La nuova normalità e la didattica aumentata dalla tecnologia

 

Si tratta di opportunità che, già oggi in parte sperimentate e da ampliarsi in futuro, saranno strategiche per l’insegnamento del progetto nell’università

 

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Gli oltre due mesi di confinamento dal quale stiamo lentamente uscendo hanno portato l’università, come molti altri settori della società, ad un salto improvviso nella capacità di utilizzare le tecnologie d’informazione e comunicazione per rispondere al blocco delle attività tradizionali. Se non è possibile definire con certezza cosa ci aspetta nell’immediato futuro, dobbiamo però fare lo sforzo di distinguere le nostre riflessioni tra quelle concentrate sull’oggi – ossia sulle soluzioni immediate messe in campo per rispondere all’emergenza – e quelle da rivolgere invece al futuro, quando, tornati alla normalità della vita universitaria, potremo fare tesoro delle esperienze di questi mesi, che sono state moltissime e di straordinaria efficacia.

In pochi giorni, le lezioni sono state rielaborate per la modalità “a distanza” e hanno iniziato a svolgersi sulle piattaforme di videoconferenza insieme agli incontri con gli studenti e, poi, agli esami e alle tesi di laurea. E oltre alle attività didattiche istituzionali, sono stati organizzati convegni, tavole rotonde, eventi culturali, tutti obbligatoriamente in rete, che hanno visto la costante partecipazione degli studenti che, proprio grazie a queste iniziative, sono rimasti – e si sono sentiti – in contatto con la “loro” comunità universitaria e almeno in parte salvi dall’isolamento. E non si è mossa solo l’università: biblioteche, musei, festival culturali hanno reso disponibili testi consultabili in rete, visite alle proprie collezioni, mostre, eventi, convegni; radio e televisioni, hanno ampliato la loro programmazione, offerto iniziative di ogni tipo e, molte di queste, specificatamente dirette all’istruzione.

Queste modalità non sono certo nuove, ma al contrario sperimentate da tempo dalle università, dai musei e dalle biblioteche, così come non lo sono né i dispositivi digitali né le piattaforme di video conferenza (che abbiamo potuto utilizzare proprio perché esistevano e avevamo, almeno in parte, già imparato ad usare). La novità è nell’estensione con la quale questi strumenti sono stati utilizzati e nella grande capacità creativa con la quale ne sono state sfruttate le potenzialità.

Ma l’emergenza ha messo in luce, oltre alle straordinarie opportunità offerte dalla tecnologia, anche le profonde criticità del divario digitale tra gli individui, i gruppi sociali e le diverse aree geografiche, le cesure economiche, culturali e generazionali rispetto all’accessibilità degli strumenti e dei linguaggi digitali e, infine, l’isolamento tra le persone, aspetto drammatico di questa esperienza, e particolarmente rilevante per il sistema dell’istruzione scolastica e universitaria. Le università, infatti, sono da sempre i luoghi della didattica e della ricerca e, come la scuola, del rapporto tra docenti e studenti, ma sono anche i luoghi dove i giovani s’incontrano, stabiliscono relazioni, scoprono il mondo, spesso in città diverse dalla propria.

Come è stato già ampiamente sottolineato, le università pubbliche non possono certamente trasformarsi in università telematiche, che peraltro già esistono e rispondono a bisogni specifici, senza snaturare il loro ruolo, ma possono cogliere le opportunità d’innovazione emerse in questi mesi. Pensiamo dunque alla futura normalità della didattica, non sostituita ma arricchita dall’uso della tecnologia. Abbiamo la possibilità di sviluppare e mettere a sistema una didattica innovativa che, una volta tornata nelle aule, parafrasando la definizione di realtà aumentata, possa essere potenziata con nuovi contenuti e nuove esperienze attraverso l’uso della tecnologia. Le opportunità sono moltissime e tutte realizzabili: didattica a distanza per sviluppare l’internazionalizzazione dei corsi universitari e l’offerta di corsi di specializzazione su temi specifici (come fanno del resto da anni molte aziende ma anche molte Università), di percorsi personalizzati per studenti lavoratori o che per ragioni personali siano impossibilitati a seguire la totalità delle lezioni e, parallelamente, didattica aumentata – non solo a distanza ma anche all’interno delle università – da possibilità di approfondimento e di arricchimento culturale, da più semplici rapporti di collaborazione e d’incontro con il tessuto culturale e sociale. Opportunità che, già oggi in parte sperimentate e da ampliarsi in futuro, sono e saranno assolutamente strategiche per l’insegnamento del progetto – così come di tutte le discipline che richiedono lo scambio e il lavoro comune tra docenti e studenti che può realizzarsi solo “in presenza”. L’insegnamento del progetto, una volta tornato all’interno delle aule e dei laboratori, potrà arricchirsi di nuovi contenuti e nuove esperienze, sviluppare iniziative, anche a distanza tra le sedi universitarie italiane e straniere, con le istituzioni culturali, e sviluppare il collegamento e con il sistema produttivo e sociale, sfruttando al meglio le opportunità delle tecnologie ICT e dei servizi 4.0.

Autore

Nata a Firenze nel 1961, è Professore ordinario di Disegno industriale presso l’Università di Firenze. Sviluppa la sua attività nel campo del design di prodotto e degli interni, l’ergonomia e design/human-Ccntred design e l’inclusive design. È responsabile scientifico di programmi di ricerca finanziati dall'Unione europea, da pubbliche amministrazioni e da aziende private, nei campi dell’innovazione di prodotto, del design per la sanità e l’assistenza, per l’inclusione sociale nello spazio pubblico e negli ambienti museali. Dal 2010 al 2018 è stata presidente della Società italiana di ergonomia e fattori umani (Sie). Dal 2018 è presidente della Conferenza universitaria italiana del design (Cuid).

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