BIM takes command: gli architetti alla fine della decadenza

Alessandro Colombo riflette con un po’ di ironia sull’obbligatorietà del ricorso al BIM negli appalti e cosa questo comporta per gli architetti
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Je suis l’Empire à la fin de la décadence, Qui regarde passer les grands Barbares blancs En composant des acrostiches indolents D’un style d’or où la langueur du soleil danse

(Sono l’Impero alla fine della decadenza, che guarda passare i grandi Barbari bianchi componendo acrostici indolenti in uno stile d’oro dove danza il languore del sole)

P. Verlaine, Jadis et naguère, Langueur

 

La richiesta del bando per un’importante gara di progettazione ora in corso parla chiaro: si deve fornire un BIM con specifica Lod 200. Il collega esperto della materia, chiamato all’uopo a far parte del gruppo, è molto chiaro nella sua osservazione: ma a cosa serve? A questa definizione i pilastri sono dei semplici rettangoli, il disegno è meno di uno schema.

È, invece, chiarissima l’intenzione sottesa alla richiesta.

Facciamo un passo indietro. Forse anche più di uno.

Fino al XIX secolo compreso, l’architetto faceva un bellissimo acquerello e il muratore, il capomastro, costruiva sicuro delle proprie competenze e professionalità. L’ingegnere, da poco nato alla professione, calcolava ponti, strade, ferrovie e non solo: c’è chi ha affermato che i migliori architetti dell’Ottocento fossero ingegneri e, in molti casi, ha avuto ragione.

Nel Novecento l’architetto se la sbrigava da solo con gli impianti. Bastava mettere un termosifone, far passare una guaina con due cavi rivestiti in tessuto e poi il problema era dell’idraulico, se mettere un tubo da due pollici o da un pollice per portare l’acqua.

Nel secondo dopoguerra s’iniziano a vedere impianti più complessi: il trattamento dell’aria fa capolino negli uffici, gli edifici alti si dotano d’impianti antincendio, di ascensori complessi e veloci. Il grattacielo Pirelli a Milano ha una vera e propria centrale impiantistica nel basement, tutta tubi e macchine, che Gio Ponti definisce con affetto “il mio Leger”.

Alla fine del millennio l’edificio è intelligente, e lo spazio per canalizzazioni, cavidotti, impianti normali e speciali non basta mai. L’architetto affoga nella complessità ed è ostaggio dell’installatore che trova un suo ottimo alleato nell’ingegnere che sa tutto di ogni singola cosa per volta.

Succede così che un pilastro stia davanti ad una finestra nella quale passa un tubo del condizionamento: l’architetto viene chiamato al capezzale del povero edificio per trovare una soluzione che non c’è, mentre il tassametro delle varianti in corso d’opera corre velocissimo.

L’immobiliarista, il committente, l’investitore, il gestore, iniziano a diventare nervosi.

Come ovviare a tutto ciò? Semplice, basta togliere all’architetto la responsabilità della complessità del manufatto edilizio e affidarla… affidarla a un ingegnere direte voi?

No, la cosa è molto più sottile. Perché un ingegnere è pur sempre un professionista e, sebbene sia il cugino che ha studiato al di là dei binari del tram, per noi che siamo di Milano allevati al Politecnico, rischia di essere dalla nostra parte. No, ci vuole qualcosa di molto più impersonale, ci vuole un algoritmo, ci vuole un programma, anzi no, ci vuole un Building Information Modeling, in italiano Modello d’Informazioni di un Edificio, cioè un mezzo “scientifico” che risponda ad una direttiva eretta a standard volta “all’ottimizzazione della pianificazione, realizzazione e gestione delle costruzioni tramite l’aiuto di un software”. Grazie al software tutti i dati importanti di un edificio possono essere raccolti, combinati e interconnessi digitalmente. Incidentalmente la costruzione virtuale è visualizzata (e venduta) come un modello geometrico tridimensionale. A questo punto il professionista, architetto o ingegnere che sia, viene “sollevato” dal proprio ruolo che passa nelle mani di chi detiene il software – il Grande Fratello della progettazione – con la scusa di ottimizzare la gestione ed evitare gli errori.

Fantarchitettura? Ingegneria ammantata di dietrologia? Provate a chiedere quanto costa convertire uno studio al BIM e vi renderete conto che già pochi potranno accedervi, molti ne saranno schiavi, quasi nessuno, se non le star che non si sa bene se ancora rifulgano nel cielo dell’architettura, ne avrà il controllo che sarà lasciato nelle mani di chi gestirà il mercato imponendone le regole, in un meraviglioso conflitto d’interessi.

Una volta si diceva “Resistere, Resistere, Resistere”: oggi serve a poco perché il BIM sarà usato come una clava per affermare il primato del nuovo modo di progettare delle grandi società sul vecchio gestito dai piccoli professionisti ormai obsoleti che, ben presto, non potranno più accedere a gare e concorsi, anche di piccola entità, se non dotati della magica ingegneria della progettazione.

Che fare dunque?

L’unica speranza per salvare il progetto dalla sua ingegnerizzazione informatica, per non scambiare il mezzo con il fine, e provare a riaffermare a gran voce e con l’impegno quotidiano il primato della ragione sulla tecnologia, appunto perché amiamo l’ingegneria colta non meno dell’architettura consapevole del suo significato tecnico.

 

Immagine di copertina: in Italia, De Castilla 23, il progetto della nuova sede Unipol Sai a Milano di Progetto CMR – Massimo Roj Architects, è vincitore della categoria “Edifici Commerciali, terziario e di grande dimensione” del Premio BIM&DIGITAL 2018, conferito nell’ultima edizione del SAIE di Bologna (© Progetto CMR – Massimo Roj Architects, 2015 – in costruzione)

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