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Architetti: non più “tecnici” ma interpreti di scenari

Architetti: non più “tecnici” ma interpreti di scenari

Gli orizzonti del lavoro: automazione, formazione, sfide, opportunità

 

Published 3 aprile 2024 – © riproduzione riservata

Il cambio tecnologico determinato dall’IA ci pone di fronte alla prospettiva di un futuro in cui le macchine potranno affrancarci dalle fatiche del lavoro. In architettura, negli ultimi venti anni, l’automazione dei processi di progettazione ha decisamente aumentato la produttività in un contesto di relativa abbondanza di lavoro a relativo basso costo. In questo senso, l’intelligenza artificiale non sembra rappresentare una minaccia per gli architetti: troppo poco costosi per essere sostituiti da macchine ad alta intensità di capitale. Tuttavia se ne discute, alimentando dubbi e paure. Ma gli allarmismi sulla sostituzione tecnologica non sono nuovi.

Già Karl Marx considerava lo sviluppo tecnologico come un fattore di dequalificazione: il deskilling indica infatti il processo mediante il quale la manodopera qualificata all’interno di un settore viene eliminata dall’introduzione di tecnologie che richiedono, appunto, lavoro meno qualificato.
Nel 1969, sulla scorta delle teorie di Alan Turing e gli albori dell’IA, l’architetto Paolo Portoghesi immagina Dicaia, una città interamente meccanica, capace di riprodursi e trasmettere informazioni, generazione dopo generazione. Una smart city post-lavorativa ante-litteram. Negli anni della Grande depressione, è John Maynard Keynes a parlare di una “nuova malattia”, ovvero la disoccupazione causata dalle tecnologie.

Nel dopoguerra, sarà la stessa teoria economica a smentire gli allarmismi. Nel 1956, un giovane economista newyorkese del MIT, già consulente alla Casa Bianca e futuro premio Nobel, Robert Solow, suggerisce un’alternativa ai modelli economici in cui la crescita è il risultato di un rapporto costante tra capitale impiegato e lavoro: egli elabora un modello in cui dimostra che il cambiamento tecnologico, reagendo a stimoli di prezzo (cioè sostituendosi alla scarsità di capitale o di lavoro), determina la crescita economica. Solow suggerisce una possibilità di adattamento: se in certi casi l’automazione sostituisce l’uomo, molto spesso essa coadiuva o addirittura favorisce la creazione di nuove professioni. È dunque in questi termini che va pensato il rapporto tra automazione e lavoro, anche in architettura. 

Se, dunque, la sostituzione non è imminente, siamo comunque chiamati, sin da ora, ad interrogarci su come il mestiere e il ruolo dell’architetto siano destinati a cambiare. Nella pratica professionale, è plausibile immaginare un futuro in cui il sapere enciclopedico fornito dall’intelligenza artificiale possa emancipare l’architetto dalle mansioni d’ufficio, dai protocolli e dalle esigenze legate alla due diligence: un futuro in cui i progetti possano essere elaborati in modo che siano già dotati delle informazioni necessarie all’espletamento dei compiti professionali (i codici legislativi, le caratteristiche dei materiali, il comportamento strutturale, i protocolli di costruzione), o progetti in cui sia calcolata la quantità di materiali a più basso impatto di emissioni e la cui reperibilità sia calcolata ottimizzando le catene del valore.

Liberati, dunque, dai compiti legati alla produzione del progetto, gli architetti potranno tornare ad occuparsi delle sfide presenti e future, in un processo di costruzione della loro carriera professionale. Invece che essere considerati dei “tecnici”, assorbiti dal problema di come fare architettura, gli architetti possono ritrovare una nuova centralità come agenti e coordinatori di processi multidisciplinari, in grado d’interrogarsi e discernere ciò che è necessario, urgente e utile fare. La possibilità di accedere, in modo gratuito e diffuso, ad un vasto sapere enciclopedico collegato a strumenti che rendano possibile l’ibridazione di dati, è destinato a ridisegnare il modo in cui apprendiamo e pratichiamo il mestiere dell’architettura, immaginando, progettando e costruendo gli edifici e le città di domani.

 

Nuovi modelli pedagogici 

Se dunque la professione è posta di fronte ad una sfida epocale, i modelli pedagogici alla base dell’insegnamento della disciplina architettonica vanno anch’essi ripensati e adattati al nuovo paradigma tecnologico. Serve infatti educare una nuova generazione di architetti in grado di riuscire a stare al passo del cambiamento in atto. Prima di tutto serve domandarsi che senso abbia studiare architettura se chiunque, in qualsiasi momento e senza aver ricevuto un’educazione, può progettare edifici.

Prima della rivoluzione digitale le scuole e le università erano luoghi dove accedere al sapere. In un contesto in cui il sapere era una risorsa scarsa, si frequentavano le scuole e gli atenei per accedere ai libri e studiare. Oggi, l’apprendimento nelle scuole di architettura segue ancora (con qualche variazione) modelli stabiliti nel primo dopoguerra. Un sistema incardinato su programmi che sono spesso sviluppati sull’assunto che gli studenti svolgeranno un mestiere per tutta la vita e per il quale è necessario che memorizzino un numero di conoscenze. 

Al contrario, nel momento in cui il sapere è onnipresente e la personalizzazione dei programmi di studio può essere implementata a livello individuale, gli studenti possono iscriversi all’università non tanto per imparare nozioni ma, appunto, per studiare. Se il sapere è abbondante, diffuso e accessibile, il valore risiederà nel contributo originale apportato ai temi posti in questione. Le università e le scuole di architettura, invece che essere luoghi in cui simulare la soluzione di problemi che presumibilmente lo studente si troverà ad affrontare, possono tornare ad essere ambienti in cui studiare il futuro e in cui elaborare soluzioni ai pressanti temi che riguardano i destini dell’ambiente costruito: la crisi abitativa, la crisi ambientale, la crescita e la decrescita della città.

Il cambio di paradigma tecnologico è dunque, allo stesso tempo, una sfida e un’opportunità. D’altro canto, gli architetti hanno compreso prima di altre figure professionali le potenzialità della rivoluzione digitale trasformando le macchine in strumenti di lavoro e apprendimento. Oggi serve un aggiornamento del ruolo e delle capacità dell’architetto che vada nella direzione di sviluppare nuove forme di collaborazione virtuosa con le macchine intelligenti. 

 

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Immagine copertina © Marco Vanucci

Autore

  • Marco Vanucci

    È architetto, Design Director di Opensystems Architecture e docente presso la London South Bank University. Ha insegnato all'AA, al KTH di Stoccolma e all'Università di Cardiff. La sua ricerca si occupa del rapporto tra architettura e automazione. Ha pubblicato articoli e saggi sull'origine dei metodi di progettazione parametrici (UCL's Prospective Journal, 2022) e associativi (Drawing Matter, 2021). Attualmente sta lavorando sul rapporto tra architettura e AI partecipando a mostre (UTSoa) e scrivendo articoli per giornali accademici (Stoa ') ed e co-autore del libro Diffusions in Architecture di prossima pubblicazione per Wiley.