Inseriamo nelle carceri nuclei di urbanità

 

L’architettura potrà dare un contributo alla realizzazione di forme più evolute di convivenza urbana se potrà occuparsi degli spazi della pena come parti della città

 

LEGGI LE ALTRE PUNTATE DELL’INCHIESTA “EMERGENZA CARCERI”

 

Il carcere, così come è arrivato a noi attraverso l’evoluzione dei suoi modelli, è una sopravvivenza che ha consumato tutte le sue retoriche, ma non la forza simbolica di luogo punitivo per eccellenza, che permane come egemone riferimento della pena. Senza la complessità urbana e territoriale da cui il carcere è separato, senza la consapevolezza di dover svoltare rispetto al suo utilizzo come “discarica sociale”, e rispetto alla concentrazione sistematica di persone detenute in aree lontane dalla città, nuovi fallimenti progettuali si assommeranno ai vecchi. Insistere coi “Piani carceri”, nella convinzione dell’inevitabile necessità della costruzione di luoghi di contenimento detentivo, porterà all’eterna ripetizione del medesimo fallimento.

Per sfuggire alla spirale claustrofobica del recinto carcerario, e alla progettazione di spazi separati e introversi, occorre porsi in tutt’altro orizzonte di riferimento: saperi sociali complessi, esperienze progettuali di frammenti urbani realizzati “dentro” e soprattutto la visione di un “fuori”, urbano e territoriale, su cui investire sempre più in serie politiche di prevenzione e alternative al carcere. Se non si agisce sulle concause, la possibilità d’interagire progettualmente con la realtà carceraria è molto più complicata. L’architettura potrà dare un contributo alla realizzazione di forme più evolute di convivenza urbana se potrà occuparsi degli spazi della pena come parti della città, in connessione con tutte le possibili strutture di relazione.

Le nostre carceri sono in gran parte carceri di celle, di corridoi e celle, se si escludono spazi, il più delle volte irrilevanti, dedicati ad attività di carattere formativo, lavorativo, educativo e scolastico. Le carceri sono regni dell’«assenza», dello spazio-tempo vuoto, legato a una retrodatata identità storica, a una concezione della separazione col territorio circostante per coppie binarie dentro-fuori, interno-esterno. Aggiungerei città e anti-città. Gli edifici carcerari sono oggi un patrimonio edilizio con parti rilevanti in progressivo declino, verso i quali gli investimenti in manutenzione sono sempre stati storicamente in fondo ai bilanci di spesa statali. Quasi che la condizione di degrado delle strutture in cui vivere la detenzione fosse in fondo un ingrediente della pena.

Occorre aver chiaro che oltre la rappresentazione ufficiale del carcere, quella delle declamate finalità, c’è un solido, persistente nucleo afflittivo che ha mantenuto continuità dentro l’edilizia carceraria, la sua disfunzionalità, la sua sciatteria, la sua indifferenza rispetto a quanto si discute e, a fatica, si opera, in termini di costituzionalità della pena. Su questo nucleo potente e attivo occorre saper incidere. Occorre decostruire tutti gli elementi che conducono alla segregazione spaziale, e occorre relazionare in ogni modo alla città e ai suoi servizi il carcere, come occorrerebbe fare per tutte le zone urbane che appaiono dissociate dai luoghi più vitali di attività umana. Se c’è un programma che ha senso sviluppare è un programma di decostruzione del sistema cellulare di organizzazione della vita detentiva, con interventi che favoriscano pratiche dell’abitare urbano; un programma che preveda la dismissione di funzioni che possono essere collocate nella città, liberando spazi per inserire nelle carceri nuclei di urbanità. Solo la promozione di azioni coinvolgenti, inclusive, capaci di portare un progetto comune di convivenza, può incidere positivamente sia a scala urbana che a scala penitenziaria sul contrasto dei processi di esclusione e marginalizzazione spaziale. Solo in un quadro di erosione progettuale dell’istituzione totale e attivazione di tutte le reti di connessione, fisiche e immateriali, l’architettura può contribuire alla nascita di spazi culturali, laboratori e biblioteche, luoghi d’incontro e ambienti per l’affettività, che possano stimolare non solo una vita interna dinamica e intensa, ma anche una maggiore potenzialità inclusiva nella società.

Autore

Architetto, collaboratore di Giovanni Michelucci, è stato direttore della Fondazione Michelucci e coordinatore del suo Comitato scientifico. Con Michelucci ha lavorato al progetto del “Giardino degli incontri” nel carcere di Sollicciano, e alla proposta di recupero urbano del complesso dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino. Ha diretto esperienze di progettazione partecipata e coordinato progetti europei sui temi del carcere e del suo rapporto con la città

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