Cari progettisti, come si sta fuori dalla comfort zone?

 

Intervista parallela a Michele di Marco, Daniela Hidalgo Molina e Jørgen Eskemose Andersen, coordinatori di programmi didattici e di ricerca che agiscono nel campo dell’informalità urbana

 

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L’informalità urbana è al centro di un acceso dibattito disciplinare da circa 15 anni, ed è molto probabile che continui ad esserlo in futuro. Gli insediamenti informali, in particolare, si stanno affermando come paradigma urbano in crescita costante e, come tali, esercitano una forte fascinazione su una disciplina, la progettazione architettonica, che da sempre costruisce la sua legittimazione sulla proiezione di futuri formalizzati. L’architettura guarda all’informalità urbana come a qualcosa che è al di fuori della sua zona di comfort: e infatti l’azione di progetto negli insediamenti informali lavora attraverso l’interpretazione di una situazione presente e concreta, piuttosto che attraverso la proiezione di futuri possibili. Di conseguenza, c’è una certa divergenza fra la scala planetaria della questione (gli insediamenti informali come crocevia di dinamiche economiche e sociali a scala globale che qui rivelano i loro effetti più dirompenti) e la scala contenuta delle proposte progettuali (“urbanismo tattico”, “agopuntura urbana”, inteso come il sasso nello stagno, da cui effetti di più ampia scala possono poi propagarsi). Questa divergenza da un lato è pragmaticamente necessaria, data la complessità degli insediamenti informali e delle loro specifiche contingenze, che non sono conoscibili se non alla scala minuta dei singoli oggetti, persone, luoghi, ma allo stesso tempo s’inserisce in un quadro di crescente irrilevanza sociale e politica della professione architettonica – e delle discipline progettuali in generale. 

I molti e interessanti programmi didattici e di ricerca che si occupano di progettazione all’interno degli insediamenti informali offrono spesso un terreno fertile per la sperimentazione di possibili connessioni fra la scala dell’analisi e la scala dell’azione. In queste interviste parallele, tre coordinatori di programmi che lavorano su insediamenti informali e più in generale sull’informalità urbana riflettono sulla possibilità di rivendicare la rilevanza delle competenze architettoniche in luoghi urbani complessi.  

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Gli interlocutori

 

Michele di Marco _ Tutor nel Master IUAV in “Emergency & Resilience” e CEO di EAHR (Emergency Architecture and Human Rights)

Daniela Hidalgo Molina _ Referente del Taller de Informalidad y Espacios Públicos (Universidad de Especialidades Espíritu Santo)

Jørgen Eskemose Andersen _ Direttore del Department of Human Settlements (The Royal Danish Academy of Fine Arts)

 

Ognuno dei vostri programmi si occupa di informalità urbana da una prospettiva diversa e in diversi luoghi del mondo. Come descriverebbe la scala più ampia e la scala più piccola che il programma affronta, e la relazione fra esse?  

Michele di Marco: La scala più ampia l’abbiamo affrontata durante il Master “Emergency & Resilience” dedicato agli insediamenti informali dei Rohingya. Nel modulo del 2018 e 2019 il Master si è focalizzato sulla crisi dei rifugiati Rohingya, la maggior parte dei quali abita in insediamenti informali in condizioni che Médecins Sans Frontières (MSF) ha descritto come “deplorevoli”, e che si trovano in aree ad alto rischio ambientale, soprattutto nella stagione dei monsoni. Questa condizione di rischio ambientale, unita all’emergenza umanitaria, ha costretto gli studenti a lavorare in un contesto ad alto grado di complessità, all’incrocio fra culture diverse e diverse discipline. La scala più minuta invece l’abbiamo affrontata durante il progetto per la “Classroom for Syrian refugee children in Jordan”: un’aula di 25 mq a forma di cupola, costruita per ospitare rifugiati siriani e bambini giordani nel villaggio di Za’atari, che si trova immediatamente fuori dal campo profughi Za’atari, a 10 km dal confine siriano. La stragrande maggioranza dei profughi siriani vive informalmente in comunità ospitanti, senza accesso ad alcun servizio: il villaggio Za’atari, per esempio, ospita attualmente 15.000 siriani e 13.000 giordani. EAHR, in collaborazione con la comunità locale e la ONG Acting for Change Jordan, ha progettato un’estensione della scuola esistente, che viene utilizzata dai bambini in età scolare per metà giornata, e dagli adulti che vogliono imparare a leggere e scrivere al pomeriggio.

Daniela Hidalgo Molinas: La scala più ampia che abbiamo affrontato è relativa all’analisi delle politiche urbane e dei piani che hanno causato la crescita indiscriminata degli insediamenti informali a Guayaquil, in Ecuador. È utile specificare che il 60% della attuale città di Guayaquil è composta da insediamenti informali che nel tempo sono stati legalizzati e consolidati; oggi, tuttavia, altri e nuovi insediamenti informali continuano a crescere al di fuori dei limiti della città.

