Forma urbis e lavoro: un modello fallito? /2

 

In un percorso in due puntate, la rassegna delle principali realizzazioni e uno sguardo critico sulle molteplici sfaccettature urbane di un fattore decisivo, anche negli ultimi anni, per la trasformazione di Milano, città attrattiva per eccellenza

 

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Milano si trasforma, in nome del lavoro. Ma quale lavoro? Esaminiamo forse quella che è la caratteristica che più connota, non in positivo, l’architettura della Milano post-Expo ora di fronte alla pandemia, ospite non invitato al tavolo delle decisioni sulla forma urbana. Se negli anni ‘50 l’edificio alto era espressione di una cultura dell’industria e di uno stato di salute dell’economia della ricostruzione, nonché delle sue ambizioni (basate su fondamentali economici veri e reali), l’ultima infornata della Milano che scintilla sotto i nostri occhi è figlia di un mondo finanziario e immobiliare e di una fascinazione del pianeta nei confronti della città alla quale Expo 2015 ha contribuito non poco. In mezzo secolo a Pirelli si sostituisce Hines (da poco è mancato il fondatore Gerald Hines), alla Fiera un Salvatore Ligresti e poi, tramontato questi, Generali, a Montecatini Amazon, a Unilever Bending Spoons e così via in un processo inarrestabile.

Certo, è la Milano nella quale tutti volevamo vivere e lavorare fino a 6 mesi fa: studenti, professionisti, creativi, cittadini comuni e più o meno abbienti. E ora? I grattacieli si ergono vuoti simulacri di una forzata visione che ha costruito templi del lavoro terziario basato sulla crescita del valore immobiliare e che ha avuto come contropartita la contrazione dell’idea stessa di casa, avendo perso l’abitazione negli ultimi decenni ambienti fondamentali come lo studio, i disimpegni, financo i famigerati corridoi, gli office, le dispense e i guardaroba sacrificati sull’altare del dio metro quadro lanciato in una crescita di valore inarrestabile. Più le case diventavano piccole e più cresceva il loro valore a metro quadro, mentre il vivere si trasferiva negli spazi urbani, nelle piazze, nelle vie “shopping center” e nei veri mall che – attuati di fatto in varie forme, anche se formalmente vietati – avevano nel volgere degli ultimi due decenni colonizzato la città. Perché avere una casa grande nella quale si va giusto a dormire? L’importante è pagarla molto per essere vicino ai luoghi della vita, al place to be, come recita un rimasticato slogan da provincia più che da metropoli (non ci fermiamo a considerare quanto abbiamo riflettuto sulla validità di questi principi durante i mesi di quarantena).

E ora che cosa succederà? Ora che non andiamo e, forse, non vogliamo neanche più andare in ufficio? Ora che le boutique famose nel mondo del quadrilatero giacciono deserte, se non chiuse, e i cartelli affittasi campeggiano su quelle vetrine appena qualche mese fa oggetto di trattative segrete a qualsiasi prezzo pur di accaparrarsene una nella posizione giusta? Il miraggio del co-working che ogni progetto risolveva si è dissolto sotto i colpi di un virus tanto piccolo quanto nefasto. La socialità – ricreativa, lavorativa, espositiva o commerciale – ha lasciato il posto alla distanza sociale (mai termine fu più azzeccato e allo stesso tempo orribile e funesto) e i vecchi standard – le obsolete misure interpersonali che avevano, ad esempio, permesso al grattacielo Pirelli di mantenere intatte le proprie qualità sull’arco di 60 anni, celebrati proprio quest’anno – diventano oggi di estrema attualità quale paradigma di dimensioni e distanze nuove, da perseguire e da ottenere grazie ad una prossemica del progetto, nuova ma in verità antica, che ha già trovato pronti i suoi cantori, convertiti in un attimo al nuovo credo.

Dunque, quello di Milano è un modello fallito? Abbiamo di fronte una Milano al culmine della parabola interrotta dal virus venuto dalla Cina? Proprio quella Cina che aveva spostato l’orizzonte dello sviluppo e degli affari meneghini verso Oriente, dopo aver a lungo guardato a Occidente? In un certo qual modo sì, soprattutto se la città non riuscirà a volgere lo sguardo al proprio ingente patrimonio edilizio, anche quello da poco completato o da completare, con occhi nuovi che implicano obbligatoriamente il progetto di un uso diverso. Che siano grattacieli, spazi pubblici, scuole e università: nuovi luoghi di un lavoro vecchio che, è vero, può vedere anche i propri riti celebrati nella domesticità, ma che non può in nessun caso rinunciare al valore di una socialità, di uno scambio interpersonale, di una conoscenza fisica reciproca: un lavoro che vede nella città il palcoscenico ideale, e forse l’unico possibile, della sua rappresentazione. Spazi che necessitano di un nuovo design, non in termini di forma e di linguaggio (sui quali molto e troppo si è già fatto e detto), ma in termini di utilizzo e di funzione, che solo un allestimento leggero e reversibile, colto e di qualità, può assicurare per rispondere ad esigenze che saranno sempre più diverse e subitanee. È una nuova sfida, sottile e imprevista – ma non imprevedibile in quanto già annunciata da un recente passato – che l’immediato futuro richiede. E che solo la nostra cultura di progetto, saldamente ancorata nella tradizione del Moderno del Novecento (che a sua volta guardava al mondo classico molto più di quanto forse superficialmente si è sempre voluto credere) può accogliere e vincere, superando la specializzazione degli spazi.

È una chiamata all’opera per tutti i progettisti, gli operatori, gli amministratori, per la ricerca e la formazione. Se la partita si giocherà nei grattacieli, nelle piazze, nelle periferie o negli evocati borghi, sugli affitti o sugli edifici abbandonati, non è chiaro: come sempre forse la soluzione si otterrà muovendosi su tutti i fronti e non privilegiando questo o quello a seconda dei gusti e degli interessi. Crediamo che Milano possa compiere anche questo miracolo: sicuramente su questa sfida capiremo se potremo permetterci di continuare a dire che Milan l’è semper on gran Milan.

Immagine di copertina: scorcio di piazza Gae Aulenti a Porta nuova (© Arianna Panarella)

 

Autore

Nato a Milano (1963), dove si laurea in architettura al Politecnico nel 1987. Nel 1989 inizia il sodalizio con Pierluigi Cerri presso la Gregotti Associati International. Nel 1991 vince il Major of Osaka City Prize con il progetto: “Terra: istruzioni per l’uso”. Con Bruno Morassutti partecipa a concorsi internazionali di architettura ove ottiene riconoscimenti. Nel 1998 è socio fondatore dello Studio Cerri & Associati, di Terra e di Studio Cerri Associati Engineering. Nel 2004 vince il concorso internazionale per il restauro e la trasformazione della Villa Reale di Monza e il Compasso d’oro per il sistema di tavoli da ufficio Naòs System, Unifor. È docente a contratto presso il Politecnico di Milano e presso il Master in Exhibition Design IDEA, di cui è membro del board. Su incarico del Politecnico di Milano cura il progetto per il Coffee Cluster presso l’Expo 2015

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