L’archivio di Zaha, un patrimonio vivo in costante evoluzione

 

Intervista a Manon Janssens, responsabile delle mostre e dell’archivio dello studio Zaha Hadid Architects

 

Prosegue l’inchiesta sugli archivi di architettura nel passaggio dal fisico al digitale con un’intervista a Manon Janssens, responsabile degli archivi di uno dei principali studi di progettazione, Zaha Hadid Architects (ZHA), assai attivo internazionalmente anche dopo la scomparsa, nel 2016, dalla sua fondatrice. Un confronto fitto da cui emerge cosa significhi gestire un patrimonio vivo e in evoluzione per una società di architettura, e quali criticità e potenzialità può avere un archivio in divenire che sarà testimone della storia architettonica del nostro tempo. Laureata in lettere e storia dell’arte, con un master in Architectural multimedia systems all’Università Sapienza di Roma, Janssens è associata senior di ZHA: nel suo ruolo, sovrintende a tutti i progetti di mostre e alla gestione del patrimonio dello studio, oltre alla cura dell’attività quotidiana degli archivi, fisici e digitali, sviluppando strategie per la tutela, protezione, digitalizzazione e catalogazione della collezione. In tale veste, Janssens figura tra gli ospiti del secondo seminario dedicato all’archiviazione dell’architettura “Using Archives” (a cura di BasedArchitecture con Chiara Quaranta e il Politecnico di Torino, in streaming il 14 e 17 dicembre 2020 sulla piattaforma www.mediastream.polito.it).

 

Che cosa significa oggi essere responsabile del dipartimento mostre e archivi dello studio Hadid, quando la cultura digitale sta trasformando il senso stesso della parola “archivio”? 

In effetti, il significato di “archivio” è mutato molto nel corso degli anni, e sembra non sia mai stato così popolare. Dal 2003 – anno in cui ho iniziato a lavorare presso ZHA – sono stata testimone di molti cambiamenti. In 40 anni lo studio, fondato nel 1979, ha raccolto una variegata e ampia collezione di oggetti che ne rappresenta la memoria storica. È interessante notare che l’idea di archivio non sia nata come successiva alla produzione progettuale ma in parallelo, perché per Hadid era molto importante conservare da subito tutto il materiale nella sua completezza, con tutte le conseguenze che questo implica. Più che un deposito inerte di migliaia di progetti, l’archivio risulta una collezione “viva” e in costante evoluzione. Non è semplicemente un catalogo di lavori – con 400 professionisti che producono documentazione ogni giorno – quanto piuttosto una vasta collezione ricca di materiali differenti di valore inestimabile che rispecchia la storia dello studio. L’archivio fornisce i riferimenti e le conoscenze necessarie per comprendere il patrimonio progettuale dello studio. La natura dell’archivio è passata dall’essere esclusivamente fisica, alla quasi totalità digitale: per esempio un progetto come The Peak Leisure Club a Hong Kong (1982-83) consiste in oltre 200 pezzi fisici e nessun documento nato digitale; invece i progetti attuali includono migliaia di file nati digitali, come cad, render e animazioni, ma pochissimo materiale fisico. Senza dubbio, la tipologia di materiali conservati è una conseguenza diretta dei metodi utilizzati per sviluppare i progetti, un aspetto che abbiamo esplorato con la mostra “Zaha Hadid Architects: Evolution” all’Arts University di Bournemouth (2018). L’intento era di mostrare agli studenti il nostro modo di progettare e la sua evoluzione, sottolineando il passaggio dai metodi analogici a quelli digitali: dal Rosenthal Center for Contemporary Art a Cincinnati (1997-2003), che presentava plastici di carta fatti a mano, schizzi a mano, dipinti e i primi render, ai progetti più recenti concepiti con la realtà virtuale, stampe 3d, design parametrico, rapid prototyping, intelligenze artificiali, computational design, ecc.

 

Rispetto all’organizzazione dell’archivio, come gestite la parte fisica e quella digitale? 

La nostra squadra è composta da 4 persone: oltre alla sottoscritta, c’è un responsabile dei documenti video e digitali, e due archiviste che aiutano con la gestione delle mostre e le attività di archiviazione. Mentre l’archivio fisico è gestito da un nostro database configurato ad hoc, l’archivio digitale, che copre 80% del totale, è supportato dal software OpenAsset, un database online usato comunemente dagli studi di architettura, che facilita la catalogazione e la ricerca di documenti. L’obiettivo per noi rimane raccogliere e organizzare il maggior numero d’informazioni relativo a ciascun progetto, per raccontarne al meglio la storia, attraverso un lavoro di selezione condiviso con il team di progettazione per evitare la dispersione dei dati. Attualmente sono circa 100.000 i file digitali catalogati sul database: una sorta di Google Images interno. E nonostante possa sembrare un numero impressionante, di fatto rappresenta solo una frazione dei dati digitali contenuti nei nostri server. La maggior parte dei file digitali sono documenti nati digitali – come Cad o Bim che, per ragioni tecniche non possono essere caricati su OpenAsset. Questi sono semplicemente conservati su ulteriori server ma, tecnicamente, non risultano “archiviati” nel senso stretto del termine. Attualmente sui nostri server sono raccolti più di 200 Terabyte di dati sotto forma di file e 100 Terabytes di dati tecnici, numeri che crescono di 2-3 Terabyte ogni mese.

