I progetti della New Age

Breve rassegna internazionale di progetti recenti, tra legno e materiali eco-compatibili, energie rinnovabili e rapporto con i contesti

 

Published 4 giugno 2021 – © riproduzione riservata

Rispetto all’evoluzione delle infrastrutture sportive si può parlare di una teoria generazionale che si sviluppa, a partire da fine Ottocento, in una successione di caratterizzazioni di tipo costruttivo-tecnologico, secondo una scansione temporale.

  • 1863-1920: nascita del calcio moderno e di uno sport di massa, che si accompagna ad una sociologia sportiva
  • 1920-1960/1970: le grandi arene come rappresentazione del potere
  • 1960/1970-1989: architetture di latta e cemento, dal basso contenuto tecnologico
  • 1992-2002: il New Deal degli stadi del post-Taylor Report
  • 2002-2016: infrastrutture sportive e grandi eventi, affermazione dello stadio come icona identitaria su scala globale ad alto contenuto tecnologico
  • dal 2018: design e tecnologia per stadi-parchi a tema e per eventi mass-mediatici virtuali

Fino al 1989 – anno della tragedia di Hillsborough e della conseguente approvazione del Taylor Report con l’affermazione del modello inglese – gli stadi si riducevano, salvo rari casi, a grandi masse di cemento brutalista, recinti verticali implosi su se stessi, innesti urbani fuori-scala dalle sterminate superfici orizzontali di asfalto destinate a parcheggio, spazi di critica discontinuità e causa di degrado urbano e sociale.

 

La New Age degli stadi

Solo a partire dalla quinta generazione è rilevabile una sensibilità green. In particolare, dal 2002, anno dei Mondiali di calcio di Corea e Giappone, l’inizio della New Age degli stadi si lega ad una rinnovata e sempre più sofisticata attenzione per la sostenibilità ambientale da parte della cultura architettonica e paesaggistica. Grandi per definizione, le architetture per lo sport – luoghi per eventi massmediatici globali – hanno infatti da sempre costituito elementi critici in relazione al loro impatto ambientale (fisico, sociale, percettivo, diretto o indiretto) sul contesto.

Negli ultimi due decenni c’è stata una netta inversione di tendenza e le grandi arene costituiscono i paradigmi di eccellenza di una visione della città e del territorio dove gli edifici multifunzionali per il tempo libero e l’intrattenimento diventano elementi di rigenerazione sociale alla scala urbana e territoriale, vere e proprie infrastrutture in grado d’innervare con nuove funzioni il contesto. Sono gli stadium’scapes (stadi-paesaggio) di ultima generazione. Sul tema da una parte si sono concentrate le più importanti firme della cultura architettonica, dall’altra si sono imposte le certificazioni internazionali (ISO 50001, LEED, Green Sport Alliance) come parametri di riferimento consolidati per il raggiungimento di elevati livelli prestazionali.

Progetti e realizzazioni recenti si possono inquadrare in due tendenze: sostenibilità (energetica e rispetto al ciclo di vita dell’edificio) e integrazione con il paesaggio.

 

Sostenibilità

Appartiene alla prima categoria lo Stade de Suisse di Berna (costruito per gli Europei 2004), con una grande centrale fotovoltaica integrata sulla copertura di un edificio, modello di stadio-urbano inserito nella città densa.

Primato, quello della dimensione del campo fotovoltaico, da poco battuto dall’Antalya Stadium, dove la superficie totale del tetto (16.000 mq) è coperta per il 75% da pannelli che generano 7.200 kWh al giorno. Con lo stesso approccio, ma in contesto più naturale, il Kaohsiung National Stadium è disegnato da Toyo Ito in funzione dell’integrazione fotovoltaica che rende l’impianto a energia zero e sostiene per l’80% il consumo del quartiere.

Molto significativa è, tra gli interventi recenti, l’esperienza di Wilmotte & Associés per l’eco-stadio Allianz Riviera di Nizza (inaugurato per questi Campionati europei), fulcro di un eco-quartiere di circa 11 ettari. Con quasi 50.000 mq di superficie totale, è la più grande struttura in legno e metallo mai costruita. Il massiccio utilizzo di risorse naturali rinnovabili si sviluppa in più aspetti: in copertura sono installati oltre 4.000 moduli fotovoltaici ad alto rendimento che coprono 7.500 mq e producono 1.500 MWh/anno. C’è un sistema geotermico per il recupero e il riutilizzo delle temperature più fresche della falda acquifera, oltre al riciclo dell’acqua piovana. La pelle dello stadio è composta da un film traslucido polimerico ETFE (etilene tetrafluoroetilene), la cui produzione è molto meno impattante del vetro ed è riciclabile al 100%.