Jørgen Eskemose Andersen: “Casas Melhoradas” è un programma che esplora alla scala reale – attraverso prototipi costruiti – diverse tipologie residenziali negli insediamenti informali di Maputo, in Mozambico. La sua dimensione più ampia è quella della diffusione degli oggetti costruiti sui media nazionali e internazionali. In più, il programma è connesso con la Scuola di Architettura di Maputo e vorrebbe influenzare la prossima generazione di architetti. Tuttavia, non possiamo fare a meno di dubitare della capacità del governo nazionale di garantire una cittadinanza urbana reale alla grande maggioranza di abitanti che attualmente risiedono negli insediamenti informali; con tutte le conseguenze spaziali che ciò comporterebbe: diritti di proprietà formalizzati, servizi urbani come accesso alla rete idrica e alla sanità pubblica, strade, infrastrutture come scuole e ospedali. Più probabilmente, si continuerà a procedere per approssimazioni successive con una gestione a dir poco discontinua; in questa situazione, si permette alle élite di continuare a manovrare il mercato tramite speculazioni piuttosto evidenti, e al tempo stesso si ottiene che i poveri possano ritenersi soddisfatti da un certo grado di libertà offerto dalle autorità che raramente si spingono a intervenire all’interno degli insediamenti informali. La scala più piccola del programma opera a due livelli: quello delle singole unità abitative, e quello dei dettagli costruttivi. Siamo convinti che entrambe le scale, la extra large e la small, debbano ambire ad avere un impatto sia nel breve che nel medio e lungo periodo.

 

Parte dell’interesse nell’informalità urbana è dato dall’opportunità-necessità di sconfinare rispetto a un campo di saperi disciplinari. In che modo questi programmi permettono di espandere la pratica dell’architettura ed avere effetti su processi che potrebbero essere considerati ad essa estranei?

Michele di Marco: Uno dei moduli del master “Emergency & Resilience” del 2018, “Agricamp,” si è svolto nel campo Bidibidi, in Uganda del nord. Con 250.000 residenti, Bidibidi è il secondo campo di rifugiati al mondo, dopo Kutupalong in Bangladesh. A Bidibidi, le politiche locali permettono a residenti e rifugiati di vivere, coltivare e lavorare liberamente insieme, con un notevole impatto positivo sulle piccole attività e sul livello di vita locale. Gli studenti del master hanno lavorato, insieme a docenti provenienti da diverse discipline e organizzazioni come la FAO, a una nuova identità per Bidibidi: l’Agri-camp. Il 72% di tutti i rifugiati in Uganda lavorano nell’agricoltura, perciò gli studenti hanno proposto una trasformazione del campo in una sorta di azienda agricola alla grande scala dove i giovani e le donne possano esercitare nuove attività e al tempo stesso costruire una città che possa resistere nel tempo e sopravvivere all’eventuale ritorno in patria dei rifugiati. Lo staff della FAO ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo del progetto; questo dimostra che quando la complessità è molto alta, l’unica soluzione è aumentare il numero di competenze coinvolte. Invece, in Libano, EAHR e la ONG Nejdeh tentano di migliorare le condizioni di vita di donne e bambini residenti nel campo rifugiati di Shatila, a Beirut, tramite la gestione di un centro per il recupero psicosociale e la conversione della sua copertura in parco giochi. L’intero campo, che esiste da più di 70 anni, versa in condizioni degradate dal punto di vista delle infrastrutture invecchiate, della mancanza di spazi comuni e di centri sanitari. Allo stesso modo, il centro dell’associazione Najdeh non riceve manutenzione per mancanza di risorse economiche e tecniche. Attraverso un processo di coinvolgimento della comunità, EAHR sta supportando Najdeh nella riqualificazione del centro, nella convinzione che la disponibilità di uno spazio inclusivo e sicuro per le fasce più vulnerabili possa aiutare a costruire fiducia nel futuro.

Daniela Hidalgo Molinas: L’informalità urbana è spesso considerata una forma di urbanizzazione al contrario; inizia con una pianificazione precaria di confini e connessioni, dopo di che le famiglie acquisiscono la proprietà della terra, solitamente tramite la mediazione di gruppi di trafficanti, e in modo spontaneo costruiscono il nucleo principale che piano piano, a seconda della disponibilità specifica, si consolida ed estende. L’incrementalità della costruzione è apprezzabile in termini di flessibilità e di adattamento alle temporanee condizioni economiche della famiglia. Una volta che l’insediamento si è consolidato, con abitazioni, acqua (solitamente in taniche), attività commerciali, e altri servizi privati, le amministrazioni locali costruiscono strade, infrastrutture sanitarie, servizi di trasporto, e così via, procedendo poi a legalizzare la terra e implementare ulteriori servizi.

