Genova e il ponte Morandi, il tradimento di un grande amore

Revisione del sistema della mobilità, il porto, il ripensamento della Valpolcevera, il polo di Erzelli, la rigenerazione urbana delle aree centrali e il masterplan dell’area sottostante il ponte sono alcuni dei nodi che dovrebbero aprire un percorso di riflessione sul futuro di una città che con il crollo ha chiuso una stagione

 

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Quando da bambino percorrevo il viadotto sul Polcevera con la Fiat 850 di mio papà rimanevo affascinato, ma allo stesso tempo impaurito. Ero inebriato da quella grande opera della scienza e della tecnica che scavalcava un’ampia vallata, case e industrie, ma sbigottito per gli stralli e gli svincoli sospesi nel vuoto che sembravano forse troppo arditi. Credo che questo sentimento dualistico nei confronti del ponte Morandi (che da ragazzi chiamavano ponte di Brooklyn) accompagnasse molti genovesi: una sorta di amore, misto a rischio e paura, come forse sono tutti i grandi amori, quelli che ti rimangono dentro. Il 14 agosto siamo rimasti sorpresi e sgomenti, forse non increduli; la grande storia di coinvolgimento emotivo ci offriva un tradimento, la fiducia forse era stata mal riposta, ma qualcosa ci diceva che non potevamo stupirci, in tutte le grandi storie di amore e passione, il rischio è dietro l’angolo.

L’opera infrastrutturale era considerata un simbolo dello sviluppo e del boom economico degli anni ’60, ma anche il ponte delle vacanze al mare, ricco di ricordi pregnanti e indelebili, percorso per recarsi nelle località balneari della riviera ligure di Ponente. Aveva scandito le vite di ognuno di noi, ci aveva accompagnato e visto crescere, era anche un emblema di un periodo storico del capoluogo ligure dove le cose andavano bene, c’erano prospettive e dinamiche che si supponevano illimitate, c’era un’idea di società e di modello di sviluppo. Era il ponte verso l’aeroporto percorso in taxi o in auto per accompagnare trasferte di lavoro, l’ultimo ricordo di Genova prima di partenze impegnative verso il mondo, spesso attraversato all’alba dopo la Sopraelevata, altra grande opera infrastrutturale degli anni ’60. Viceversa era il segno che si era quasi arrivati, una delle ultime tappe dei ritorni verso casa, dove si era spinti ad accelerare per giungere al traguardo del proprio uscio domestico. Era familiare, ma era anche un cinquantenne un po’ malato; chi avrebbe dovuto curarlo aveva forse sbagliato diagnosi e sottovalutato il pericolo di vita.

Il 14 agosto 2018 ci siamo messi tutti al telefono per verificare se qualche amico o parente non si trovasse in quel tratto autostradale, poi a mente leggermente più fredda, abbiamo iniziato ad avere timore per le sorti di Genova dopo questa ennesima catastrofe. Una città rimasta più sola, isolata e divisa con ovvie ripercussioni in termini d’immagine e reputazione: il crollo di una parte del viadotto autostradale ha evidenziato una serie di criticità ed interrogativi molto pregnanti sul futuro e ha forse decretato la fine definitiva di un’epoca; il Novecento è davvero finito. Si è conclusa la lunga stagione dell’industria pesante (e di Stato), delle periferie operaie, delle tute blu e del pesante ruolo delle organizzazioni sindacali, gli anni ’60 simbolo di modernità e “progresso”, emblema d’istituzioni efficaci e capaci di progettare un futuro.

La tragedia del Ponte Morandi è un evento simbolico che dovrà necessariamente avviare un grosso percorso di riflessione su strategie e nuovi modelli di sviluppo della città. Un’occasione di ripensamento non solo per la Valpolcevera, la parte di territorio maggiormente colpita dal crollo, ma per l’intero sistema della mobilità di persone e merci.

Il mondo del porto (con le sue lobby) spinge per una visione della città in cui le valutazioni avvengono principalmente sul numero di container in transito, tralasciando tutte le implicazioni in termini d’impatti ambientali e di effettive ricadute in termini di valore aggiunto per il territorio ligure. Sono in programma la realizzazione della nuova diga foranea e il ribaltamento a mare dell’area Fincantieri. Esiste una questione rilevante e poco dibattuta in modo organico: come conciliare lo sviluppo del porto con la qualità urbana, soprattutto del vivere nelle zone di Ponente della città strette fra le montagne e il mare, con poco spazio e aree densamente abitate?

Grande attesa vi è intorno alla realizzazione del polo tecnologico di Erzelli alle spalle dell’aeroporto, su cui la classe politica e dirigente genovese da circa 15 anni scommette per il futuro; l’intervento va avanti fra molte inerzie e offrirà spazi a un nuovo nosocomio e alla facoltà d’ingegneria, i quali dovrebbero poi fare da traino all’insediamento di altre attività private.

La Genova delle tute blu e dei “camalli” del porto è quasi scomparsa; la città è oggi una realtà turistica importante; la rigenerazione urbana di alcune aree centrali un dato di fatto, da anni ci s’interroga su un possibile allargamento di questi processi ad altre aree. La capacità d’immaginare il futuro e un modello di società sembra oggi mancare da parte di molti attori istituzionali, ma il crollo potrebbe anche essere una grande occasione: la riorganizzazione dell’area sottostante il ponte può rappresentare un’opportunità da questo punto di vista? Finora l’attenzione è sembrata più orientata alla demolizione e ricostruzione dell’opera infrastrutturale (processo che sta subendo pesanti ritardi a causa del rischio amianto e di altre difficoltà tecniche inizialmente sottovalutate), rispetto ad un progetto complessivo di rigenerazione urbana del territorio sottostante, per cui il Comune ha recentemente presentato una sorta di masterplan orientativo delle possibili trasformazioni volto al miglioramento della qualità urbana, dei servizi e alla dotazione di verde e spazi pubblici.

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