Sicurezza del costruito, assumiamoci le responsabilità

 

Per il vicepresidente del Consiglio Nazionale Ingegneri il crollo è occasione per ripensare i rapporti tra progetto, esecuzione e verifica, che richiedono una comunità di addetti ai lavori coesa

 

Leggi tutti gli articoli dell’inchiesta “Genova e il fantasma del ponte Morandi”

 

Con il crollo del ponte sul torrente Polcevera di Riccardo Morandi, se ne va un simbolo della sintesi virtuosa tra il momento della concezione, quello delle verifiche, quello della costruzione; scompare anche un simbolo di sperimentazione ed innovazione delle tecnologie e dei processi costruttivi, oltre che della responsabilità di un mestiere – quello dell’ingegnere – tanto affascinante e coinvolgente quanto fortemente connesso al concetto di rischio nella sua più ampia accezione. Un ponte in cemento armato precompresso che, con il suo crollo, riporta inevitabilmente sulla scena tutta la forza delle idee di chi vede in questo materiale il nemico più grande di costruzioni sicure e durabili. Una delle tante lezioni che questo crollo disastroso ci dà riguarda la necessità di abbandonare i fondamentalisti materici di chi dice, senza contesto e senza confronto, «tutto legno», «tutto acciaio», «tutto vetro»…, per sostituirli con l’essenza del «fare progetto» che, prima di tutto, vuol dire valutare le opzioni, analizzarle, confrontarle, scegliere e, come certo fanno anche gli ingegneri – e come dice il sociologo Ulrich Beck – prendere «decisioni in condizioni di rischio».

E dopo la scelta, dopo il progetto, dopo la costruzione, «…nel necessario processo a ritroso per la verifica delle previsioni, s’afferma la preziosa esigenza, terminato il lavoro, di riandare con il pensiero alle cose fatte e di esaminare i risultati in controluce ripensando alle ipotesi, alle semplificazioni e al significato fisico delle operazioni eseguite fatte, ai calcoli…»; in questa frase di un grande maestro, Piero Pozzati, si possono leggere molte lezioni indirizzate alla creatività e all’intuito del progettista, ma anche l’invito a rivolgere l’attenzione al ciclo di vita, introducendo, di fatto, le idee di manutenzione e monitoraggio.

Per il materiale cemento armato, e per quello precompresso con tecniche di post tensione in particolare, la lezione più grande è quella di un materiale, a mio avviso bellissimo, che, però, dev’essere conosciuto e progettato in ogni dettaglio, incluso quello materico connesso ai vari aggregati e componenti (il calcestruzzo, l’acciaio, gli effetti della precompressione); «Il cemento armato precompresso deve però difendersi (…) da (…) nemici particolarmente insidiosi: la corrosione e la rottura spontanea sotto sforzo (…) il precompresso è così diventato un sorvegliato speciale», come scriveva Franco Levi.

Il progetto rappresenta, infatti, sempre un fatto unico, specifico e speciale, e richiede, sempre, un approccio sartoriale. Per questo il contributo di progettisti di ponti è fondamentale e decisivo soprattutto in una fase meta-progettuale, e tanto più quanto più essi sono portatori di una cultura vasta non pregiudizialmente legata a questa o quella tecnica costruttiva.

Il cordoglio e il dolore resteranno a lungo dentro di noi come sentimenti vivi e sinceri, ma adesso, finalmente lontani dalle critiche anche feroci indirizzate al progettista, lontani da quell’ansia di ricercare ogni sua opera per demonizzarla e coinvolgerla nella spirale di fini annunciate, il ponte si offre a noi con l’immagine della distruzione e della rovina che è doveroso leggere con il proposito di un impegno sempre più attivo e pressante sui temi della sicurezza del costruito. Ancora una volta le parole manutenzione e prevenzione diventano centrali nel linguaggio dei media e della comunicazione in generale, della politica e di tutti gli attori, ed ancora una volta la loro declinazione viene affidata alla dialettica, non neutra per ipotesi, delle forze politiche. L’impegno dell’attenzione alla sicurezza del costruito deve diventare il proposito di una comunità fatta di politici, amministratori, gestori, progettisti, docenti, discenti, ricercatori, costruttori. Questa platea di soggetti, di attori protagonisti, esiste già e, singolarmente, propone spesso livelli di eccellenza; il senso di essere una comunità, invece, appare spesso solo come una immagine sfuocata all’orizzonte.

Essere comunità vuol dire far avanzare il bene comune e far arretrare personalismi e strumentalizzazioni. Stiamo attraversando un terreno complesso, articolato, pieno di ostacoli: il terreno della responsabilità, non quello dello scontro politico. Ed il principio di responsabilità ha regole precise ed inequivocabili, come quella secondo la quale «l’esercizio del potere senza l’adempimento del dovere produce interruzione del rapporto di fiducia» (Hans Jonas).

 

Immagine di copertina: © Giovanni Spalla

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