10 anni di concorsi in Italia: se 72 vi sembran tanti…

 

Un’analisi dei bandi per il progetto delle scuole dal 2008 al 2017, in rapporto agli ancor più radi esiti concreti; tra scarsa predisposizione alla gestione delle opere pubbliche e marcata disparità territoriale. Focus su “Scuole innovative” a rischio stallo

 

Leggi gli altri articoli dell’inchiesta “Tutti a scuola!”

Il bando #scuoleinnovative (vedi l’approfondimento in basso) ha dato ampia visibilità al tema dell’innovazione nell’edilizia scolastica italiana aprendo, almeno nelle sue intenzioni, il dibattito sull’urgenza di dotare il sistema didattico di nuovi e più efficienti spazi per l’apprendimento. Questo rinnovato interesse spinge a chiedersi come siano stati distribuiti i concorsi aventi per oggetto di gara nuove scuole nel decennio che va dal 2008 al 2017, ovvero fino alla pubblicazione degli esiti della competizione internazionale bandita dal MIUR. Nell’ambito dell’inchiesta promossa dal GAR, è stato individuato un campione di riferimento composto da 72 gare bandite (pubblicate sul sito professionearchitetto.com), di cui “solo” 48 di progettazione, che restituisce un quadro, seppur incompleto, sulla vivacità progettuale delle istituzioni del nostro Paese.

I primi due dati rilevanti riguardano la copertura delle gare: una media di poco superiore a 7 concorsi all’anno, promossi da diversi enti suddivisi su 18 delle 20 regioni italiane, tra Comuni, Consorzi e Unioni di Comuni, Province cui spesso si sono affiancati istituti di diversa natura come Ordini professionali e Fondazioni. Tra queste competizioni vanno certamente segnalati per il loro carattere simbolico il concorso europeo di idee bandito dalla Regione Lazio per un asilo nido all’interno della propria sede (2010) e il protocollo d’intesa che ha visto il Comune di Bologna e Inarcassa unite in un partenariato (2015) per la realizzazione di 5 nuove scuole, dall’acquisizione delle aree ai singoli concorsi di progettazione fino alle opere, con il fine di promuovere un nuovo modello dell’edificio scuola (in anticipo sul MIUR) ma anche gestionale.

Nell’ultimo decennio, pertanto, emerge una contenuta volontà d’innovare, cui ha tentato di controbilanciare Italiasicura, la struttura di missione della Presidenza del Consiglio dei Ministri da poco chiusa, che nel quinquennio trascorso si è occupata del recupero dello sterminato patrimonio edilizio esistente. Stando ai dati dell’Anagrafe dell’edilizia scolastica del MIUR, resi noti a fine settembre, oltre la metà dei 40.000 istituti censiti è stato edificato prima del 1970, ovvero prima della norma che anteponeva per obbligo il collaudo delle opere alla concessione dell’agibilità.

Il terzo dato significativo è quello della committenza. La maggioranza dei concorsi del decennio (55 sui 72 presi in esame) è bandita dai Comuni; e ciò a conferma di come la scuola – intesa come edificio e come istituzione – sia un’esigenza di tipo territoriale, capace di colmare l’assenza di molti servizi pubblici in tutti gli angoli di una nazione tutt’altro che omogenea. Sono, pertanto, le nuove sedi per scuole dell’infanzia e primarie (più spesso integrate tra loro all’interno di “poli” o in ampliamento di edifici esistenti) quelle maggiormente messe a gara dagli enti municipali che in questo modo possono integrare nel nuovo edificio oltre a quella scolastica anche funzioni che ne fanno un polo di servizi per le comunità (sala prove, scuole di musica, sede di associazioni).

La distribuzione territoriale dei bandi vede la prevalenza di gare nelle regioni del Nord, con il primato delle Provincie autonome di Trento e Bolzano seguite da Lombardia e Toscana. Solo 7 i concorsi aperti a una platea internazionale di progettisti. Se si approfondisce il dettaglio temporale – l’intervallo ha inizio nell’anno precedente il terremoto dell’Aquila – si rileva che il numero dei bandi per anno risulta crescente fino a raggiungere il picco di 11 concorsi nel 2011; si registra solo un concorso nel 2012 in coincidenza con gli eventi sismici che hanno colpito molte città emiliane. Questa data, infatti, funge da vero spartiacque che separa bandi più articolati, in termini di funzioni e superfici di progetto, con quelli (post sisma) di complessi scolastici più misurati.

