Piano: il nuovo ponte sarà bellissimo!

 

Dialogo a briglia sciolta con il Renzo nazionale nella sua Genova: tra affidamenti e concorsi, preoccupazioni urbane e dettagli costruttivi, ammirazione e rincrescimenti per il ponte Morandi, mediatizzazione e modestia, vita da senatore e giovani

 

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«Riuscire a fare un ponte cosi in dodici mesi è molto difficile; bisogna andare veloci, c’è un lavoro che fanno gli ingegneri di Italferr, Fincantieri, Salini… L’altro giorno sono stato da Fincantieri, abbiamo preso delle lamiere, le abbiamo verificate e fatto delle saldature, poi sono iniziate le prove nella galleria del vento del Politecnico di Milano per capire le frequenze proprie del ponte. Solo dopo sei in grado di disegnare tutti i dettagli…»

Così ci accoglie Renzo Piano nel suo studio di Vesima, periferia a ponente di Genova, a strapiombo sul mare che tanta ispirazione gli ha fornito nella sua cinquantennale attività professionale. È un Piano combattivo e determinato nel voler affermare i principi che lo hanno mosso, su sollecitazione del sindaco Marco Bucci, a intervenire nelle ore successive al crollo del viadotto sul Polcevera per la sua città. Le polemiche sul dono del progetto al pari dell’impossibilità per i giovani di avere un ruolo nella nuova costruzione, ne hanno provocato una reazione decisa a smantellare alcuni pregiudizi. Su queste basi si è conversato toccando molti temi, dalla figura di Morandi al tema della legge sulla qualità dell’architettura.

«L’idea iniziale dev’essere mantenuta nonostante la rapidità di esecuzione, continua Piano. Questo è un ponte cittadino e la Polcevera non è una valle selvaggia in mezzo alle montagne, è abitatissima…» E continua sul tema del concorso per l’area sottostante, che ritiene importante per il futuro del quartiere che «ha bisogno di una gara in tempi brevi in cui ci sia spazio per i giovani. Lo so che lei è critico, ma non voglio essere polemico… Alla mia età quello che posso fare è aiutare i giovani attraverso la mia Fondazione… Non è facile convincere la gente a fare i concorsi».

Infatti il problema è quando la politica delega all’architetto le decisioni che essa stessa non prende… «L’area del Campasso e di Certosa è di per sé un parco, non si costruiscono nuovi edifici sotto il ponte…, quel parco se coincide con la zona sottostante al ponte ha una dimensione di circa 10 ettari. Mio padre era di Certosa e nel mio immaginario era una cosa meravigliosa, non bisogna dimenticare che quell’area non è solo produttiva ma anche residenziale e di servizi e l’unica zona di espansione della città. La mia presenza rischia di diventare troppo pesante, quindi mi limito affinché venga fatto il concorso presto. Il sindaco non appartiene al mio campo visivo politico, però ha un suo attaccamento alla città, capacità operativa e fermezza».

Lei non lavora mai sull’oggetto puntuale, l’architettura, ma sul rapporto con il contesto, ha sempre ragionato in termini urbani… «È un modo generoso di definirmi. In realtà non sono sicuro che sia così bravo nella scala generale, mi sento a mio agio quando arriviamo alla scala costruttiva». Nel periodo della contestazione Piano sottolinea come le istanze emerse dall’occupazione studentesca del Politecnico di Milano, dove studiò, lo abbiano influenzato: «Infatti in quegli anni ti cresce l’idea che l’architetto si occupi della città, del territorio e del contesto. La Valpolcevera è un pezzo di periferia che congiunge la Genova operosa del Ponente con la più nobile del Levante. Ma dove io mi sento più a mio agio è quando comincio a ragionare di come la scocca della “nave” [la forma dell’impalcato in sezione del ponte; nda] tocca il pilone, e di come la luce lo accarezza. Questi piloni mettono un piede dove possono metterlo e saltano dove ci sono l’Ansaldo, il fiume e il ferrovia. Ma queste pile vorrei che fossero fatte di cemento. L’altro giorno ho discusso un’ora con gli ingegneri di Impregilo-Salini su come debbano salire le casseforme scorrevoli, su come si debbano fare le riprese di getto…».

Molti hanno sollevato dubbi sul ponte da lei proposto, in quanto non ha la stessa forza iconica del viadotto progettato da Morandi… «Il Morandi era un bellissimo ponte, ho sempre avuto una grande venerazione, seconda solo a quella che nutrivo per Nervi. Nervi non era solo un bravo ingegnere aveva anche una sua impresa e Morandi non si discute. Quando è successa la disgrazia il sindaco mi ha chiamato e mi ha detto: abbiamo bisogno di te per capire come fare. Non ho pensato di disegnare il ponte ma una mano la dai… Non dimentichiamoci che ci sono stati due mesi di confusione. Nella mia posizione ho talmente tanto da fare che alla mia età dovrei andare in barca, ma ho solo un problema: che mi fanno fare progetti interessanti e di carattere pubblico. E se ti rendi disponibile per la tua città che cosa fai, ti fai pagare? Poi la decisione presa, credo, dal ministro e dal commissario, è stata quella di fare un “concorso” al quale non potevano chiamare i giovani, che io adoro, ma li avrebbero fatti a pezzi. Tra le proposte, c’era anche quella di Calatrava…».

