Formare e informare: ancora sulla didattica a distanza

 

Solo se cerchiamo di capire non “cosa sanno”, ma “come pensano” i nostri studenti, potremo ambire in modo non velleitario a una nuova idea di formazione che si faccia carico dei processi di riproduzione dei saperi che caratterizzano la nostra contemporaneità

 

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Vorrei rilanciare un fronte di riflessione che mi sembra rilevante in una fase di grandissima incertezza: come interpretare l’esperienza della didattica a distanza, sullo sfondo di una più generale lettura delle condizioni di contesto e delle dinamiche interne dell’università italiana? Sono stato stimolato in questo senso dal dialogo tra Carlo Olmo e Ferruccio Resta, rettore del Politecnico di Milano. Entrambi scelgono un terreno di discussione che colloca l’esperienza della didattica a distanza sullo sfondo di un’interpretazione del senso e della funzione dell’università oggi, prima e oltre l’emergenza Covid-19.

Mi sembra la strada giusta: la situazione attuale radicalizza processi e mutamenti che hanno una storia più lunga, che ho cercato di ricostruire con Laura Montedoro nel volume Università e cultura. Una scissione inevitabile? (Maggioli, 2020). Come osserva Olmo, la didattica a distanza mostra in controluce molto di noi, dei nostri studenti e delle nostre istituzioni. D’altra parte Resta, rivendicando l’efficienza dell’università nella risposta alla crisi, sposta l’attenzione sulle possibilità aperte dalla didattica a distanza come campo di sperimentazione.

Per ragionare su questi temi così importanti prendo le mosse dall’occasione che mi è data, nell’attuale contingenza, di fare esperienza della formazione “a distanza”. In queste settimane sto svolgendo la mia attività di docente nell’ambito del Corso di studi triennale in Progettazione dell’architettura al Politecnico di Milano, in un Laboratorio di urbanistica del primo anno. Gli studenti sono poco meno di sessanta e la piattaforma utilizzata, Microsoft Teams, è abbastanza versatile, consentendo un lavoro intenso che sinceramente prima di cominciare questa esperienza non avrei ritenuto possibile. Tuttavia, sappiamo bene che la didattica a distanza definisce uno scarto radicale rispetto a quella in presenza. Molte pratiche d’interazione diretta, soprattutto nelle attività di progettazione, non sono possibili, così come viene meno una prossemica dei corpi, che in un’attività laboratoriale è assai importante. Per non dire dell’erotica dell’insegnamento, fatta di posture, di gesti e di sguardi, oltre che di voce.

D’altra parte, come ha ricordato il filosofo Carlo Sini in una bellissima riflessione (la si può trovare sul canale youtube e sul sito dell’associazione Mechrì), la formazione è sempre “a distanza”, perché per l’appunto accade in un peculiare “distanziamento”. Ogni formazione, se e alle condizioni in cui accade, produce la propria distanza, che dipende certamente dalle protesi e dalle tecnologie (fin dal libro, prima protesi della formazione), ma anche dalle condizioni istituzionali, sociali e culturali in cui si fa spazio. Da questo punto di vista, forse la formazione a distanza non produce, sulla pratica formativa a livello universitario (diverso il discorso per la formazione primaria e secondaria di primo e secondo grado, per la formazione professionale etc..), una rottura così decisiva.

Bisogna guardare all’indietro, all’università di massa, ai processi sociali e politici avviati negli anni del secondo dopoguerra, per cogliere l’origine della trasformazione della formazione in informazione, o addirittura in addestramento. La perdita di “aura” affonda lì le sue radici, insieme alla crisi della trasmissione intergenerazionale basata sui maestri e sulle loro “scuole”. Bisogna capire come e perché siano cresciuti i dispostivi di burocratizzazione, che oggi dominano in modi diversi l’università, e che costituiscono il “potere invisibile” intorno a cui ruota l’organizzazione del “servizio” didattico, nei suoi rapporti complessi con una ricerca governata da una crescente “eteronomia dei fini”. Bisogna riconoscere nel processo di specializzazione e parcellizzazione dei saperi il luogo di scaturigine della crisi di un’esperienza di formazione che per lunghi secoli abbiamo chiamato “cultura”, e che oggi sembra avere sempre meno spazio negli atenei. Bisogna infine dar conto di un processo antropologico, di cui ancora stentiamo a vedere con precisione i contorni, che è stato veicolato dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, ma anche dalla crisi radicale della cultura “storica”, anche in relazione al dominio dell’immagine. Questo processo ha valenze diverse in differenti ambiti del sapere, ma ha una forza inarrestabile nei saperi del progetto architettonico e urbanistico.

Non dobbiamo naturalmente sottovalutare alcune conseguenze, non solo materiali, dell’attuale congiuntura, ma dovremmo comprendere se e come un nuovo “spazio comune” virtuale può generarsi efficacemente a partire dall’orizzontalità dei saperi, recuperando però una dimensione memoriale e alimentando l’esercizio rimemorativo non solo nostro, ma anche dei nostri studenti. Solo se cerchiamo di capire non “cosa sanno”, ma “come pensano”, e più in generale, come “si pensa”, potremo ambire in modo non velleitario a una nuova idea di formazione che si faccia carico dei processi di produzione e riproduzione dei saperi che caratterizzano la nostra contemporaneità.

Questa è appunto la sfida: transdisciplinarità come sperimentazione nel corpo vivo dei saperi e come esercizio di rimemorazione, senza alcuna nostalgia ma con gli occhi bene aperti sugli intrecci specifici tra protesi e pratiche, tra poteri e saperi. In questo senso, come ha scritto Olmo, la didattica a distanza sarebbe tanto più ricca quanto più si liberasse dalla con-formazione ai modelli formativi ordinari. Luogo di sperimentazione libera, di scarto e dissipazione, non dispositivo di “supplenza” rispetto alla didattica in presenza. Questa pista può essere seguita se siamo capaci davvero, come scrive Olmo, di ridiscutere, partendo anche dall’esperienza che stiamo compiendo con la didattica a distanza, dello statuto dell’università e del suo rapporto con la società.

 

Immagine di copertina: lezione nel teatro anatomico dell’Università di Cagliari (fonte: CREA – Centro servizi di ateneo per l’innovazione e l’imprenditorialità)

Autore

Insegna politiche urbane al Politecnico di Milano. Dal 2013 al 2019 è stato direttore del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani, dove ora coordina il Progetto Dipartimento di Eccellenza – “Fragilità territoriali”. Tra le sue pubblicazioni recenti: Università e cultura. Una scissione inevitabile? (con Laura Montedoro, Maggioli, 2020), Perché gli alberi non rispondono. Lo spazio dell’urbano e i destini dell’abitare (con Carlo Sini, Jaca Book 2020), La città, i saperi, le pratiche (Donzelli, 2020).

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