A distanza da chi?

 

Riflessioni, non troppo ottimistiche, sui mutamenti della didattica universitaria

 

LEGGI GLI ALTRI CONTRIBUTI DELL’INCHIESTA “LE CASE E LA CITTA’ AI TEMPI DEL CORONAVIRUS”

 

Esiste, nell’incerta situazione di oggi, in cui sono precarie persino le date canoniche dell’università, i suoi riti, sia pur invecchiati, le sedi ormai sparse tra case disperse ovunque, la possibilità di ragionare non di scenari, ma di cosa sta succedendo? Credo che di qui sia necessario partire, dalle condizioni in cui l’università si è trovata a iniziare questa autentica traversata del Kalahari. E vorrei procedere per punti.

La prima questione di fondo è il cambiamento antropologico del docente e della docenza universitaria, cui sempre meno si chiede di dubitare e conseguentemente di cercare risposte a quesiti d’interesse pubblico – la nostra università è… pubblica – e sempre più di organizzare, produrre esami, laureati, eventi, firmare accordi, trasferire saperi non critici, vagolare, vittime di un internazionalismo a prescindere, degno del peggior Totò. Nuovi cronometristi di un’ansimante fabbrica taylorista, i docenti sono chiamati insieme a produrre numeri (di studenti o di articoli) che consentano loro di superare soglie che loro stessi, nella stessa veste o investiti da un potere che oggi più che mai è senza statuto, sono chiamati non solo a verificare ma a legittimare. L’obiettivo del nuovo accademico-cronometrista è l’ottenimento di risultati che gli consentano di restare in un mondo da cui sono stati espulsi la domanda sul fine (dello studiare, della formazione di un’opinione critica) e l’obbligo di rendere conto del risultato conseguito, a terzi (dall’opinione pubblica a organismi che siano, però, davvero autonomi).

La seconda questione è che ci si arriva dopo un autentico abbandono della didattica (o meglio della formazione) non tanto come missione, ma come problema. Persino le facoltà di pedagogia hanno abbandonato da decenni la riflessione su come, cosa, e perseguendo quali obbiettivi si dovrebbe insegnare all’università. Dietro i pannicelli caldi di questionari che l’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) non si perita d’inviare, con implacabile regolarità, si nascondono processi sia di autocertificazione sia di complice condivisione sul fatto che quelle carte e quei questionari non avranno conseguenza alcuna. Non esiste una discussione autentica e aperta su come l’università possa formare coscienze critiche e insieme professionisti, sulla natura di progetto formativo che ogni percorso didattico dovrebbe avere, su come in questa società la formazione permanente non sia una riserva di caccia di associazioni, ordini professionali, università telematiche sino a ieri neanche prese in considerazione da quasi tutti.

Che cosa introduce di diverso l’irruzione della didattica a distanza, a parte “sogni di gloria” propri di ogni colonialismo culturale? Trova preparati o impreparati docenti e università? Almeno tre elementi vanno segnalati, tra i tanti.

Il primo è quello che si potrebbe, mi si scusi il sarcasmo, chiamarsi il complesso della chioccia. Già oggi ogni docente considera “suoi” gli studenti e non consente loro neanche di frequentare seminari e incontri (se non con crediti). Il rapporto necessariamente quasi di tipo privatistico che la didattica a distanza istituisce tra studente e docente, non può che enfatizzare quel rapporto e fare di ogni corso una monade poco leibniziana e dell’apprendimento attraverso e dentro la comunità di docenti e studenti un sogno in soffitta.

Il secondo è l’ulteriore irrigidimento della struttura autoritaria del processo decisionale e soprattutto del prevalere delle forme procedurali sulla possibile discussione degli stessi obiettivi formativi. Dopo algoritmo, un’altra parola sembra entrare nel linguaggio universitario senza nessuna riflessione: piattaforma. Assieme all’accademico-cronometrista, prenderà sempre più piede l’accademico “dei tempi e dei metodi”, colui che saprà garantire l’intera procedura (dalle connessioni alle chat, dall’inserimento dei materiali didattici all’accesso a banche dati e informazioni). In una fase tanto delicata dove sono soprattutto i fini a rendere drammatiche le prese di posizione (si pensi in quanti pochi nanosecondi è appassita la smart city), si assiste a un ritorno a concezioni oligarchiche del governo del sapere. Non a caso le uniche sedi aperte sono i Rettorati. Le architetture conservano nonostante tutto un forte valore simbolico.

Il terzo è forse il più delicato, perché libera da troppi tecnicismi una straordinaria occasione di crescita culturale, sociale ed economica: la cosiddetta didattica a distanza (anche qui bisognerebbe andar oltre le parole e il loro uso falsamente carismatico), la costruzione di percorsi che possano consentire a quella che è oggi una brutta forma di piccole economie private o associative di diventare una reale esperienza di formazione permanente. Invece di ambigue forme di scuola-lavoro, sarebbe davvero un salto culturale e sociale offrire percorsi che consentano di mantenere connessa la condizione preliminare di ogni aggiornamento, lo spirito critico (mi aggiorno non per vendermi meglio, ma per conoscere di più) e tutti gli strumenti che me lo consentono.

“Distanza”, persino nell’uso della parola in forma di allegoria, richiamava il viaggio, la scoperta, a volte il passato. Oggi, come tante altre parole divenute vuote metafore, indica solo uno spazio e un tempo da negare. Io posso, connettendomi da casa, annullare il cammino verso la sede dove si forma la comunità scientifica. La parola assume così un’esplicita radice nihilista e antimeditativa. Un po’ come lo scambio che nei bazar arabo bizantini ha assunto la forma del mercato, ma nei quali il valore si definiva su basi sociali, simboliche, rituali. Non a caso, spesso, al centro della piazza del mercato c’era prima un tempio, poi una chiesa o una moschea. La perdita della memoria porta anche a immiserire le parole. E questo oggi capita a “distanza”, “comunità”, “formazione”, “mercato”; persino a “critica”, che proprio sul tempo e sulla distanza (in primis dall’oggetto di studio) si forma.

Autore

Nato a Canale (Cuneo) nel 1944, è storico dell'architettura e della città contemporanee. E' stato preside della Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino dal 2000 al 2007, dove ha svolto attività didattica dal 1972. Ha insegnato all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, al Mit di Boston e in altre università straniere. Autore di numerosi saggi e testi, ha curato la pubblicazione del "Dizionario dell'architettura del XX secolo" (Allemandi/Treccani, 1993-2003) e nel 2002 ha fondato «Il Giornale dell'Architettura», che ha diretto fino al 2014. Tra i suoi principali testi: "Le Corbusier e «L’Esprit Nouveau»" (Einaudi, 1975; con R. Gabetti), "La città industriale: protagonisti e scenari" (Einaudi, 1980), "Alle radici dell'architettura contemporanea" (Einaudi, 1989; con R. Gabetti), "Le esposizioni universali" (Allemandi, 1990; con L. Aimone), "La città e le sue storie" (Einaudi, 1995; con B. Lepetit), "Architettura e Novecento" (Donzelli, 2010), "Architettura e storia" (Donzelli, 2013), "La Villa Savoye. Icona, rovina, restauro" (Donzelli, 2016; con S. Caccia), "Città e democrazia" (Donzelli, 2018), "Progetto e racconto" (Donzelli, 2020)

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