Così il Sudafrica affronta l’emergenza sanitaria e urbana

 

I piani governativi per l’igiene e per ridurre la densità abitativa attraverso un programma di ricollocazione negli insediamenti informali. Ma le disuguaglianze sociali crescono

 

LEGGI GLI ALTRI CONTRIBUTI DELL’INCHIESTA “LE CASE E LA CITTA’ AI TEMPI DEL CORONAVIRUS”

 

Il 15 marzo 2020 è stato dichiarato in Sudafrica lo stato di emergenza, come conseguenza di 51 casi di Covid-19 in atto (quasi 9.000 positivi il 9 maggio), e il governo ha approntato un piano in cinque fasi per contenere il virus: un primo periodo di lockdown totale iniziale e successivi periodi di allentamento graduale delle restrizioni. La strategia che il presidente Cyril Ramaphosa ha messo in atto si è concentrata in particolare sul miglioramento del sistema sanitario, l’emanazione di protocolli di prevenzione e uno screening della popolazione.

Il difficile momento ha comportato quindi, come in Italia e nella maggior parte del mondo, l’imposizione di una serie di comportamenti sociali, in particolare la necessità del distanziamento, l’igiene e la sanificazione degli spazi. Modalità e atteggiamenti di vita, questi ultimi, molto difficili da applicare in molte parti del Sudafrica. Il paese (58,78 milioni di abitanti), ha un tasso di diseguaglianza di reddito tra ricchi e poveri tra i più alti del mondo (fonte, World Inequality Database), e il 49,2% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Il 13,9% dei nuclei familiari abita inoltre negli insediamenti informali, fatti di baracche e alloggi di fortuna, spesso sovraffollati e privi di standard igienico-sanitari, autocostruiti in terreni occupati illegalmente ai bordi delle grandi città e accanto alle township, eredità della pianificazione coloniale e dell’apartheid. Nel migliore dei casi queste persone sopravvivono con salari minimi, guadagnati con attività svolte nei settori dell’economia informale. Sono luoghi svantaggiati che richiederebbero la messa in atto del fondamentale droit à la ville postulato da Henri Lefebvre nel 1968, in cui lo spazio urbano non sia più concepito come un dispositivo di esclusione sociale e segregazione, che separa i privilegiati e gli altri, ma come un luogo che facilita la continuità e il dialogo, con la natura e tra le persone.

Per ridurre la densità abitativa ed evitare che si possano creare focolai di contagio, il Department of Human Settlements, Water and Sanitation ha deciso di attivare in 29 aree informali tra le più popolate (Johannesburg, Pretoria, Durban, Cape Town e Buffalo City), un piano di ricollocazione degli abitanti in 27 nuove zone, vicine alle loro abitazioni, e la costruzione di strutture abitative temporanee prefabbricate.

A Wilgespruit, nell’area metropolitana di Johannesburg, è in fase di ultimazione il primo progetto pilota per 72 famiglie, che da quattro anni sono costrette a vivere in tende temporanee fornite dal governo, con la costruzione di unità abitative prefabbricate in legno, componibili in un’ora. Tra le altre opzioni si sta pensando anche d’incentivare l’uso di container e d’intervenire direttamente negli insediamenti informali intensificando in situ il re-blocking, procedimento che mappa e definisce gli isolati abitativi in modo tale da garantire spazi di passaggio intermedi tra gli alloggi e creare così un più efficace distanziamento.

La de-densification non è facile però da attuare e richiede la collaborazione di altre parti sociali, in particolare le ONG già attive in queste zone, per mediare e aiutare gli abitanti, che improvvisamente sono costretti a modificare luoghi e abitudini di vita. L’impatto psicologico e il ricordo delle rimozioni e segregazioni forzate subite dalle comunità nere e coloured durante l’apartheid è infatti ancora molto vivo e le persone non sempre sono disposte a cambiare dimora, anche se per migliori condizioni abitative, che in questo caso sono solo temporanee.

Insieme a queste iniziative 17.000 serbatoi d’acqua, 1.200 autocisterne e prodotti per la sanificazione sono stati installati nelle aree prive di acqua corrente, o dove comunque è insufficiente, per garantire la pulizia personale e degli ambienti domestici. Parallelamente è già in fase operativa un piano pre-Covid più articolato, il National Water and Sanization Master Plan (2018), che prevede numerosi interventi per superare la mancanza d’infrastrutture idriche e sanitarie nelle abitazioni informali, estremamente urgenti in questo momento.

La precarietà non riguarda però solo i luoghi dell’abitare, ma coinvolge anche gli spazi del commercio, e l’economia correlata, che si estende alla città intera. L’economia informale, principale sistema di sussistenza di una parte importante della popolazione, circa 2.641.000 persone, e che rappresenta il 5,2% del PIL dell’intero Sudafrica, ha subito infatti danni irrimediabili a causa dell’emergenza. Durante le cinque settimane di lockdown totale, terminato il 30 aprile, il commercio di questo tipo è stato vietato completamente, per le difficili condizioni in cui spesso si svolge, con qualche apertura solo per i venditori di beni di prima necessità che si sono messi in regola. La raccolta di rifiuti svolta dai lavoratori informali, tra i quali anche quelli che prelevano il cartone dalle strade, pur considerata un servizio essenziale, non è stata permessa, con gravissime perdite economiche.

La situazione di emergenza e i protocolli messi in atto dalle autorità competenti hanno messo in luce il divario di accesso ai servizi e agli spazi esistente tra le comunità povere ed emarginate e il resto della popolazione, ma fanno anche capire quanto le disuguaglianze sociali, già molto ampie, si stiano allargando ulteriormente, creando problemi e sofferenze difficili da sanare in futuro. Occorre intervenire e le autorità devono impegnarsi, insieme ai professionisti, imprenditori, enti locali e gruppi di ricerca, ad attivare soluzioni adeguate a contrastare la pandemia. Ma occorre anche capire che l’emergenza attuale può e deve essere un’occasione importante, una sfida che riguarda tutti, per affrontare in modo risolutivo le criticità preesistenti e ricominciare a parlare di un’idea nuova e più equa di città.

 

Autore

Architetta laureata allo IUAV di Venezia e dottore di ricerca in Progettazione architettonica alla UPC di Barcellona, è stata assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Ingegneria edile, ambientale e Architettura dell’Università di Cagliari e dal 2017 insegna Progettazione architettonica e Storia dell’architettura alla University of Kwazulu-Natal di Durban (Sudafrica). Studiosa dell’opera di Le Corbusier e autrice del libro “Le Corbusier e Olivetti. La Usine verte per il Centro di calcolo elettronico” (Quodlibet, 2014), si occupa del patrimonio industriale e di architettura moderna e contemporanea in Spagna, Italia e Sudafrica. Su questi temi ha partecipato come relatrice a congressi internazionali e scritto su riviste tra le quali «Massilia» e «Domus»

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