 

Come affrontate la problematica dell’obsolescenza? 

I file digitali sono una bomba a orologeria, e soluzioni sostenibili che garantiscano la loro preservazione e accesso perenne devono ancora essere trovate. Molti anni fa, ciascun team di progetto era responsabile dell’archiviazione dei dati su cd con etichette dettagliate che ne riportassero il contenuto. Purtroppo oggi sappiamo bene il destino di questi cd, molti di questi sono ora illeggibili… La soluzione che sembrava adatta in quel momento, si è rivelata inadeguata. Da allora abbiamo trasferito tutti i dati dei cd sui nostri server per evitare ulteriori perdite – finché non troveremo una soluzione migliore. La stessa apertura di un vecchio file Cad può essere critica: prima di tutto, è necessario procurarsi il giusto hardware, individuare la versione adatta del programma e, una volta aperto, comprendere qual è il file d’interesse, e quali quelli da escludere. Pazienza e tempo necessario a parte, questo tipo di mansione comporta cospicui investimenti. In questo momento, essendo un ufficio e non un centro di ricerca, non abbiamo la necessità, né le risorse o il tempo per imbarcarci in un’impresa del genere.

 

Riguardo al materiale fisico, quali sono le sfide?

Come dicevo, Hadid non permetteva di eliminare nulla, e nel tempo è stata accumulata un’ingente quantità di materiale; negli anni abbiamo catalogato circa 10.000 oggetti fisici, ma molti rimangono ancora da archiviare e identificare. Il materiale varia molto per dimensione (dal gioiello come l’anello B-Zero1 per Bulgari, all’installazione Arum, alta 6 metri concepita per la Biennale di Venezia nel 2012) e per tipologia (dipinti, disegni a mano, sketchbook, plastici, foto, mockup, oggetti di design e padiglioni). In archivio si trovano anche diverse tipologie di materiali: legno, perspex, pittura, resina, metallo, gomma, mdf, tessuto, vetro, carta… Un’altra sfida è, banalmente, tenere traccia dell’ubicazione dei pezzi, dal momento che attualmente facciamo capo a 5 uffici e 8 depositi sparsi nel mondo; anche al fine di facilitare tanti prestiti temporanei a musei.

 

Come cambierà il modo di fare mostre di architettura? 

Sempre più progetti nascono digitali: modelli 3D, render invece di schizzi, file Cad che sostituiscono il disegno. Indubbiamente le mostre devono saper cogliere questo enorme cambiamento, ed organizzare esposizioni con questo tipo di materiali è una vera sfida per tutti. È chiaro che la quantità d’informazioni contenuta in un file 3D non può essere restituita in una semplice stampa 2D da incorniciare in mostra… Per illustrare la complessità delle geometrie dei progetti, noi ci affidiamo ad animazioni, video e realtà virtuale. Continuiamo a utilizzare anche plastici, ma spesso non è lo strumento adatto o sufficiente per spiegare il processo complesso di progettazione e la storia che vogliamo raccontare. Il modo di esporre l’architettura sta cambiando molto rapidamente e dobbiamo tutti adattarci.

 

Da qualche anno lo studio MVRDV ha trasferito il proprio archivio all’Het Nieuwe Instituut di Rotterdam, mentre Álvaro Siza ha spartito il suo tra Canadian Centre for Architecture di Montreal, Museo Serralves di Porto e Fondazione Calouste Gulbenkian di Lisbona. ZHA sta valutando d’intraprendere simili partnership con alcune istituzioni? 

Qualche anno fa abbiamo donato al CCA una copia del nostro primo progetto completamente nato digitale, il Phaeno Science Center a Wolfsburg, in Germania. Il progetto fu incluso nella mostra  “Archaeology of the Digital: Complexity and Convention”, curata da Greg Lynn, dedicata alla nascita e l’evoluzione dei metodi di progettazione digitale. Abbiamo lavorato a stretto contatto con il CCA, per definire termini e condizioni di uso e consultazione del materiale donato per la loro collezione permanente. Il fondo – consultabile solo su richiesta e solo presso il CCA – consiste in 43.800 file che documentano il processo di progettazione e costruzione del museo. Si tratta per la maggior parte di file in formato Cad e Autocad, insieme a file Eps, Stl, 3Dm, 3D Studio, Adobe InDesign, Iges. Il fondo include inoltre un vasto numero di documenti testuali (in Word, Microsoft Excel, Adobe Pdf, oltre a email Outlook) e immagini Jpeg, Exif e Tiff.

 

Autore

Nata a Torino nel 1978, è architetta e si occupa di relazioni con la stampa per l’architettura. Dopo diverse esperienze come ufficio stampa in studi internazionali - tra cui studio Fuksas e Matteo Thun - ha fondato con Elisa Luconi Based Architecture, un’agenzia di consulenza per l’architettura che unisce le competenze dell’ambito della comunicazione a quelle del record management

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