Eppure all’estero eccellono i progetti di qualità

 

Dagli Stati Uniti all’Europa, una rassegna di casi in cui l’architettura e il design mitigano la conflittualità in ambito detentivo

 

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Le rivolte di questi giorni nelle nostre carceri riaccendono i riflettori sulla realtà delle infrastrutture penitenziarie del nostro paese, da numerosi decenni segnata da un palese fallimento culturale e politico. Quanto sta succedendo, in virtù delle scelte privative, adottate dall’amministrazione penitenziaria, nei confronti dei detenuti e dei loro familiari, per fronteggiare il Coronavirus, rimanda al tema della conflittualità in ambito detentivo, connaturata nel rapporto tra “custode” e “custodito”. Svariate sono le dimensioni dove incidere per risolvere positivamente quella condizione, nell’ottica del rispetto dei diritti costituzionali dell’individuo, ancorché detenuto: una di queste è quella architettonica.

Le recenti realizzazioni straniere in ambito penitenziario, consentono d’inquadrare i termini della questione e forniscono soluzioni. Si tratta di progetti in cui si è cercato d’incoraggiare l’interazione tra il personale e i prigionieri, ridurre la conflittualità, favorire la socialità interna e quella tra “il dentro” e “il fuori”, attraverso soluzioni tipologiche innovative e una progettazione architettonica di qualità.

Negli Stati Uniti, dopo le devastanti rivolte degli anni ‘70 del secolo scorso, le vecchie prigioni, fatiscenti e insicure, furono progressivamente dismesse. Conseguentemente s’iniziarono a costruire nuove prigioni, secondo modelli tipologici innovativi, appositamente concepiti per ridurre al massimo i rapporti conflittuali tra i detenuti e tra questi e il personale di custodia. Furono abbandonati gli schemi tipologici tradizionali – lineare e stellare – del “controllo indiretto”, e s’introdusse lo schema cosiddetto “podular/direct supervision”, una combinazione dei due elementi chiave: la progettazione fisica di una prigione e la strategia di gestione dei detenuti. In questo caso, le celle dei detenuti sono posizionate intorno ad un ambiente comune, utilizzato come soggiorno. Il personale di custodia condivide quello spazio in stretto contatto con i detenuti ed interagisce direttamente con loro. Elementi di design, infissi e arredi sono concepiti per favorire un comportamento positivo del detenuto.

Altre soluzioni architettoniche, per fronteggiare la conflittualità, ridurre rabbia, stress, ansia, tristezza e depressione, sono quelle che considerano la qualità del costruito, partendo dal presupposto che l’ambiente che circonda l’individuo, ancorché detenuto, può incidere sul suo comportamento positivamente o negativamente. Oltreoceano e in Europa le edificazioni recenti ne offrono un quadro significativo e illustrano la realtà più progredita: uso della vegetazione a contatto con l’edificio per mantenere un forte inserimento degli edifici nella natura, attrezzature per lo sport e la permanenza all’esterno, edifici e ambienti non oppressivi e dotati di un tratto distintivo, locali luminosi, aerati, facilmente pulibili, acusticamente e termicamente controllati, cromaticamente e materialmente variati e stimolanti, affacci dei luoghi di vita dei detenuti verso le aree libere, con orizzonti lontani, ecc.

La “miseria delle nostre carceri”, certificata dalla recente condanna dell’Italia da parte della Corte europea per i diritti dell’uomo, si riverbera drammaticamente nella dimensione edilizia degli istituti, che nulla hanno a che fare con le buone prassi illustrate.

Autore

Architetto torinese da decenni impegnato nel campo dell'edilizia penitenziaria con una visione fortemente innovativa, per restituire all’edificio carcerario la dovuta coerenza con le finalità costituzionali della pena. È autore del progetto di riorganizzazione spaziale dell'Istituto penale minorile “Ferrante Aporti” di Torino, delle linee guida e spunti progettuali per il nuovo carcere di Bolzano, degli arredi degli “Spazi gialli” per le sale di attesa nelle carceri, del progetto della sezione femminile ICAM a Torino, del progetto in corso del nuovo carcere della Repubblica di San Marino. Nel 2013 è stato membro della Commissione ministeriale per gli interventi penitenziari e nel 2015 è stato componente del Tavolo numero 1 “Gli spazi della pena: architettura e carcere”, nell’ambito degli Stati generali dell’Esecuzione penale

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