Se la maggioranza dei bandi viene pubblicata nelle regioni del Nord, non diversamente è concentrata la gran parte delle (poche) realizzazioni derivante da essi. Solo 10, infatti, i concorsi del campione di studio che si sono tradotti in opere completate, in media a sette anni dalla pubblicazione del relativo bando, con il record della nuova scuola Materna di Silandro (Bolzano) costruita in soli 13 mesi.

Escludendo gli ultimi due anni del periodo preso come riferimento, nel quale può dirsi terminata la procedura concorsuale ma non quella relativa agli appalti delle opere, tutte le competizioni di progettazione lasciano le cronache architettoniche per avvitarsi nella cronaca locale fatta di sospensione delle procedure, accantonamento dei progetti, depotenziamento delle previsioni di gara, se non del completo abbandono delle intenzioni programmatiche delle nuove scuole con il conseguente malcontento di associazioni, cittadini e opposizioni di turno.

In conclusione di questa breve rassegna si può tratteggiare un ritratto del nostro Paese che parla ancora una volta di disparità territoriale, di scarsa predisposizione alla gestione delle opere pubbliche da parte degli enti locali (fatte salve alcune “isole felici”) a danno di quella fascia di popolazione (i bambini) che più di altre necessita di attenzione al fine di costruire le basi per una sana socialità, una completa integrazione e – in una parola – una cittadinanza consapevole.

 

Scuole Innovative, procedure dispersive

Il concorso internazionale di idee #scuoleinnovative ha avuto il merito di richiamare l’attenzione del mondo istituzionale e professionale su nuovi modi di pensare l’edificio-scuola, affrontando il tema ad ampio spettro, non ultimo quello delle regole tecniche per la progettazione degli spazi educativi, ferme agli anni ‘70 e che fotografano un Paese (fisico e sociale) che non esiste più. L’obiettivo strategico del concorso è stato, infatti, quello di “acquisire idee progettuali per la realizzazione di scuole innovative da un punto di vista architettonico, impiantistico, tecnologico, dell’efficienza energetica e della sicurezza strutturale e antisismica, caratterizzate dalla presenza di nuovi ambienti di apprendimento e dall’apertura al territorio”.

Il bando è stato pubblicato dal MIUR nel maggio 2016, in applicazione della riforma prevista dalla Legge 107/2015 (“la Buona scuola”), con una copertura finanziaria pari a oltre 300 milioni. L’esito della competizione, prevista in fase unica, è stato reso noto solamente (e a seguito di numerose sollecitazioni e polemiche) nell’ottobre 2017, ovvero, ben un anno dopo la scadenza della presentazione delle 1.238 proposte provenienti dall’Italia e da altri 14 paesi, tra i quali Brasile e Messico. Le 51 aree oggetto di intervento sono distribuite su 16 regioni tra le quali, ad esempio, non figura il Trentino Alto Adige, le cui Provincie Autonome hanno una proficua programmazione sul tema dell’edilizia scolastica, come detto sopra.

I numeri imponenti (3.000 i professionisti coinvolti per un totale di oltre 7.000 elaborati giunti al Ministero) dimostrano quanto possa essere vasto il potenziale d’innovazione delle scuole italiane e impone una scelta precisa: non disperdere il patrimonio di idee acquisite con #scuoleinnovative. Questo, infatti – come già sottolineato da questa testata -, è il rischio causato dall’incerto percorso che attende le 51 idee prime classificate a seguito di una delibera (la 185/2018) dell’Autorità nazionale anticorruzione (ANAC) che di fatto blocca la possibilità degli enti locali interessati di affidare le successive fasi progettuali agli stessi vincitori del concorso di idee, in quanto il bando del MIUR non individua i requisiti dei progettisti come, invece, prevede il Codice degli Appalti. Questo imporrebbe a tutti gli enti coinvolti la pubblicazione di nuovi bandi (questa volta di progettazione) con il prevedibile disallineamento tra le idee giudicate migliori e gli approfondimenti progettuali esecutivi. Per scongiurare questo passaggio, a stretto giro è intervenuto il Consiglio Nazionale degli Architetti che a metà giugno ha richiesto un nuovo parere ad ANAC. Nell’attesa che si dipani questa matassa giuridico-amministrativa, i rischi (concreti) sono rappresentati dallo stallo a tempo indeterminato o dalla disomogeneità di comportamento degli enti locali (soprattutto Comuni), che potrebbero procedere alla progettazione in base alle proprie risorse economiche e tecniche, creando ulteriori disparità territoriali.

 

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