Come abiteremo la città della distanza

 

Occorre rapidamente adattarsi, mettendo a prova la resilienza dei contesti e dei comportamenti, discutendo di nuovi modelli abitativi e di organizzazione del territorio

 

LEGGI GLI ALTRI CONTRIBUTI DELL’INCHIESTA “LE CASE E LA CITTA’ AI TEMPI DEL CORONAVIRUS”

 

La pandemia che stiamo vivendo è globale perché interessa tutto il pianeta; appartiene alla famiglia degli “shock improvvisi”, ci coglie impreparati e provoca una catastrofe, ovvero un’azione che oltre a “recare con sé rovine e dolori” (Aristotele), comporta un danno strutturale ad un sistema, capace di comprometterlo fino alla sua irreversibilità. Occorre rapidamente adattarsi dunque, mettendo a prova la capacità di resilienza sia dei contesti che dei comportamenti, occorre discutere in fretta di nuovi modelli di abitare, di organizzazione del territorio e delle attività umane che vi hanno luogo.

 

Casa & città

Interrelate e reciproche, assumono ancora una volta significati diversi. Nei mesi di quarantena, la casa è stato il nostro spazio privato e pubblico al tempo stesso. Le città, incredibilmente vuote, sono rimaste “altrove”, nella nostra memoria e nel nostro immaginario. La città è stata ciò che abbiamo visto dalla finestra, con un raggio d’azione limitato al nostro sguardo e alle inquadrature del nostro appartamento. Dal punto di vista fisico la libertà personale ne è risultata penalizzata, mentre si sono moltiplicate le occasioni di socialità virtuale. Se qualcosa di positivo rimarrà di queste nuove abitudini (diminuzione degli spostamenti, ottimizzazione dei tempi, migliore organizzazione delle attività, uso più consapevole dei dispositivi digitali, nuova idea di domesticità), d’altra parte la città ci è mancata perché noi siamo la città e la città ha bisogno di noi per poter esistere. Niente di meglio che le parole di Juhani Pallasmaa per esprimere questo sentimento: “Io sperimento la mia presenza nella città e la città esiste attraverso la mia esperienza incarnata: la città e il mio corpo si completano e si determinano. Io abito la città e la città mi abita”. Mai come adesso notiamo l’evidenza fisica di questo rapporto, l’importanza del corpo nella configurazione e nel progetto degli spazi e quanto la condizione di quarantena abbia messo a dura prova la nostra natura antropica a favore di quella virtuale, ed abbia posto di nuovo al centro l’uomo, come essere vivente, e il suo destino. È come se la casa si fosse dilatata nell’assorbire molte funzioni prima dislocate altrove e la città fosse invece riconsegnata ad una naturalezza mai vista prima e tangibile nell’aria tersa, nei silenzi attraversati dallo scroscio d’acqua delle fontane o dal cinguettio degli uccelli, nell’acqua pulita dei canali.

 

Distanza e densità

Ma come si deve modificare la città che torneremo ad abitare, per essere adeguata a svolgere ogni attività in sicurezza? Il primo termine su cui riflettere è distanza (come intervallo misurabile e spazio di relazione); il secondo è densità, inevitabilmente legato al primo. Se gli ultimi quindici anni sono stati caratterizzati dal contrarsi delle città, dall’implosione verso l’esistente, dal “costruire nel costruito”, invertendo il processo di ottimistica espansione che aveva caratterizzato le città/metropoli della fine del secolo scorso, ora un nuovo concetto di “distanza” legato a quello di “sicurezza”, corregge nuovamente il parametro della ‘densità’ e chiede alla città di saperlo rimodulare. Abbiamo bisogno di una città capace di “dilatarsi” e di respirare nei suoi tessuti più interni, in grado d’intessere un nuovo rapporto con il suolo e di mettere in valore il vuoto degli spazi aperti.

 

Spazi aperti e infrastrutture

Il tema degli spazi aperti come grande connettivo naturale e attrezzato fra placche urbane differenti e quello di una mobilità pubblica capillare ed efficiente, sono le due grandi sfide della città post emergenza. L’accessibilità garantita in ogni punto del territorio è il primo indicatore per valutare il suo uso democratico. Garantire una mobilità pubblica, sicura, che metta a sistema, potenziandole, le reti veloci con quelle lente, è dunque il primo passo per assecondare il nuovo stile di vita e i nuovi comportamenti che avremo nel “dopo”. Impegnarsi su un nuovo concetto d’infrastruttura, capace di assolvere a diversi compiti e di assommare in sé qualità funzionali ed ambientali è la sfida per il futuro prossimo. Gli spazi aperti, intesi come spazi relazionali, dinamici, attrezzati e produttivi ma soprattutto come infrastrutture ambientali di connessione urbana, rappresentano un altro tema importante. In questa inedita sollecitazione alla distanza e alla dilatazione dei flussi di cose e persone, gli spazi aperti possono funzionare da nuovi catalizzatori diffusi, attrezzabili e reversibili per diverse attività, da quelle ludico/turistiche a quelle produttive, culturali, didattiche.

 

Il ruolo dell’architettura

Questa pandemia è stata un indicatore potente della nostra fragilità a livello globale, ha obbligato circa quattro miliardi di esseri umani ad auto-segregarsi per timore di un contagio virale ed in molti casi letale. Anche se è un fatto contingente che sarà superato, rimane la certezza di una fragilità accresciuta. Casa e Città tornano ad essere due polarità nuovamente e diversamente intrecciate e la Natura, come processo, comportamenti e capacità di sopravvivenza è un’altra bussola importante per determinare la rotta da seguire. Anche l’architettura può fare la sua parte, nel cogliere le domande implicite e nel saper anticipare le risposte, nella capacità di prefigurare visioni di sistema, nel senso civico a cui ispirare le proposte, intendendo la città come bene comune e cosa pubblica, ed infine in un senso etico rafforzato, sentendo forte la responsabilità di essere ancora, come architettura, “sostanza di cose sperate”.

 

Autore

Architetta, docente di Architettura presso il DSA della Scuola Politecnica di Genova e, precedentemente, presso l’Università di Chieti-Pescara, svolge attività di ricerca teorica e progettuale sui fenomeni di dismissione infrastrutturale e patrimoniale con riferimento alle città costiere e ai porti del Mediterraneo. Negli anni 2009/2013 amplia il campo d'indagine ai contesti mediorientali (missioni in Libia, Giordania, Egitto) ed affronta il tema dell’archeologia nei contesti estremi del deserto. Nel 2008 è fra i cinque invitati per il padiglione Italiano della XI edizione della Biennale di Architettura. Pubblica per Donzelli il volume Patrimonio ed Abitare. E’ membro del dottorato internazionale Villard e del comitato scientifico della Fondazione Torroja. Vince nel 2013 il premio alla carriera per l’Architettura nella 1° edizione di Icastica Art Event. Vive e lavora fra Genova, Roma e Milano

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