Genova: visioni vs mandati elettorali

Riceviamo e pubblichiamo una lettera a commento dell’inchiesta

 

Published 9 aprile 2021 – © riproduzione riservata

L’inchiesta su Genova evidenzia la mancanza di una visione a lungo termine su quello che si vuol fare della città. O meglio, una visione magari c’è, ma mancano programmi di ambito vasto e di lungo termine che siano in grado di attraversare i mandati amministrativi.

Certamente, la velocità con cui oggi si modificano le condizioni al contorno e i modi di vivere fanno apparire questa meta sempre più difficile da raggiungere, ma permanenti necessità sociali e ambientali richiedono di dedicare il massimo dell’attenzione ai veri problemi della condizione urbana. In tal senso, occorre distinguere fra problemi “piccoli” (che affrontano aspetti limitati dal punto di vista sia spaziale sia temporale) e problemi “grandi”.

Gli articoli dell’inchiesta evidenziano per esempio alcune grandi questioni. Tra queste, la carente politica culturale del Comune, che non valorizza sufficientemente il suo diffuso patrimonio museale ed edilizio, limitandosi agli interventi resi improrogabili anche dall’assenza di una costante manutenzione, ma poi talvolta andando al di là delle effettive necessità Per contro si affrontano inutili spese per meno indispensabili iniziative. Secondariamente, la necessità di un totale ripensamento sull’edilizia residenziale pubblica, da affrontare sull’intera area metropolitana, in stretto collegamento con il piano dei servizi e dei trasporti. Infine, il problema forse più importante, cioè l’atteggiamento quasi sempre “elettoralistico” dei politici. Nel caso specifico di Genova tale atteggiamento, combinato con l’indubbia energia di un sindaco-manager, mette alla frusta la macchina comunale per il raggiungimento di obiettivi più o meno prioritari, ma sempre innegabilmente “belli e orgogliosi” (Genova Superba!), e soprattutto perfetti per la ribalta mediatica.

Non pare quindi del tutto coerente la lettera del consigliere dell’Ordine degli Architetti Riccardo Miselli che, da un lato, cita acriticamente alcuni risultati e attività in corso, e dall’altro richiama il ruolo degli architetti per guidare le città verso progetti di trasformazione più consapevoli. Purtroppo non è così. Lo dimostrano i numerosi casi in cui, in mancanza d’idee sulle vere priorità, si è preferito affidarsi ai concorsi, quasi sempre rivelatisi inutili, e spesso diventati trappole senza uscita. A partire dall’infelice “concorso di idee” sul Blueprint, rimasto senza vincitori soprattutto per la sua intrinseca inutilità, passando per il concorso più serio, ma altrettanto suicida, per il waterfront, per arrivare ai più recenti per l’edificio Hennebique e per il Parco del ponte.

Di questi ultimi due il primo, bandito dopo vari tentativi e con molte perdite di tempo, è palese dimostrazione che il miracolistico project financing difficilmente conduce al soddisfacimento delle vere priorità, perché i criteri seguiti dagli investitori sono fatalmente diversi e spesso finiscono per proporre tutti le stesse cose.

Il secondo bando ha fallito due volte: non ha prodotto alcun abbozzo di masterplan per la Valpolcevera, come retoricamente auspicato nelle linee guida, e non ha neppure favorito l’affermazione dei giovani; invece, è servito soltanto a ribadire l’idea che un progetto “griffato” è il più gradito sia ai politici sia agli addetti ai lavori, anche se poi si rimane incastrati in un obbligo di fatto assunto con l’archistar di turno. Così si sprecano soldi per oggetti inutili come la pista per ciclisti “criceti” e la “torre del vento” che produrrà più problemi che energia. Sarebbe stato meglio risparmiare i tempi del concorso e far partire subito la realizzazione di un bel parco (magari più di uno) e studiare un percorso ciclabile più serio ed esteso da costruire in un tempo più lungo. Per non dire della richiesta inclusa nel bando d’installare proprio lì anche attività produttive (ovviamente “smart”!) quando esiste in vallata più di un’area degradata da risanare (ad esempio, l’ex Miralanza).

In conclusione, devo constatare che se in passato l’architettura (dei “maestri”) non è riuscita ad evitare lo scempio della speculazione, nemmeno oggi purtroppo è in grado d’indirizzare la rigenerazione della città verso le sue nuove ma in fondo sempre uguali esigenze. D’altra parte, se si legge la lettera di Jacques Herzog a David Chipperfield (in «Domus», ottobre 2020), si scopre che questo grande problema non esiste solo a Genova.

Autore

Si laurea in ingegneria civile (con una tesi in urbanistica) nel 1970 a Genova. Ha lavorato come dipendente/dirigente in aziende pubbliche, nel campo della progettazione di strutture e impianti, a cominciare dalle piattaforme offshore, per passare alle centrali elettriche nucleari e poi convenzionali. Ha anche svolto attività di direzione lavori su impianti di alta tecnologia. Negli ultimi anni ha svolto come consulente l’attività di controllo di progetti. Da sempre appassionato di architettura, consegue una seconda laurea in ingegneria edile architettura nel 2010

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