Lei avrebbe fatto il progetto insieme a Calatrava, che era anche l’auspicio del sindaco? «Perché no, lo conosco, si poteva anche fare ma non sono io che ho deciso. Adesso la mia posizione è quella del supervisore. Progettualmente parlando, io non sono un timido, e questa la vivo tuttora come una tragedia. Il Morandi era un oggetto d’orgoglio nazionale e locale. Quindi, da bravo costruttore, la prima reazione sensata che tu hai è quella di pensare a come attraversare la vallata; cominci subito a pensare alle portate di 50 metri; il che non significa un modo per pensare con un basso profilo ma secondo la logica di un ponte semplice, che non vuol dire banale». Piano continua il discorso raccontando, con la passione che lo contraddistingue, tutte le fasi della costruzione, a partire dal seguire il lavoro in cantiere, che è sempre stata la sua attitudine sottolineata da una frase significativa del suo spirito: «Faccio portare un pezzo in cantiere per vedere come gioca la luce… al fine di ottenere la semplicità senza perdere la forza dell’idea, grazie all’abilità costruttiva di chi, come Fincantieri, sa fare le navi. Un oggetto che funzioni come una trave continua; non si fa un ponte isostatico ma iperstatico, così, qualsiasi cosa succeda, il ponte sta su».

Lei non pensa che si sarebbe dovuto fare come per il viadotto di Norman Foster a Millau, nel sud della Francia, esito di un concorso? In Italia siamo ancora indietro con queste modalità… «Chiaro che i concorsi devono essere fatti, ma intanto i ponti non devono crollare… Generalmente, se si fa un ponte nuovo si fa un concorso, io avrei anche partecipato. Qui siamo però in un quadro completamente diverso».

Lei quindi pensa che la tragicità dell’evento abbia accelerato le decisioni della politica optando per una soluzione senza concorso? «È una constatazione, ma in realtà fare un concorso non implica un grande dispendio di tempo… Siamo alla solita scusa, ma questo non c’entra con il ponte. Infatti io ho sempre detto che i concorsi in Italia non si fanno perché non si vuole perdere il controllo sul progettista. Un progettista che vince per sue capacità è una persona libera ed io ho costruito la mia carriera sui concorsi. Su questo caso specifico è difficile e qualcuno pensava che andasse ricostruito l’indomani, ma se ci spostiamo sulle opere pubbliche bisogna fare i concorsi».

Esiste una legge sulla qualità dell’architettura ferma in Parlamento dal 1998, con ministro dei Beni culturali Walter Veltroni, che poneva al centro lo strumento del concorso come buona pratica. Lei da senatore a vita che cosa pensa di poter fare? «Io ho tentato di andare in commissione per difendere una legge ma è tutto un altro mestiere… Sono realista; mi sono reso conto che sarei stato ininfluente. Mi sono spostato prima sulle periferie, poi sul sisma, nel 2018 abbiamo impostato un progetto in una zona sismica a Sora e quest’anno ho dodici ragazzi con cui lavorerò sulle periferie. Non esiste il senatore a vita che si occupa di periferie. È un terreno molto delicato e non ho ancora capito, sono d’accordo con lei. Una cosa che mi spiace è l’essere percepito come mediatico; in realtà, ad avere un’evidenza mediatica sono le cose che faccio».

Quando il sindaco Bucci l’ha chiamata, non ha pensato di valutare l’ipotesi di conservare il resto del ponte non crollato? «Mi fu detto che il ponte avrebbe dovuto essere periziato tutto e che avrebbe preso il tempo di un anno… In merito mi ha chiamato anche Luca Zevi. Nessuno si è più fidato, ma in che modo è stato costruito? Perché il cemento si è microfessurato? Morandi sapeva benissimo che il cemento non lavora a tensione e aveva messo la precompressione nei tiranti, ma se il cemento non ha la composizione giusta questo calcolo salta… Quello che mi da fastidio è che io appaia come colui che si è comportato in maniera eticamente sbagliata, anche rispetto ai giovani che per essere aiutati non devono essere mandati allo sbaraglio».

«Il ponte sarà bellissimo». Così ci congeda Piano dopo novanta minuti di parole, disegni, plastici, intenzioni. Mentre la cremagliera, scendendo dal promontorio su cui è arroccato il Building Workshop, ci fa rivedere quella striscia di blu del mare di Vesima.

*Articolo pubblicato in collaborazione con archphoto.it

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