Una struttura d’oltreoceano di recente realizzazione, la Mercedes Benz Arena ad Atlanta, costituisce forse il più avanzato esempio di tecnologie sofisticate applicate su grande scala per la sostenibilità ambientale: produzione di energie da fonti rinnovabili, utilizzo integrale d’illuminazione a Led, riciclo di acque meteoriche, accessibilità “dolce” all’impianto sono alcuni dei pilastri portanti di un progetto che sin da subito si è conformato ai parametri della certificazione ambientale LEED.

A più basso contenuto tecnologico ma con il medesimo approccio “environment oriented” è il progetto, di probabile prossima realizzazione, dell’Eco Green Rovers (Zaha Hadid Architects) per lo stadio e il centro sportivo di una piccola società del calcio semi-professionistico inglese. Concepito interamente in legno, il progetto vuole rappresentare la diretta emanazione delle idee del visionario proprietario (Vince Dale) che si rifanno al green-thinking a partire dalle abitudini alimentari di calciatori e tifosi, fino ad arrivare alla totale integrazione tra cultura sportiva, architettura e ambiente.

 

Integrazione con il paesaggio

In termini invece di relazioni dirette con il paesaggio, diversi sono gli esempi. Dal punto di vista dell’integrazione morfologica si possono citare le esperienze di Eduardo Souto de Moura a Braga (2004) e di Gregotti associati International ad Agadir (2013) o, ancora, il Chivas Stadium di Guadalajara (2010) e le piccole ma significative realizzazioni di Puerto Montt (2013, Estadio Chinquihue, Cristián Fernández Arquitectos) e di AMP Arquitectos a Santa Cruz. Questi ultimi denunciano la volontà dei progettisti di aprire il catino dello stadio al paesaggio attraverso una raffinata modellazione del profilo.

Un esempio di totale continuità tra spazio dell’arena e contesto (fisico e culturale) è il recente progetto per il nuovo Rwanda Cricket Stadium a Kigali, dove elementi della tradizione costruttiva locale sono utilizzati come diaframmi attraverso i quali è possibile leggere il paesaggio circostante.

Se invece leggiamo la relazione dal punto di vista identitario-simbolico, possiamo guardare al Soccer City Stadium di Johannesburg (2010, Populous), dove la facciata è costituita da un sistema di rivestimento unico, sviluppato con pannelli in fibrocemento (GRC) prodotti impastando diversi tipi di cromie che rimandano ai colori della savana (i pannelli sono forati favorendo così la ventilazione naturale e, quando lo stadio è illuminato, l’effetto è quello d’imitare il cielo stellato).

Oppure all’Energa Gdansk di Danzica, rivestito da 45.000 mq di lastre in policarbonato speciale: l’arena, riflettendo i colori dell’ambra, diventa metafora identitaria del paesaggio e delle tradizioni del territorio. Infine, è doveroso tornare a Zaha Hadid Architects con il recentissimo progetto per il nuovo Xi’an International Football Center la cui immagine rimanda, con le forme sinuose della copertura e delle balconate e con l’impiego di colonne organiche rastremate in copertura, all’armonia di un antico tempio. Diverse sono anche le tracce delle dinastie Zhou e Qin nel raffinato design.

I caratteri degli stadium’scapes, che entrano di diritto a far parte del nuovo lessico della città contemporanea, sono così molto legati agli aspetti ambientali e riguardano:

  • tecnologie e materiali innovativi, nuove funzioni e modalità di fruizione, una rinnovata sensibilità che influenza innovazioni rispetto al ciclo di vita e al riutilizzo degli edifici, e quindi la loro resilienza;
  • morfologie architettoniche che dialogano con il paesaggio in quanto elementi di infrastrutturazione fisica e sociale del territorio;
  • oggetti-design che diventano icone urbane la cui percezione sensoriale viene amplificata dai media su scala globale; cattedrali laiche, espressione di un simbolismo onirico in grado di attrarre le grandi masse dei consumatori del tempo libero.

 

Autore

(1974) architetto, laureato con lode al Politecnico di Milano nel 2002, consegue presso lo stesso Ateneo il Dottorato di Ricerca in Design e Tecnologie per la Valorizzazione dei Beni Culturali nel 2009 e la Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio nel 2016. Già docente a contratto del Politecnico di Milano, svolge attività progettuale e di ricerca con particolare attenzione ai temi connessi alle infrastrutture sportive. Autore di pubblicazioni, articoli e saggi è coordinatore scientifico del Master Universitario di II Livello in Progettazione Costruzione Gestione delle Infrastrutture Sportive del Politecnico di Milano.

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