Jørgen Eskemose Andersen: Il programma “Casas Melhoradas” ha avuto un certo successo nel “guardare fuori”: è stato presentato a vari convegni, workshop e seminari, e in più è stato pubblicato ampiamente, per esempio in un articolo di Archdaily. Tuttavia, la sua efficacia nell’influenzare le pratiche locali e facilitare l’introduzione di nuove tecnologie e nuovi modelli a una scala più ampia è tutta da verificare. Le pratiche di architettura convenzionale sono solo in parte presenti negli insediamenti informali di Maputo, per lo più nella progettazione di edifici per il settore commerciale e finanziario. La ragione principale per cui i progetti di architettura negli insediamenti informali non hanno presa è che, semplicemente, la stragrande maggioranza dei residenti hanno risorse finanziarie molto limitate e la parcella di un architetto è ben oltre le possibilità dei più.

 

Come gestite, nel programma specifico, la relazione fra le questioni più urgenti che devono trovare una soluzione immediata, e le proiezioni a lungo termine delle molteplici implicazioni possibili?

Michele Di Marco: Il Master “Emergency & Resilience | Women Urban Farms”, nella sua edizione del 2018, ha preso in esame l’adattabilità del Mozambico a catastrofi naturali legate ai cambiamenti climatici. Il ciclone Idai, siccità e inondazioni sono stati una diretta conseguenza di una grande crisi climatica. Sette mesi dopo che due cicloni hanno devastato circa 715.000 ettari di terra rurale, quasi 2 milioni di persone rischiano la fame. Gli studenti del master hanno lavorato sulla mitigazione del ciclo di disastri, affrontando la fase post-ciclone con un piano di mitigazione per donne coltivatrici basato su un’idea di riduzione del rischio (disaster risk reduction – DRR) e di ricostruzione (building back better – BBB). In Giordania, il Training Center di EAHR vuole alleviare il problema dell’occupazione dei rifugiati siriani in Giordania, stimati in 1,2 milioni, e nella grande maggioranza disoccupati. Le opportunità d’impiego che il governo giordano ha tentato di costruire sia per cittadini giordani a basso reddito che per rifugiati siriani hanno incontrato molte barriere. Nel lungo termine, il programma intende contribuire alla riduzione della povertà promuovendo un modello di sviluppo alla scala del villaggio, nel quale sia possibile implementare soluzioni locali che possono essere ripetute e innovate. Gli obiettivi specifici sono: aumentare la produzione agricola sostenibile, aumentare l’accesso a servizi inclusivi, aumentare l’accesso femminile al mercato del lavoro, e aumentare la coesione delle strutture sociali.

Daniela Hidalgo Molinas: L’accademia e la ricerca in generale possono e devono contribuire allo sviluppo di piani a medio e lungo termine; nel caso di progetti a breve scadenza, come il nostro tentativo d’implementare spazi comunitari attraverso azioni partecipative, il contributo di organizzazioni non governative e amministrazioni e comunità locali è fondamentale. Il riferimento generale a livello di proiezione diacronica sono i Sustainable Development Goals delle Nazioni Unite, e, nel caso dell’Ecuador, il “Plan toda una vida” e i piani territoriali. Questi ultimi sono particolarmente utili nell’individuare gli obiettivi primari, a breve e medio termine, per integrare gli insediamenti informali all’interno delle aree urbane; mentre i precedenti sono un riferimento imprescindibile quando si ragiona nel lungo termine.

Jørgen Eskemose Andersen: La questione più pressante è la scarsità di edilizia residenziale a basso costo di qualità, o, per dirla in un altro modo, di abitazioni dignitose. La seconda questione più pressante è la mancanza di un diritto di proprietà legale del luogo in cui si abita all’interno dell’insediamento informale. La terza, è la quantità d’infrastrutture rudimentali – siano esse tecniche (acqua, fognature, strade) o sociali (scuole, cliniche, asili, ecc). Ancora più a monte, il problema è la mancanza di opportunità d’impiego, soprattutto per i più giovani. Il settore delle costruzioni ha un potenziale enorme nel fornire opportunità d’impiego anche a persone con una scolarizzazione limitata, che magari hanno frequentato non più di 6 o 8 anni di scuola. In qualunque insediamento informale c’è un bacino enorme di forza lavoro che, con investimenti minimi, potrebbe acquisire le competenze necessarie per accedere al mercato delle costruzioni. Il programma “Casa Melhoradas” fa uso unicamente di costruttori e operai locali: inoltre, stiamo cercando d’istituire, attraverso il programma, dei centri di formazione locali per i giovani abitanti degli insediamenti informali.

 

 

Autore

Ricercatrice presso il Politecnico di Torino, dove ha conseguito il dottorato in Architettura e progettazione edilizia con la tesi Informal Stance: Representations of architectural design and informal settlements (ORO Editions, 2018). Come parte del gruppo di ricerca China Room, partecipa alla curatela della Biennale di Shenzhen. Fa parte della redazione della rivista «Ardeth – Architectural Design Theory».

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