Il corpo e lo spazio della pena: quando l’architettura fa la differenza

 

La grande riforma carceraria invocata e sempre rimandata va realizzata ora con obiettivi di bellezza e con ambizione

 

LEGGI LE ALTRE PUNTATE DELL’INCHIESTA “EMERGENZA CARCERI”

 

Scrivere questa nota nel momento in cui a causa della pandemia la detenzione è divenuta esperienza di massa può dare l’illusione che le riflessioni ripetute tante volte durante i decenni passati, siano accolte con maggiore attenzione. Milioni di uomini e donne sono prigionieri nelle loro case, senza libertà di movimento, senza possibilità d’incontrare amiche o amici, con il divieto di partecipare al funerale di una persona cara. Tutte esperienze che le detenute e i detenuti conoscono assai bene; con la differenza di conoscere il fine pena e di sognare la libertà e fare progetti per il futuro.

Nel 2009 la Società della Ragione organizzò a Firenze, presso il Giardino degli incontri del carcere di Sollicciano, un seminario su quali spazi per la pena secondo la Costituzione. Voglio proprio partire dal ricordare la decisione che assunsi da sottosegretario alla Giustizia di realizzare l’ultimo progetto di Giovanni Michelucci [immagine di copertina; guarda il documentario ufficiale], messo a punto con i detenuti dell’area omogenea del carcere fiorentino e sono fiero di avere fatto entrare l’arte e la bellezza in un luogo ai margini della città.

Dieci anni sono passati da quella intuizione di mettere al centro l’architettura versus l’edilizia, respingendo il parametro esclusivamente quantitativo legato all’ossessione di una risposta parossistica alla domanda di “più carcere”. Questa bulimica ricerca di “più posti” in cui accatastare corpi rappresenta bene l’abbandono dei principi della Costituzione; al contrario, l’evocazione dell’architettura metteva in campo la ricerca di risposte sulla qualità della vita, anche in un luogo di costrizione e di sofferenza come il carcere, a cominciare dai bisogni essenziali dei suoi ospiti. “Bisogna aver visto” era il monito di Piero Calamandrei nel numero speciale del «Ponte» (1949), analizzando la situazione delle carceri italiane dopo i venti anni della dittatura fascista e il peso del tallone di ferro del Codice Rocco, con la proposta di una “Inchiesta sulle carceri e sulla tortura”.

Inizia da quel momento la lunga teoria di tentativi di riforme e di chiusure in nome di sempre risorgenti emergenze. Invece che immaginare un grande piano di ristrutturazione degli edifici storici, legati alla storia delle città, adeguandoli alle prescrizioni della riforma del 1975 e al Regolamento del 2000, si sono costruiti mostri di cemento armato, carceri d’oro in realtà, disegnati da oscuri esecutori del potere burocratico per annullare le soggettività e schiacciare la dignità. Da una parte scelte legislative criminogene nell’affrontare con ideologie repressive e moraliste fenomeni sociali come il consumo di sostanze stupefacenti e l’immigrazione, dall’altra prassi amministrative pigre e feroci nell’applicare le misure alternative alla detenzione, hanno provocato il fenomeno indecente del cosiddetto sovraffollamento, il superlativo di una situazione già intollerabile. Piani carceri e stati di emergenza si sono susseguiti; poi è giunta la condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo per trattamenti crudeli e degradanti. Che cosa è cambiato? Il sovraffollamento ultimamente aveva ripreso a mordere e nulla si stava facendo.

Il pericolo del contagio da Covid-19 nelle galere ha fatto immediatamente esplodere l’improvvisazione: cancellazione dei colloqui e dei permessi premio. L’Amministrazione penitenziaria è riuscita in un’impresa eccezionale: fare scoppiare una serie di rivolte come non accadeva da cinquant’anni, contraddicendo una valutazione di Adriano Sofri: «Non ci saranno rivolte e grandi scioperi delle carceri perché il loro è oggi un popolo di vinti e di divisi, di schiacciati; in pochissimi hanno la forza di rivendicare un diritto, fosse anche solo una branda al posto di un materasso lurido sul suolo. Intanto chiederanno qualche goccia in più di psicofarmaco o si tagliuzzeranno le braccia o la pancia. Non c’è da preoccuparsene dunque, per il momento».

Il momento invece è arrivato. La grande riforma invocata e sempre rimandata va realizzata ora con obiettivi di bellezza e con ambizione. Va dato un mandato agli architetti in sintonia con questo cambio di paradigma di ridisegnare gli spazi della pena, cominciando a concepire case delle donne e case per i minori da inserire nel contesto urbano, insieme alle case della semilibertà (magari inventando un nuovo nome) e housing sociale. Si è riusciti in una vera rivoluzione, la chiusura dei manicomi giudiziari; nulla è dunque impossibile. Una nuova legge sulle droghe e un sistema di welfare riconcepito può far dimezzare le presenze e rendere irriconoscibile il carcere, applicando finalmente il Regolamento di Alessandro Margara. Una concezione nuova deve prevalere: si è affermato spesso che il carcere deve essere un luogo di privazione della libertà senza altre afflizioni; ho qualche dubbio, se il fine è il reinserimento sociale attraverso la conquista di autonomia e responsabilità, questi obiettivi non possono essere raggiunti senza l’esercizio della libertà che ne è il presupposto. Certamente la limitazione è dettata dal non poter varcare il muro di cinta, ma all’interno si devono esplicare i diritti e la consapevolezza dei doveri della convivenza. Il carcere dei diritti deve scommettere anche sui tabù, come quello della sessualità, cioè sulla rottura di dispositivi proibizionisti, per la liberazione dei corpi incatenati. Ridisegnare le prigioni partendo dai luoghi e dagli spazi dell’affettività sarà una scommessa di civiltà, dopo avere abbattuto i banconi di separazione per i colloqui. L’altra priorità che invoco è di ridisegnare le celle con arredi meno miserabili e con servizi igienici che rispettino la privacy e l’igiene. Se il principio della democrazia era “una testa, un voto”, nel carcere non si è neppure riusciti a garantire la misura di “una persona, un cesso”.

Ecco, si potrebbe partire da qui.

Autore

Deputato e senatore per più legislature, è stato sottosegretario alla Giustizia dal 1996 al 2001. Si è occupato di politica delle droghe, di carcere e di manicomi, elaborando proposte e disegni di legge. È stato Commissario unico per la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari e Garante per i diritti delle persone private della libertà della Regione Toscana. È autore di numerosi saggi relativi al diritto e al garantismo, e ha curato la collana di volumi della Società della Ragione, edita da Ediesse.

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