Lo spazio dello studio per la rieducazione

 

L’importanza della configurazione di ambienti specifici per i reclusi che affrontano percorsi universitari. Il caso del carcere di Bollate

 

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Lo studio è uno degli strumenti migliori per la rieducazione del detenuto per causa di giustizia. L’occasione è accolta da molti ristretti, e sempre di più sono le lauree conseguite nelle carceri.
Lo studente detenuto si trova ad affrontare il compito di acquisizione dati con una disposizione psichica particolare, che coinvolge un Sé compromesso, lo sforzo di sfuggire a un mondo immobile e l’ansia dell’occasione che fugge, dovuta alla percezione distorta dello spazio-tempo in carcere. Questi stati d’animo sono in gran parte dovuti all’ambiente, inteso come l’insieme di tutti i processi e luoghi in cui si esplica l’interazione tra natura e civilizzazione, dove il termine natura include l’essere umano e civilizzazione si riferisce a tutto quanto vi sia di artificiale, compresi i dettami giuridici e gli elementi architettonici.

Per agevolare lo studio in carcere, occorre fornire un ambito di distinzione che consenta allo studente di “evadere” e trasmetta il senso del divenire, che sia possibilmente lontano dalla cella e sempre lo stesso; lo spazio diventa allora un setting che mette il cervello in modalità di apprendimento, attraverso una neuroassociazione mentale, appena l’utente vi accede. Lo spazio fisico diventa dunque essenziale e, per favorire la concentrazione dello studente, l’ambiente costruito deve fornire elementi sufficienti a ridurre al minimo gli stress ambientali più comuni e quindi agire su ventilazione del locale, tipo e livello di rumore, illuminazione artificiale e naturale, arredamento. Un setting formativo in carcere richiede però il rispetto di regole che in ambiente libero non sono normalmente considerate e che riguardano anche la sicurezza, per cui devono essere osservati alcuni dettami generali su tipo e disposizione degli arredi, norme che possono variare a seconda dell’istituto, del singolo reparto e del regime di detenzione. Inoltre, occorre considerare che forme, materiali e colori influiscono su persone detenute in misura diversa che su persone libere.

 

La biblioteca del carcere di Bollate

Si offre qui l’esempio della realizzazione di un locale biblioteca/studio nel 7° reparto dell’istituto di pena di Milano 2 a Bollate. Nel reparto, una sezione riservata ai protetti e perciò isolata, ci sono diversi studenti universitari che frequentano lezioni in locali a ciò destinati, ma che necessitano poi di un locale studio e una biblioteca dato che non gli è concesso frequentare quella centrale. Fino a settembre 2019 ogni studente doveva gestire lo studio in cella dove rumori improvvisi, odori vari, voci dei concellini, televisori accesi e carenza di luce rendevano difficile l’apprendimento. In seguito, un gruppo di detenuti si è composto in una sorta di comitato per la realizzazione di un luogo adeguato e, individuato un locale in disuso – precedentemente utilizzato come saletta di socializzazione – ha prodotto un progetto di recupero dell’ambiente, frutto di una progettazione partecipata e steso da G.S., un architetto ristretto.

L’idea di base riguarda l’allestimento di un locale con semplici librerie a vista, tre tavoli da studio pesanti e distanziati l’uno dall’altro, difficilmente impiegabili come arma d’offesa, una ventina di sedute in totale e uno spazio centrale libero. A chiunque si affacci alla porta blindata d’ingresso basta un colpo d’occhio per valutare la situazione all’interno della saletta, il numero dei presenti ed eventuali comportamenti indesiderati. La parete con gli spioncini è arredata con mobili bassi. Il progetto prevede i tavoli costruiti con pallet e piani di lavoro in legno dello spessore di 3 cm; un tipo di costruzione solida che si avvale di materiali recuperati, e richiama gli obiettivi del recupero sociale e della stabilità.

Il locale è stato allestito dagli stessi detenuti, che hanno lavorato durante l’estate. Si è inciso sull’illuminazione attraverso la tinteggiatura in bianco sia dei muri che dei mobili, oltre a 10 lampade sospese e ampie finestre che forniscono luce diurna. La questione del rumore proveniente dal corridoio è, all’occorrenza, risolvibile con la chiusura della porta blindata essendo la ventilazione del locale sufficiente. Qua e là sono stati apportati dei tocchi di colore per una stimolazione dosata; una parete è stata tinteggiata in verde, colore tranquillizzante che aiuta la concentrazione, e negli angoli sono state collocate delle piante che producono un benefico effetto biofilico sui fruitori degli spazi. Da un punto di vista psicologico, sarebbe stato importante eliminare la vista delle sbarre alle finestre mediante l’uso di vetri anti-sfondamento, ma questo sarebbe stato chiedere troppo. Sopperiscono in parte le tende che nascondono un poco il ferro di contenimento.

Autore

Si laurea dapprima in giurisprudenza e opera a lungo come imprenditrice nel campo delle telecomunicazioni. Dopo una seconda laurea in materie psicologiche, si dedica in particolar modo a narrativa a sfondo psicologico e saggistica. S’interessa di architettura dal punto di vista della psicologia ambientale e, in particolare, di ambiente costruito con criteri biofilici. Nel 2017 pubblica il saggio Lo specchio della città. Architettura, ambiente e psicologia (Il Prato Publishing House) in cui affronta anche il concetto di architettura biofilica. Ha fondato e dirige Artisti Dentro Onlus, un’associazione che si occupa di promuovere arte e cultura nelle carceri italiane con l’intento di creare un ponte tra la società detenuta e quella libera, interessandosi da vicino alle esigenze delle persone ristrette

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