le molteplici realtà del quartiere. Il secondo, anch’esso ubicato in un quartiere nei pressi del centro, è stato costruito nel rispetto delle abitazioni del quartiere (tipiche case in pietra irlandesi) con una caratterizzante copertura ondulata, al fine di minimizzare l’effetto ombra sulle case collocate a ridosso dell’impianto.

In conclusione, i citati casi europei possono rappresentare un’interessante metodologia per l’intero processo di programmazione e gestione delle strutture, un punto di partenza per un progetto di riqualificazione che ricrei un rapporto tra la città, gli impianti e lo spazio pubblico. Esempi che ci mostrano anche affascinanti approcci alla configurazione del progetto di recupero dell’esistente in ambiti urbani consolidati, valorizzandone i tessuti attraverso nuove forme di convivenza, producendo relazioni dinamiche tra spazio pubblico e privato, organizzando nuove centralità, riconfigurando il quartiere nella sua complessiva dimensione urbana e mostrando il nuovo ruolo dello stadio come catalizzatore urbano e connettivo tra città e società, luogo di attività e d’incontro in un più ampio processo di fruizione della città.

 

Autore

Architetto, dottore di ricerca in progettazione urbana e territoriale, e ricercatore della Fondazione Michelucci. attualmente è ricercatore e docente in Progettazione urbanistica presso La Sapienza Università di Roma. Ha insegnato presso le università di Firenze, Genova, Pisa e Roma. Parallelamente alla didattica svolge attività professionale e di ricerca con lo studio Giraldi Iacomoni Architetti, ricevendo vari riconoscimenti. È consulente di varie amministrazioni e membro di commissioni edilizie e per il paesaggio. I suoi progetti sono stati pubblicati in libri e riviste ed esposti in mostre. Collabora con riviste di settore tra cui «Arknews» e «Ananke». Ha diretto «Architetture città e territorio» e «Macramè». È autore di numerosi testi e libri, tra cui Tracce storiche e progetto contemporaneo (2009), Architetture per anziani (2009), Lo spazio dei rapporti (2011), Questioni sul recupero della città storica (2014), Topografie dello spazio comune» (2015), Paesaggi d’acqua (2021)

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